Dieci anni fa l'attrice Kasia Smutniak ha fondato con la sua Onlus, la Pietro Taricone ETS, una scuola nella regione settentrionale del Mustang, in Nepal. Un'iniziativa pensata per contrastare il fenomeno della dispersione scolastica sul territorio e per preservare l'unicità di quella cultura millenaria, oggetto del suo prossimo documentario da regista, Mustang (nella foto). Raggiunta al telefono, l'artista racconta di essersi messa in contatto con il personale della scuola, fortunatamente in salvo. Ma la preoccupazione per il futuro è alta.
La sua struttura è al sicuro?
«Sì, la scuola si trova in una regione non interessata dall'alluvione: siamo sull'altopiano tibetano, a 3500 metri, e le montagne ci separano dalle zone colpite. I nostri collaboratori sono in salvo».
Che notizie le arrivano dal Nepal?
«Come tutti mi sto informando più che posso, ovunque. All'inizio pensavo che si trattasse di un terremoto, perché la zona è oggetto di un grande interesse sismico - l'Himalaya stesso si è formato dal movimento delle placche. Ma poi si è cominciato a parlare degli effetti del cambiamento climatico: il ghiacciaio che si scioglie, il fiume che esonda. Non voglio entrare in dettagli tecnici che non conosco, ma purtroppo non sono sorpresa. In vent'anni che frequento il Nepal, ho notato cambiamenti enormi».
Per esempio?
«La nostra scuola si trova in una zona desertica, con le case costruite con il fango e un grande foro sul tetto per far uscire il fumo del camino. Ecco, in questo deserto ormai piove sempre più spesso. E le case si stanno letteralmente sciogliendo. Anche la struttura della nostra scuola ha delle problematiche dovute all'aumento imprevedibile delle piogge».
Spiegherete ai bambini nella scuola cosa sta accadendo?
«Cercheremo di farlo, anche se il cambiamento climatico è già sotto gli occhi di tutti: dei bambini in Nepal ma anche dei nostri, che vedono nei 40 gradi di questa estate gli effetti di un mutamento evidente».
Sta pensando di inviare aiuti alle zone colpite?
«In queste ore tanti italiani ci stanno scrivendo per sapere come possono aiutare, cosa possano fare. È molto commovente. Non essendo presenti sul posto, però, provvederemo agli aiuti quando finirà l'emergenza immediata. Donare all'impazzata non è mai saggio, ma chi vuole farlo può rivolgersi con sicurezza alla Croce Rossa Nepalese o ad altre organizzazioni sul territorio. È sempre bene accertarsi su dove finiscano i fondi. Io stessa in queste ore sto valutando la possibilità di crearne uno. Ma serve tempo per capire. La ferita di chi ha perso la casa, o i propri cari, rimarrà aperta a lungo. Anche quando il resto del mondo si sarà dimenticato di questa tragedia».
È mai stata nella zona colpita?
«Sì, nel Chitwan, dove vive una popolazione che ha poco o niente: un disastro del genere avrà delle conseguenze enormi su di loro. Ricordo di aver conosciuto un popolo dotato di una straordinaria capacità di unire le forze nell'emergenza. Del resto sono abituati al fatto che nessuno li aiuti».
Cosa le ha fatto amare il Nepal?
«Là feci il mio primo viaggio con Pietro (Taricone, ndr) nel 2003. Ci colpì la cultura, la gentilezza della gente, la bellezza. Ci abbiamo lasciato il cuore».
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