Quest'intervista a Johan Harstad è pubblicata sul numero 41 di Vanity Fair in edicola fino al 6 ottobre 2026.
Capita raramente che un libro di 1.256 pagine riesca a farsi largo in un mondo dominato da reel e da storie di una manciata di minuti. È per questo che, quando è uscito a luglio Max, Mischa e l'Offensiva del Tet, pubblicato da Sellerio, nessuno si aspettava che il romanzo entrasse in classifica. Tantomeno che le copie andassero esaurite in poche settimane costringendo i tanti lettori che, nel frattempo, lo aspettavano ad attendere che le librerie venissero rifornite. «È quello che ogni scrittore sogna: vendere tanti libri e avere la sensazione che tutti ti stiano leggendo. Allo stesso tempo, però, è un po' spiazzante: ho la sensazione di invadere la vita delle persone», mi racconta Johan Harstad, lo scrittore norvegese nel frattempo diventato una piccola star. Siamo seduti nella hall di un albergo del centro di Milano e a colpirmi di quest'uomo altissimo di 47 anni sono due cose. L'umiltà e la capacità di analizzare il mondo che lo circonda con la lucidità chirurgica del suo stesso protagonista.
Che bambino era Johan Harstad?
«Mi piace pensare di essere stato un bambino normale, ma sto iniziando a rendermi conto che forse ero un po' strano. Da piccoli giocavamo alla guerra nei boschi perché i nostri padri ci facevano vedere tutti i film sulla Seconda Guerra Mondiale. Una volta esaurita quella, ho scoperto che dopo c'era stato il Vietnam, un conflitto molto diverso da quelli di cui avevo sentito parlare perché non c'erano linee fisse, eroi e nemici ben definiti: era solo caos. E questo mi spaventava e mi affascinava moltissimo».
Siamo circondati da diversi conflitti in questo momento nel mondo: la preoccupano?
«Certo. Siamo circondati da talmente tante preoccupazioni che non sappiamo più a quale badare. L''Ucraina? La Russia? La continua ascesa dell'estrema destra? Trump, o l'AI?».
La più angosciante per lei?
«L'AI. È per questo che sono così felice di vedere le persone leggere libri. Perché se riesci a concentrarti su un libro di mille pagine significa che il tuo cervello sta ancora funzionando e che riesci a farti una tua opinione».
Cosa la spaventa dell'AI?
«Che sia una scorciatoia molto spesso fallace. Ho provato a usarla per delle ricerche e, ogni volta, ho dovuto smettere. Le facevo delle domande molto specifiche e mi diceva che certi libri e certe fonti non esistevano quando non era così. Non è un vero motore di ricerca: è uno strumento che ti dà quello che pensa tu voglia sentirti dire. Io, poi, ho una causa in corso contro una grande azienda di AI, l'Anthropic».
Cioè?
«Ho fatto parte di una grande class action perché uno dei miei libri è stato usato per addestrarla negli Stati Uniti. È strano trovarsi a combattere contro questi giganti, ma sono sicuro che andrà tutto bene».
Sensazione quando ha scoperto il suo lavoro usato dall'AI?
«Mi sono sentito violato. E poi c'è un'altra cosa: io scrivo romanzi non solo perché mi guadagno da vivere, ma perché è interessante creare qualcosa dal nulla. La creazione è più importante della pubblicazione di un libro, ma l'AI la sta distruggendo. È terribile».
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A essere terribile sono anche certi stereotipi sul popolo norvegese. Nel libro scrive: «In Norvegia c'è la tradizione di tenere le cose per sé».
«Noi norvegesi non siamo così estroversi con il prossimo, ma di sicuro siamo molto schietti nelle nostre opinioni. Siamo considerati un popolo freddo, ma non credo che la società sia davvero così».
Centrale nella sua storia è soprattutto la società americana di vent'anni fa, anche se il romanzo non è ancora uscito negli Stati Uniti.
«Uscirà nel 2028: sono molto emozionato ma anche un po' preoccupato all'idea di essere letto in America. Vedremo tra due anni che America troveremo: se una nuova o quella vecchia».
L'America di oggi?
«Ci sono sempre state cose molto sbagliate in America - penso al Vietnam, ma anche a Bush e alla guerra in Iraq -, ma mi piacerebbe ricordare anche tutte quelle persone che sono profondamente contrarie a Trump e alla sua politica: spero che prevalgano. Così come spero che tutti si rendano conto che gli Stati Uniti moderni sono stati costruiti dagli immigrati provenienti dall'Europa: tagliare questi legami con il Vecchio Continente è terribilmente triste. È come avere un fratello maggiore che, all'improvviso, scopri essere diventato tossicodipendente».

Quando è uscito il suo romanzo era in congedo di paternità, che in Norvegia dura tre mesi. Che ricordo ha di quel periodo?
«Mia figlia è nata nell'ultimo anno di scrittura del libro, e questo mi ha portato a rivoluzionare il lavoro per essere il più produttivo possibile. Quando il libro è uscito è stato strano: mentre uscivano le recensioni io passavo le mie giornate al parco o a casa a cambiare pannolini. Il legame che questa vicinanza ti restituisce è, però, unico e speciale: smetti di preoccuparti di tutto e pensi solo a quello che può fare stare bene tuo figlio».
In Italia il congedo di paternità è di 10 giorni: diamo più importanza alle madri che ai padri?
«Può darsi, e questo è grave. In Norvegia il congedo è pagato dal governo, ed è anche per questo che i miei tre mesi sono diventati nove: avevamo deciso di non mandare nostra figlia all'asilo finché non fosse stata un po' più grande. Detto questo, è assurdo sia che molte donne rischino di perdere la propria carriera per occuparsi del bambino sia che gli uomini non possano goderseli perché si pensa che siano marginali in questo processo».
Gli uomini sono ancora schiacciati da certi stereotipi?
«È come se ci fossero delle regole non scritte per gli uomini e per le donne. Penso anche all'omosessualità: mi sembra assurdo che chi ami possa incidere sulla capacità di fare il tuo lavoro. È semplicemente assurdo».
Diventare padre l'ha cambiata?
«Prima ero molto ansioso, rimuginavo troppo sulle cose e soffrivo di attacchi di panico: si è fermato tutto quando sono arrivati i miei due figli. Anche il mio lavoro è cambiato: se prima lavoravo fino a tarda notte adesso smetto quando tornano da scuola per stare con loro».
Sull'amore scrive: «Non smetti mai di amare qualcuno. Perdi solo la capacità di sopportarlo».
«Credo che sia una cosa molto comune: col passare del tempo smetti di notare tutti quei dettagli che all'inizio sembravano importanti. Il matrimonio è, di per sé ,un lavoro a tempo pieno, ma l'importante è avere una base solida. Costruisci questo edificio insieme: a volte ha bisogno di riparazioni, a volte sembra bello, altre pende un po' e rischia di cadere. Ma si affronta».
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Il suo rapporto con il passare del tempo?
«Non mi preoccupa particolarmente invecchiare. Un tempo ero terrorizzato dalla morte, ma oggi sono più sereno e fatalista».
C'è qualcosa che Johan Harstad ha paura di dimenticare?
«I ricordi che porto con me».
Qualcosa, invece, che vorrebbe dimenticare?
«Mi piacerebbe dire che non rimpiango nulla della mia vita, ma non è così. Molte volte penso a perché non ho fatto o non detto una determinata cosa. Credo però che ogni esperienza, bella o brutta che sia, ci renda quello che siamo, e dobbiamo accettarla».
Incluso il fallimento?
«Credo che in ogni fallimento ci sia una buona dose di successo. Nel mio lavoro, per esempio, consiste nel tagliare delle pagine in cui credevi perché, a un certo punto, bisogna avere l'onestà di riconoscere quando qualcosa serve oppure no. In Max e Mischa c'erano delle parti davvero buone che alla fine ho tagliato perché non funzionavano con il resto della storia. Quando accetti di tagliare qualcosa significa che ce l'hai fatta. E poi ti arriva un'ondata di energia e di entusiasmo che è bene non lasciarsi scappare».
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