Un adolescente deve rispondere di ciò che fa. Ma una società adulta dovrebbe preoccuparsi anche di capire come abbia fatto ad arrivare fin lì. C’è qualcosa di rassicurante nella frase: “chi sbaglia paga”. Rimette ordine, almeno per qualche secondo, in quel senso di impotenza che proviamo davanti alle immagini di ragazzi giovanissimi che picchiano, rapinano, umiliano e qualche volta filmano tutto, come se senza un pubblico persino la violenza perdesse valore.
Il provvedimento approvato dal governo nasce dentro questo clima. Non abbassa l’età dell’imputabilità, che resta fissata a quattordici anni, ma cambia il punto di partenza: tra i 14 e i 18 anni la capacità di intendere e di volere viene presunta, salvo prova contraria. Il principio è comprensibile. Anche un adolescente deve sapere che le proprie azioni hanno conseguenze e forse, qualche volta, abbiamo confuso l’ascolto con l’indulgenza, la comprensione con la giustificazione.
La difficoltà di dominare gli impulsi
Ma a quattordici anni si può sapere perfettamente che rubare è sbagliato e, nello stesso tempo, non possedere ancora gli stessi strumenti di un adulto per dominare un impulso, sottrarsi alla pressione del gruppo o immaginare davvero le conseguenze di ciò che si sta facendo. Non è una scusa. È uno dei motivi per cui abbiamo sempre distinto la giustizia minorile da quella degli adulti. E non dobbiamo neppure raccontarci che dietro ogni ragazzo violento ci siano necessariamente una famiglia assente, una periferia difficile o una storia di emarginazione. Sarebbe un’altra semplificazione.
Fra rischio e bisoogno di riconoscimento
Il bisogno di riconoscimento, l’eccitazione del rischio, il desiderio di impressionare gli altri e quella particolare sensazione adolescenziale di essere invulnerabili attraversano ambienti sociali molto diversi. Per questo mi convince poco anche l’etichetta “anti-maranza”.
Le parole funzionano bene nei titoli, molto meno quando devono spiegare le persone. Dentro quella definizione finiscono ragazzi diversissimi: chi cerca nel branco un’identità, chi vive una condizione di marginalità, chi imita per sentirsi accettato e chi sta invece imboccando una vera traiettoria criminale. Trattarli tutti allo stesso modo significa rischiare di comprenderli quando ormai è troppo tardi.
La violenza e il pubblico online
Oggi, inoltre, la violenza possiede un elemento che fino a qualche anno fa non aveva con questa forza: un pubblico sempre disponibile. Si picchia e si riprende, si umilia e si condivide. A volte non basta più fare paura a chi si ha davanti, bisogna mostrarlo a chi sta dall’altra parte dello schermo. Lo smartphone diventa così un amplificatore della reputazione e il gruppo digitale continua ciò che il branco ha cominciato per strada.
Il ruolo dello Stato
Di fronte a tutto questo lo Stato deve essere fermo. Capire chi commette una violenza non significa dimenticare chi l’ha subita: la prima responsabilità resta proteggere le vittime. Un ragazzo deve incontrare un limite e sapere che oltre quel limite esistono conseguenze reali. Ma, soprattutto nell’adolescenza, conta molto che quelle conseguenze siano certe, comprensibili e vicine nel tempo. La responsabilità si costruisce collegando un gesto a ciò che produce, non soltanto aumentando la paura della pena.
Il vero problema è che troppo spesso questi ragazzi li incontriamo soltanto alla fine della storia, quando arrivano una volante, un pronto soccorso o un giudice. Molto meno ci interroghiamo sul capitolo precedente: quando hanno cominciato a pensare che per essere rispettati fosse necessario fare paura, quando il gruppo è diventato più importante della propria coscienza, quando qualcuno ha smesso di andare a scuola senza che nessuno riuscisse davvero a raggiungerlo.
La prevenzione
Per questo alla fermezza devono accompagnarsi prevenzione, sostegno alle famiglie, psicologia nelle scuole, interventi nei territori e percorsi di giustizia riparativa. Non per essere più indulgenti con chi sbaglia, ma per essere abbastanza seri da pretendere che non lo faccia di nuovo. Punire un ragazzo è relativamente semplice. Aiutarlo a comprendere ciò che ha fatto, senza permettere che quell’errore diventi la sua identità, lo è molto meno. Forse la sicurezza di una società si misura non soltanto da quanti ragazzi riesce a portare davanti a un giudice, ma da quanti riesce a raggiungere un attimo prima.
Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta Presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche
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