Ink, la recensione del film d’apertura della Mostra del cinema di Venezia

2026/09/02

Categories: lifestyle

La frase più bella di Ink viene pronunciata dal proprietario del Daily Mirror mentre litiga con il direttore di The Sun: "Non hai inventato nulla", gli dice, "sei solo il primo che non si preoccupa delle conseguenze". Si riferisce alla linea editoriale di The Sun, sempre più spregiudicata (e di successo), ma si potrebbe dire la stessa cosa delle formazioni politiche populiste in crescita in tutto il mondo e dei loro leader che non sembrano preoccuparsi delle conseguenze di quello dicono e di quello che fanno, alzando tutti i giorni l'asticella dell'indicibile, dell'infattibile. In questo modo, l'ultimo film di Danny Boyle, una storia di giornalismo prima di internet, si collega al nostro presente.

Ink, in concorso all'ottantatreesima Mostra del Cinema di Venezia, è stato acquistato da Netflix che lo distribuirà negli Stati Uniti e in America Latina. In Italia invece arriverà, prossimamente, nelle sale con Lucky Red.

È la storia di come The Sun abbia ridefinito, soprattutto in peggio, il nostro rapporto con l'informazione. Il nuovo corso inizia con l'acquisizione da parte di Rupert Murdoch (Guy Pearce) nel 1969. L'imprenditore australiano assume come direttore Larry Lamb (Jack O'Connell), giornalista di alto profilo del Daily Mirror, all'epoca dei fatti il quotidiano del Regno Unito al primo posto nella classifica delle vendite. Lamb, in una sequenza che sembra quella del "reclutamento" dei tipi più strambi in un heist movie, mette insieme una redazione di outsider, tra cui c'è anche Jules Davies (Claire Foy), che nel film è l'unica donna del gruppo. Questa banda di scappati di casa ha una missione, affidatagli dallo stesso Murdoch: creare un quotidiano popolare, che faccia leva sugli istinti, sui desideri sepolti e inconfessabili dei lettori, che segua intenzionalmente gli eccessi (anche nella veste grafica) pur di attirare l'attenzione e fare scandalo. L'obiettivo diventa presto quello di superare le vendite del Daily Mirror.

Gli affari sono una questione personale

Nei film che raccontano la nascita di un'impresa, di un'azienda o di una singola invenzione, viene quasi sempre messo in luce come quell'impresa, quell'azienda o quell'invenzione siano state, in realtà, una questione strettamente personale. Per Ink anche la nascita di The Sun, e la direzione che ha preso, sono nate da un desiderio di vendetta. Lamb, ad esempio, continuava a sbattere la testa contro un tetto di vetro che gli impediva di fare carriera, covando inoltre un istinto di rivalsa contro alcuni giornalisti che in passato gli avevano fatto qualcosa di orribile. Murdoch, sempre secondo l'interpretazione che ne danno Boyle e il suo sceneggiatore, James Graham, non aveva la pasta per adattarsi ai rigidi protocolli sociali degli inglesi e veniva continuamente snobbato dall'alta società. Ciascuno dei componenti della redazione aveva qualcosa da rivendicare. Vale anche per Jules (una sintesi di diverse impiegate che lavorarono al giornale nella realtà): voleva parlare alle donne, non alle donne immaginate dagli uomini. Per riuscirci era disposta a fare buon viso a cattivo gioco.

ink. (l to r) guy pearce as murdoch and jack oconnell as lamb in ink. cr. anthony dickenson © 2026.pinterest

Anthony Dickenson

Come The Social Network, altro film che lega l'interiorità del personaggio alla capacità di inventare qualcosa di nuovo, anche Ink inizia con una conversazione, un dialogo pieno di espressioni a effetto, un duello verbale: in entrambi i casi, la scrittura è di buon livello, come pure le interpretazioni e i tempi sono quelli giusti, ma in Ink manca il conflitto. Non capiamo chi, tra Murdoch e Lamb, sia l'idealista e chi, invece, il cinico spregiudicato. All'inizio si resta leggermente confusi, ma con il tempo si comprende il motivo di tale indecisione. Murdoch insegna al direttore del Sun che ogni cosa è notizia se fa vendere i giornali, ma Lamb si spinge troppo oltre su questa strada, superando quello che Murdoch considerava ammissibile. Grazie a Lamb, il tabloid diventa la pietra angolare dell'impero di Murdoch.

ink. claire foy as jules davies in ink. anthony dickenson © 2026.pinterest

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Come in 28 anni dopo, il suo film precedente, Boyle calca la mano con la regia: Ink è un film di inquadrature sghembe, invenzioni registiche, momenti di forte soggettivizzazione, durante i quali suoni e immagini sono distorti dall'emozione fortissima che sta provando il protagonista. In una scena, O'Connell sembra quasi recitare un monologo su un palco: è coerente con quello che Ink era prima di questo film, ovvero uno spettacolo teatrale dello sceneggiatore Graham. Interrogando il presente con una storia ambientata nel passato, Ink è il film giusto per aprire Venezia, al netto delle solite ragioni (star di richiamo, appeal per il grande pubblico). Il Festival inizia con uno spunto per riflettere sul qui e ora partendo da lontano, qualcosa di paradossalmente molto diverso dalla stretta attualità di un giornale.

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Guardo film e gioco a videogiochi, da un certo punto della vita in poi ho iniziato anche a scriverne. Mi affascinano gli angolini sperduti di internet, la grafica dei primi videogiochi in 3D e le immagini che ricadono sotto l’ombrello per nulla definito della dicitura aesthetic, rispetto alle quali porto avanti un’attività di catalogazione compulsiva che ha come punto d’arrivo alcuni profili Instagram. La serie TV con l’estetica migliore (e quella migliore in assoluto) è comunque X-Files, che non ho mai finito per non concepire il pensiero “non esistono altre puntate di X-Files da vedere per il resto della mia vita”. Stessa cosa con Evangelion (il manga).  

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