Samurai Jay spiega il suo ruolo ad Amici 26: l’intervista

2026/10/10

Categories: entertainment

Samurai Jay entra in Amici 26 come uno dei nuovi responsabili artistici e, alla vigilia, ci ha rilasciato un’intervista esclusiva sugli anni che il pubblico non conosce: gli inizi da chitarrista, le prime band, i lavori per finanziare la musica e i momenti in cui ha pensato di smettere.

Sotto i post che ne annunciavano l’ingresso, molti hanno scritto che un ragazzo così giovane, con un successo arrivato lo scorso anno, non può fare il prof di canto. Eppure Samurai Jay non è nato nel 2025 con Halo.

Prima di Ossessione, il brano con cui è arrivato a Sanremo e che lo ha reso l’artista con il singolo più venduto dell’anno, c’è il suo primo EP autoprodotto, uscito nel 2018.

Gennaro Amatore, in arte Samurai Jay, 28 anni, di Mugnano, in provincia di Napoli, è partito dalla chitarra, dalle band e dai primi tentativi di scrivere e arrangiare canzoni. Gli abbiamo quindi proposto un’intervista per sapere cosa vorrebbe mettere a disposizione degli allievi del programma.

Intervista a Samurai Jay: la prima chitarra e il regalo del padre in via San Sebastiano

Chi era Gennaro prima della popolarità?

Molto prima di Samurai Jay. Nasco in primis come chitarrista: ho iniziato a suonarla verso gli 8, 9 anni. Il momento lucido in cui ho deciso di voler fare questo nella vita è arrivato intorno ai 14 anni, quando ho formato la prima band, dopo qualche anno di chitarra.

La musica in casa mia era presente già da quando ero nella pancia di mia madre, che voleva fare la cantante. Erano tempi diversi, mio nonno aveva una strada già avviata per lei e voleva che ne seguisse le orme con un percorso più sicuro.

Mamma ha sempre avuto una personalità creativa, ha sempre disegnato, ha sempre avuto la testa tra le nuvole. Io ho preso il lato razionale da papà e il lato sognatore da lei. A casa la musica girava anche con mio fratello che fa il dj.

Tuo padre ti ha regalato una chitarra elettrica quando eri bambino, giusto?

È arrivata quando avevo 10 anni. Prima in casa c’era una chitarra classica, e ho mosso i primi passi suonandola da autodidatta, in modo molto infantile. Tendevo a emulare mio fratello, che ha tre anni più di me.

Lui si iscrisse alle medie musicali e io, per imitarlo, feci lo stesso. Volevo fare pianoforte, ma non c’erano più posti, quindi mi sono iscritto a chitarra.

In quel periodo mi sono innamorato della musica alternativa, del metal, del rock. Scopro la chitarra elettrica e ne rimasi folgorato: non capivo da dove uscisse quel suono, la distorsione.

Eravamo ai primi tempi di internet, guardavo i primi video su YouTube, le cover dei gruppi che mi piacevano da bambino, e pensavo: cavolo, voglio farlo anch’io.

Ho cominciato a stare addosso ai miei: “me la comprate, me la comprate?” All’epoca c’era ancora la convinzione che servisse un garage, come negli anni Ottanta, per suonare la chitarra elettrica. In un condominio come fai? Qua ci cacciano.

Un giorno mio padre mi portò a Napoli, a Spaccanapoli, in via San Sebastiano, che chiamano la via dei musicisti, perché ci sono negozi di strumenti uno dopo l’altro. Eravamo andati a fare una passeggiata, non eravamo scesi per comprare la chitarra.

Via San Sebastiano collega piazza Bellini a piazza del Gesù Nuovo, nel centro storico di Napoli.

Mi fermo al primo negozio ed entro. Io, furbo, nel dubbio vado vicino a quella da 80 euro, quella che costava di meno: non si sa mai, ho più possibilità che me la comprano, ho pensato.

Ricordo che la presi in braccio e me la fanno provare: era enorme, questa chitarra. Mio padre mi chiede “è bella, ti piace?”. Io dico sì e lui mi fa: “mettila nella fodera e portala a casa”.

Ho pianto. È stato uno dei primi momenti lucidi in cui ho capito il mio amore per la musica, uno spartiacque.

Quella chitarra ce l’ho ancora, conservata: sto prendendo casa e sarà la prima cosa che ci metterò dentro, in una teca.

Ha mille rappezzi perché non l’ho mai fatta aggiustare, non c’erano i soldi per cambiare i pezzi, quindi c’è ancora lo scotch sui potenziometri, e ho montato una meccanica presa da un’altra chitarra rotta di un mio amico. Ci ho fatto delle boiate pur di suonarla, non hai idea.

Dal metal ai primi brani in italiano e all’autografo su una bolletta

Hai cominciato come musicista, non come cantante. Come sei arrivato alla prima band?

Nasco come arrangiatore, come chitarrista. Poi arriva la voglia di fare qualcosa di mio, delle composizioni, e ho pensato: faccio una band, trovo i miei simili. Se vieni dalla provincia di Napoli e ti senti metal, ti senti punk, devi trovare i tuoi simili, altrimenti fai una vita brutta.

Il nostro punto di ritrovo era piazza Monteoliveto, vicino a piazza del Gesù, a Napoli. Lì ho scoperto un giro di concerti underground in un locale: il biglietto costava 3 euro, oppure, se non c’erano i soldi, era a offerta.

C’erano tre o quattro band e ogni band si scambiava i componenti, perché non c’era abbastanza gente. Rimasi folgorato da quella scena metal, hardcore, da quell’energia, da quelli che si picchiavano nei moshpit. Mi sono sentito a casa, e ho formato la mia prima band.

Samurai Jay in un ritratto notturno con il flash, in giacca verde e pantaloni marroni, appoggiato a una parete di assi scure
Samurai Jay: dalle band metal di Napoli ai concerti underground.

Che cosa è successo dopo quella band?

Dopo circa un anno e mezzo mi notò un ragazzo di Napoli più grande di me, io ero ancora minorenne. Aveva un progetto molto bello, mi vedeva suonare perché postavo cover su Facebook, e mi disse: “secondo me hai qualcosa di speciale, vuoi venire a suonare a casa mia?”

Si chiama Danny, è un mio caro amico, un fratello, il mio primo maestro di vita. Mi ha insegnato a stare davanti al computer e a canalizzare le idee che avevo in testa. Ho iniziato a capire come si pensano le strutture, come si trasformano le idee in una canzone.

Adoro vedere una tela bianca e iniziare a scavare delle piccole linee, a vedere delle strade. Nel nostro mestiere nessuno ti dice come devi farlo: è tutto istinto.

Nel 2018 hai pubblicato l’EP Promesse. Come ci sei arrivato dalla band?

Sì, nel 2018 ho fatto un EP, che alla fine era una raccolta di tre freestyle e si chiama Promesse. Prima c’era stata la band con Danny, intorno al 2015-2016.

Verso settembre del 2016 ho cominciato a pensare di fare qualcosa in italiano, un mio progetto, perché stava arrivando la prima ondata dei trapper e mi gasava molto quel mondo.

Ritenevo, e lo confermo oggi, che la musica stesse cambiando, sta succedendo anche ora: eravamo davanti a un nuovo cambio generazionale. Quello che hanno fatto Sfera Ebbasta, la Dark Polo Gang, Ghali, secondo me è stata la cosa più punk che sia successa negli ultimi dieci anni in Italia.

Sono arrivati con un linguaggio completamente nuovo, alieno, strano, e hanno cambiato il modo in cui si fa classifica. Mi venne voglia di fare il producer: iniziai a produrre delle basi, poi pensai di provare a scrivere un ritornellino, a cantare qualcosa in italiano. Il primo brano è di dicembre 2016.

Che cosa ti ha detto tua madre quando ti ha sentito cantare in italiano?

Quando mi sentì cantare in italiano, e non la musica del diavolo, come chiamava lei il metal, mi guardò e disse: “no, non sei tu, dimmi la verità”. Io dissi: “sono io, vorrei fare questo progetto”.

Lei, che finalmente capiva le parole di quel che cantavo, mi disse: “allora facciamo una cosa, il primo autografo della tua vita lo devi fare a me, perché lo devo incorniciare e appendere qua in casa. Un giorno, secondo me, ne farai migliaia”.

Lo feci sul retro di una bolletta dell’Enel, che avevamo già pagato. Mi disse: “strappa questa bolletta e fammi un autografo così, un giorno le cose si sistemeranno e ci ricorderemo di questa cosa”. Il mio primissimo autografo ce l’ho ancora, conservato.

Che rapporto avevi con la musica italiana?

Venendo dal metal, guardavo solo l’oltreoceano. Di artisti italiani ne ascoltavo pochissimi: Salmo, per esempio, che faceva un crossover, e veniva pure lui dal mondo del metal. Mi sentivo rappresentato. Per il resto la musica italiana non me la filavo, ero uno di quei ribelli puristi.

Penso che la musica italiana la inizi ad apprezzare quando dai più peso alle melodie e poi ai testi. A un certo punto inizi ad ascoltare quelle parole e hai abbastanza esperienza per capirne la forza.

Io sono cresciuto con Umberto Tozzi e con Claudio Baglioni: è musica che è sempre stata con me, ma per capirla devi arrivare a un’età in cui hai vissuto un certo bagaglio di emozioni.

La gavetta di Samurai Jay: il bar, il call center e i momenti in cui voleva smettere

Negli anni delle band e delle prime produzioni hai lavorato in un bar, in una salumeria e in un call center. Come riuscivi a tenere insieme i lavori e il sogno di fare della musica la tua professione?

Per me la cosa fondamentale, che dico a tutti i ragazzi, è avere le idee molto chiare. Se le hai, e vuoi arrivare in un punto, fai anche quattro lavori e vai mezz’ora al giorno in studio.

Mi ha aiutato ricordarmi che quei lavori per me erano il piano B: finanzia il piano A. Quelle otto, nove ore di lavoro in cui volevo solo scappare, morire, in cui lavoravo nove ore al giorno da lunedì a sabato per 80 euro a settimana, servivano a finanziare la musica.

Pulivo i bagni, chiudevo il bar, prendevo la metro e ci mettevo due ore per tornare a casa. Poi alle 22 dovevo stare in studio, ma non sentivo la fatica, ero la persona più felice del mondo, perché quelle due ore per me erano la fuga dalla monotonia.

Sapevo di avere qualcosa da raccontare al mondo ed ero pronto a ogni sacrificio per poterlo fare, ma ti assicuro che non è facile.

C’è stato un momento in cui hai detto “non ce la faccio più”?

Tanti. Ricordo quello che venne poco prima che, nel 2018, un mio brano (Promesse III) andasse bene. Avevo speso tutti i miei risparmi per fare il video di una canzone che ero convinto avrebbe spaccato tutto. Non ha mosso niente. Ho pensato: è stato un gioco, abbiamo giocato, abbiamo scherzato, basta, finito tutto.

Poi, nella noia di un pomeriggio di luglio, senza un euro in tasca e distrutto, stavo scavando nelle cartelle sul computer e ho trovato una vecchia demo del mio vecchio produttore.

Mi è venuta l’idea di fare contenuti brevi su Instagram, freestyle da un minuto, una saga che si chiamava Promesse. Con Promesse I ho iniziato a muovere un po’ di casino, con Promesse II ancora di più. Il primo singolo è nato da lì.

Quando è uscito Promesse III mi ha cambiato completamente la vita, il brano ha iniziato a macinare numeri su numeri e io continuavo ad andare a lavorare e non capivo.

Poi ho fatto la prima data live, la seconda, la terza, la quarta, la quinta e ho capito che potevo farcela. Ho lasciato il call center in cui lavoravo, ho lasciato tutto. Ho detto: dai, ce la posso fare.

Di momenti in cui ho pensato di dire basta ne sono arrivati anche dopo: strappo tutti i contratti, basta, non me lo merito, non sono in grado.

Hai raccontato di aver pensato di lasciare la musica già a inizio 2025, prima di arrivare a Sanremo 2026. Che cosa era successo?

I fallimenti sono benedizioni, mi hanno salvato la vita. L’ho detto in varie interviste: a inizio 2025, prima di Sanremo, stavo facendo i documenti per andare in America a iniziare un’altra vita.

Mi sentivo distrutto, ero arrivato alla canna del gas. Avevo pochi soldi e tante spese, non avevo più ispirazione, non mi sentivo motivato, non stavo più bene mentalmente. Mi sentivo veramente inutile come persona perché a me non è mai piaciuto nient’altro che la musica.

Se mi togli il sogno, è finita: come essere umano, se mi togli un obiettivo non mi calcolo più. E invece i sacrifici di una vita sono stati ripagati grazie al successo di un brano, Halo.

Copertina del singolo Halo di Samurai Jay: un ragazzo di profilo con trecce bianche tiene all'orecchio una cornetta rosa, su sfondo blu
La copertina di Halo, il singolo uscito a giugno 2025.

Che cosa ti ha dato la musica?

Ero estremamente introverso, avevo difficoltà a comunicare con le persone. Con la musica ho trovato i miei simili, persone come me che parlavano attraverso le canzoni che si mandavano. Poi un giorno è diventato parlare attraverso le canzoni che scrivo. Oggi mi vedi davanti alle videocamere, ma è frutto di un grande lavoro.

Le soddisfazioni sono il frutto del duro lavoro, bellissimo, ma la cosa più importante di tutto quello che sto vivendo è che grazie alla musica ho avuto una possibilità nella vita.

Senza la musica non so dove sarei andato a sbattere, perché per la scuola ero uno scarto. Per la società ero uno scarto. L’unico posto dove mi sono sentito al sicuro, dove potevo esprimermi e sentirmi bravo a fare qualcosa, è stata la musica: in qualsiasi altra attività ero sempre l’ultimo.

Per me la musica è una cosa seria, la tratto con rispetto.

Samurai Jay su Amici: “Io non sono là per insegnare a cantare”

Hai letto le reazioni al tuo ingresso ad Amici?

Non sono andato a guardarle, perché sono partito già prevenuto. Sono reduce dall’esperienza di Sanremo: quando siamo usciti nella lista dei big è successo un putiferio, chi è questo Samurai Jay, chi non è. Quindi le ho già passate.

Quando sono uscite le notizie su Amici ho detto: faccio una bella cosa, mi impegno sul lavoro che devo fare e non leggo i commenti. Anche perché il mondo dei social network in questo momento storico è troppo nocivo. Si passa più tempo a distruggere preventivamente che a informarsi.

Io personalmente sono cresciuto ammirando chi ce l’ha fatta, anche chi ce l’ha fatta prima di me e meglio di me. Questo secondo me ti spinge a fare qualcosa, a migliorare e avere un obiettivo.

Copertina del singolo Ossessione di Samurai Jay: un uomo cammina davanti a un edificio in fiamme, con la scritta Ossessione al neon
La copertina di Ossessione, il brano di Samurai Jay a Sanremo 2026.

Stai per diventare un responsabile artistico di Amici e qualcuno mette in dubbio le tue competenze per questo ruolo. Che cosa rispondi?

All’annuncio del mio nome nel cast del Festival mi odiavano tutti. Poi dopo Sanremo mi hanno amato dopo la prima esibizione, e due secondi dopo mi odiavano di nuovo. Tutto solo perché ce la sto facendo. Non capisco come funziona, davvero. Mi arrivano delle opportunità e dovrei sentirmi non meritevole solo perché sono giovane?

Credo poi che molte critiche siano partite dal fatto che, attraverso la comunicazione social, è sembrato che io fossi stato scelto come prof di canto. Io non sono là per insegnare a cantare, ci mancherebbe. Ci sono i vocal coach che fanno quello. Io sono lì per dare una direzione artistica.

Essendo a mia volta dentro l’industria e avendo un percorso, credo di avere gusto per la musica, soprattutto per la musica che funziona oggi.

Quando mi arrivano opportunità del genere, ovvio che le prendo, ovvio che mi metto in gioco, perché non mi sono mai fermato davanti a niente. Non mi fermerò davanti a chi vuole lapidarmi senza nemmeno conoscermi. Sono un ragazzo di 28 anni che crede nei sogni come tutti gli altri.

Puoi essere per i ragazzi come un fratello maggiore che ha fatto lo stesso percorso?

Penso che il mio ruolo sia quello. Non sto qua per giudicare: ripeto, la qualifica prof di canto è sbagliata. Sono qui per fare direzione artistica, soprattutto per essere uno di loro, che può dare l’esempio che con il duro lavoro si può arrivare a dei risultati. Punto. Non pretendo nient’altro.

Questo è Gennaro, e questo è quello che voglio fare in questo programma, niente di più e niente di meno. Sono super orgoglioso e mega felice di aver reso felice la mia famiglia e le persone che mi hanno dato questa opportunità.

Nella scuola hai davanti un ragazzo che ha lavorato, pubblicato musica, speso soldi nei video e non sta ottenendo i risultati che sperava. Dice che deve smettere. Che cosa gli dici?

Farei quello che faceva mia mamma. Il mio confessionale era la cucina: quando capiva che dovevo parlare e non mi aprivo, mi portava lì e iniziava a punzecchiare: “come stai, come vanno le cose”.

Quando poi iniziavo a vuotare il sacco e dicevo che non ce la facevo più, mi provocava: “e vabbè, allora lascia stare, va’ a lavorare, trovati un lavoro”. Io mi incazzavo e dicevo che io voglio fare questo. Lei si metteva a ridere, mi guardava e faceva: “esatto, esatto”.

Voleva vedere il fuoco, la rabbia. Mi pungeva sul vivo, mi costringeva a dire: “ci tieni o no?” Mi diceva: “io lo so che tu lo vuoi fare. Quando non vedrò più il fuoco nei tuoi occhi, ti consiglierò di andare a lavorare”.

Ma finché mi rispondi così vuol dire che hai qualcosa da dire. Quindi tira fuori gli attributi, figlio mio, e vai, se veramente vuoi raccontare qualcosa. È la prima cosa che direi.

Mettiamo di essere a maggio, a percorso finito. Che cosa vorresti che un allievo dicesse di aver imparato lavorando con te?

A volersi bene, la prima cosa. A essere orgogliosi del loro lavoro, perché dietro la porta c’è l’autosabotaggio. Chiunque faccia l’artista ha il suo grillo parlante, il diavoletto che cerca di farci sviare e ci fa autosabotare.

Vorrei che tutte le persone che hanno lavorato con me si sentissero fiere del percorso che hanno fatto, e che in qualche modo io le avessi ispirate a fare sempre di più e sempre meglio. E che avessi insegnato loro a scoprire se stesse e quali sono le loro potenzialità.

Samurai Jay sorride con gli occhiali neri e una giacca grigia doppiopetto su sfondo grigio chiaro
Samurai Jay vorrebbe che gli allievi di Amici imparassero, prima di tutto, a volersi bene.

L’Auto-Tune secondo Samurai Jay: sì all’urban, no a indie e rock

Molti commenti negativi parlano di Auto-Tune. Per te che cos’è, e come lo userai con i ragazzi che seguirai?

Per me varia da artista ad artista, da genere a genere. Intanto va sfatata la disinformazione: molti pensano che l’Auto-Tune canti al posto tuo. È una follia. È uno strumento tecnico, è una correzione vocale.

Se ho un ragazzo che fa una roba più urban, dove a livello di stile serve quel tipo di modulazione, quel colore, io l’Auto-Tune lo faccio utilizzare, perché siamo nel 2026, con tutto il rispetto.

Se invece c’è un ragazzo che fa indie, rock, il bel canto, una cosa più aperta, dico no.

E se ho dei ragazzi che cantano e sono già studiati, l’Auto-Tune non è nemmeno necessario: lo si usa come pitch correction molto larga, molto lieve, per un ascolto pulito.

È come quando vado dal meccanico ad aggiustare l’auto: se non so cos’è la cinghia di distribuzione, non parlo. L’Auto-Tune è uno strumento tecnico che ha milioni di modi per essere utilizzato, e purtroppo la gente pensa che lo metti e diventi Mariah Carey, diventi Chris Brown.

E se dentro la scuola ti dovesse arrivare un ragazzo che si appoggia troppo all’Auto-Tune, perché non ha voglia di impegnarsi o confida che l’Auto-Tune metta a posto tutto, che cosa gli diresti?

Gli metto le cose chiare: qua siamo tutti per lavorare, come io sono qui per lavorare. Avete avuto questa opportunità e dovete lavorare. Alla base, che lo utilizzi stilisticamente o meno, si deve studiare.

E la cosa bella è che non avete solo l’esposizione e la visibilità: avete una scuola gratis, di gente che insegna cose che costano tanto. Qua si sta per studiare, non per diventare pop star. Poi, se Dio vuole, se andate bene durante il programma, lo diventate.

La prima opportunità che dovete capire di avere tra le mani è istruirvi con dei professionisti a titolo gratuito, ed è incredibile. Qua nessuno si deve sedere sugli allori. In quel caso farei il bad cop, il carabiniere cattivo, quando c’è bisogno di farlo.

Quanto AMI Samurai?

I voti dei lettori fanno la Top 20 di AMI Charts, che esce ogni sabato.

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Foto: ufficio stampa

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