
Quest'anno, la stagione degli incendi si sta rivelando particolarmente distruttiva, con Francia, Spagna e la stessa Italia che si ritrovano a dover affrontare questo tipo di emergenze. E ogni estate, insieme alle fiamme, si torna a parlare di piromani, di dolo e di speculazione edilizia.
Ma cosa sappiamo davvero? Partiamo dall'inizio: il fuoco non è un oggetto, è una reazione chimica che per esistere ha bisogno di tre elementi precisi e basta sottrarne uno per spegnerla.
Da qui si capisce tutto il resto: come una fiamma diventa un fronte di chilometri, perché un Canadair da solo non basta e, soprattutto, chi appicca il fuoco e perché. Perché dietro la fetta dolosa c'è spesso un interesse molto concreto. Secondo il report dell'ISPRA, in Italia solo il 2% degli incendi estivi ha una causa naturale: significa che il 98% dei roghi è provocato dall'uomo.
Vediamo quindi i meccanismi di innesco e quali sono i motivi per i quali un incendio si diffonde più o meno velocemente in pianura o tra i rilievi, mettendo ordine tra dati solidi e zone grigie e separando ciò che la scienza conferma da ciò che resta incerto.
Cos'è davvero il fuoco: il triangolo che tiene viva la fiamma
Il fuoco è una reazione chimica di ossidazione rapida che libera luce e calore. Per esistere ha bisogno di tre elementi, quello che i pompieri chiamano triangolo del fuoco: un combustibile (in un bosco l'erba secca, le foglie, i rami, la resina), un comburente (l'ossigeno dell'aria, circa il 21%) e un innesco di calore che porti il combustibile alla temperatura di accensione.
La conseguenza è tutta qui: se si sottrae anche solo uno dei tre lati, la combustione si arresta. È il principio su cui si basa ogni tecnica di spegnimento.
Perché un incendio corre così veloce? Vento, pendenza e "spotting"
A trasformare un focolaio in un fronte di chilometri sono soprattutto tre fattori. Il vento porta ossigeno alle fiamme e le piega in avanti, preriscaldando il combustibile ancora intatto; può inoltre innescare lo spotting, cioè la proiezione di tizzoni ardenti anche a centinaia di metri, che generano nuovi focolai oltre il fronte.
La pendenza accelera il fuoco in salita, perché il calore sale per convezione ed essicca in anticipo la vegetazione più in alto: per questo non si fugge mai verso monte.
Infine, c'è la quantità e la secchezza del combustibile: un bosco abbandonato brucia molto più facilmente, e la crisi climatica, allungando siccità e calura, tiene la vegetazione infiammabile per più mesi all'anno.
Ma come si spegne un incendio? Le squadre agiscono su uno dei lati del triangolo. Con l'attacco diretto si abbassa il calore o si soffocano le fiamme: il Canadair, ad esempio, sgancia circa 6.000 litri d'acqua che agiscono soprattutto per pressione e sottrazione di ossigeno, ma è efficace solo con fronti bassi.
Con l'attacco indiretto, invece, si toglie il combustibile, aprendo fasce parafuoco davanti al fronte, oppure con il controfuoco, un rogo controllato che brucia in anticipo la vegetazione.
In Italia la flotta aerea è coordinata dal COAU e conta circa 18 Canadair, più alcuni elicotteri: numeri che rendono la prevenzione, non lo spegnimento, la vera partita.
Naturali o dolosi? Un dato solido e uno molto incerto
Il dato solido è che il fuoco, in Italia, è quasi sempre provocato dall'attività umana: in Europa circa il 96% degli incendi ha origine antropica e solo il 4% è naturale. In Italia, le cause naturali si fermano intorno al 2%, secondo quanto confermato dal rapporto ISPRA: significa che il 98% degli incendi è causato dall'uomo.
Molto più incerto, invece, è il confine tra dolo e colpa. Secondo la ripartizione storica del Corpo Forestale dello Stato, sul totale degli incendi il 58% risulta doloso, il 16,9% colposo e circa l'1-1,5% naturale o accidentale, ma ben il 23,6% resta di causa dubbia, non accertata. E nelle statistiche dei Vigili del Fuoco la quota di origine ignota è anche più alta.
Non solo: quando si prova a stimare una causa anche per i casi incerti, gli incendi involontari potrebbero perfino superare quelli dolosi (54% contro 42%). Il quadro onesto, quindi, è che il fuoco è quasi sempre umano, ma la ripartizione tra chi appicca per dolo e chi per negligenza va presa con prudenza.
Chi appicca gli incendi e perché? Dagli interessi agricoli al mito della speculazione
Restando sulla fetta dolosa, che è una parte rilevante ma non l'intero fenomeno, dietro il fuoco volontario c'è quasi sempre un interesse: è la differenza tra il piromane, che agisce per una patologia in modo seriale, e l'incendiario, che agisce per un tornaconto. Secondo la classificazione della Protezione Civile la motivazione principale è agricolo-pastorale (rinnovo dei pascoli, ampliamento dei coltivi): in un'analisi sugli arresti per incendio doloso oltre il 37% era legato a finalità agricole e di pastorizia, mentre circa il 9% riguardava addetti allo spegnimento in cerca di lavoro (analisi periodo 2000-2010). Seguono vendette, proteste e il risentimento verso vincoli e aree protette.
C'è poi la motivazione più citata e la più fraintesa: la speculazione edilizia. La legge quadro 353/2000 rende infatti l'affare quasi impossibile: sui terreni percorsi dal fuoco la destinazione d'uso non può cambiare per almeno 15 anni ed è vietato edificare per 10, con l'obbligo di richiamare il vincolo negli atti di compravendita a pena di nullità (Legge 353/2000, art. 10). La stessa Protezione Civile definisce la speculazione edilizia una previsione errata di chi appicca. Il vero motore del doloso in Italia resta molto più prosaico: pascolo, agricoltura e tornaconti locali.
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