Imputabilità dei minori già a 14 anni, ma il cervello non è ancora adulto

2026/07/24

Categories: health-wellness

Un adolescente deve rispondere di ciò che fa. Ma una società adulta dovrebbe preoccuparsi anche di capire come abbia fatto ad arrivare fin lì. C’è qualcosa di rassicurante nella frase: “chi sbaglia paga”. Rimette ordine, almeno per qualche secondo, in quel senso di impotenza che proviamo davanti alle immagini di ragazzi giovanissimi che picchiano, rapinano, umiliano e qualche volta filmano tutto, come se senza un pubblico persino la violenza perdesse valore.

Il provvedimento approvato dal governo nasce dentro questo clima. Non abbassa l’età dell’imputabilità, che resta fissata a quattordici anni, ma cambia il punto di partenza: tra i 14 e i 18 anni la capacità di intendere e di volere viene presunta, salvo prova contraria. Il principio è comprensibile. Anche un adolescente deve sapere che le proprie azioni hanno conseguenze e forse, qualche volta, abbiamo confuso l’ascolto con l’indulgenza, la comprensione con la giustificazione.

La difficoltà di dominare gli impulsi

Ma a quattordici anni si può sapere perfettamente che rubare è sbagliato e, nello stesso tempo, non possedere ancora gli stessi strumenti di un adulto per dominare un impulso, sottrarsi alla pressione del gruppo o immaginare davvero le conseguenze di ciò che si sta facendo. Non è una scusa. È uno dei motivi per cui abbiamo sempre distinto la giustizia minorile da quella degli adulti. E non dobbiamo neppure raccontarci che dietro ogni ragazzo violento ci siano necessariamente una famiglia assente, una periferia difficile o una storia di emarginazione. Sarebbe un’altra semplificazione.

Fra rischio e bisoogno di riconoscimento

Il bisogno di riconoscimento, l’eccitazione del rischio, il desiderio di impressionare gli altri e quella particolare sensazione adolescenziale di essere invulnerabili attraversano ambienti sociali molto diversi. Per questo mi convince poco anche l’etichetta “anti-maranza”.

Le parole funzionano bene nei titoli, molto meno quando devono spiegare le persone. Dentro quella definizione finiscono ragazzi diversissimi: chi cerca nel branco un’identità, chi vive una condizione di marginalità, chi imita per sentirsi accettato e chi sta invece imboccando una vera traiettoria criminale. Trattarli tutti allo stesso modo significa rischiare di comprenderli quando ormai è troppo tardi.

La violenza e il pubblico online

Oggi, inoltre, la violenza possiede un elemento che fino a qualche anno fa non aveva con questa forza: un pubblico sempre disponibile. Si picchia e si riprende, si umilia e si condivide. A volte non basta più fare paura a chi si ha davanti, bisogna mostrarlo a chi sta dall’altra parte dello schermo. Lo smartphone diventa così un amplificatore della reputazione e il gruppo digitale continua ciò che il branco ha cominciato per strada.

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Il ruolo dello Stato

Di fronte a tutto questo lo Stato deve essere fermo. Capire chi commette una violenza non significa dimenticare chi l’ha subita: la prima responsabilità resta proteggere le vittime. Un ragazzo deve incontrare un limite e sapere che oltre quel limite esistono conseguenze reali. Ma, soprattutto nell’adolescenza, conta molto che quelle conseguenze siano certe, comprensibili e vicine nel tempo. La responsabilità si costruisce collegando un gesto a ciò che produce, non soltanto aumentando la paura della pena.

Il vero problema è che troppo spesso questi ragazzi li incontriamo soltanto alla fine della storia, quando arrivano una volante, un pronto soccorso o un giudice. Molto meno ci interroghiamo sul capitolo precedente: quando hanno cominciato a pensare che per essere rispettati fosse necessario fare paura, quando il gruppo è diventato più importante della propria coscienza, quando qualcuno ha smesso di andare a scuola senza che nessuno riuscisse davvero a raggiungerlo.

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La prevenzione

Per questo alla fermezza devono accompagnarsi prevenzione, sostegno alle famiglie, psicologia nelle scuole, interventi nei territori e percorsi di giustizia riparativa. Non per essere più indulgenti con chi sbaglia, ma per essere abbastanza seri da pretendere che non lo faccia di nuovo. Punire un ragazzo è relativamente semplice. Aiutarlo a comprendere ciò che ha fatto, senza permettere che quell’errore diventi la sua identità, lo è molto meno. Forse la sicurezza di una società si misura non soltanto da quanti ragazzi riesce a portare davanti a un giudice, ma da quanti riesce a raggiungere un attimo prima.

Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta Presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche

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