Ilva, l’area a caldo e i giudici: una tripla per Taranto (che non è Milano)

2026/09/19

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Sembra partita da uno-due-ics, con risultato ancora aperto, soprattutto ora che la Corte di Cassazione, sorprendendo tutti e smentendo le previsioni di tempi lunghi, ha anticipato al 20 ottobre la discussione sul ricorso di Ilva e Acciaierie d’Italia contro la chiusura dell’area a caldo del siderurgico. Uno stop alla produzione, quest’ultimo, che ha creato comprensibile scompiglio, disposto con ordinanza dalla Corte d’Appello di Milano pochi giorni fa dopo il procedimento promosso dall’associazione dei Genitori Tarantini. La stessa Corte d’Appello adesso, e proprio a seguito dell’intervento della Suprema Corte, ha fissato al 30 settembre la decisione sull’istanza di Ilva e Acciaierie di sospendere le procedure di spegnimento in attesa, appunto, del verdetto degli ermellini. A sezioni unite.

Uno-due-ics, allora. La data del 16 settembre scorso ha cambiato volto e direzione alla vertenza Ilva. Da punto di non ritorno – e perciò irreversibile – nel processo di chiusura degli altiforni a punto di flesso nella curva di salvataggio del polo industriale: sembrava tutto scritto, ritorna tutto in gioco. Varcata quella soglia-limite, sarebbe stato impossibile tornare indietro dopo i pronunciamenti del Tribunale di Milano prima e della Corte d’Appello poi (competenti in base alla sede legale delle società coinvolte), entrambi in accoglimento del ricorso arrivato dai cittadini di Taranto, undici per la precisione, contro l’inquinamento prodotto dalla fabbrica, tra amianto ed emissione di polveri sottili, e l’impatto devastante sulla salute. Per i giudici, il diritto alla vita prevale su tutto. Punto. La data del 20 ottobre in Corte di Cassazione cade sei giorni prima della prevista chiusura dell’area a caldo, imposta con ordinanza e fissata al 26 ottobre. Se fossero andate avanti le procedure di spegnimento – ora invece congelate in attesa della prima decisione utile, quella del 30 settembre – l’iter sarebbe stato irreversibile una volta oltrepassato il limite indicato.

Messe in fila tutte le date (16 settembre - 30 settembre - 20 ottobre - 26 ottobre, ognuna con diverso significato e aspettativa), cosa succede ora? Per il momento sono stati già sospesi i licenziamenti (2.500) programmati dall’indotto. E intanto si studiano gli adeguati ammortizzatori sociali, da attivare se e quando necessario alcuni, subito dal primo ottobre altri (cassa integrazione in deroga per quattromila addetti delle aziende collegate). In discussione diverse misure, dagli incentivi all’esodo fino alle indennità per esposizione all’amianto e lavoro usurante. Ieri l’ultimo incontro governo-sindacati. Il verdetto della Cassazione e la decisione della Corte d’Appello saranno cruciali ai fini della strada da intraprendere.

Partita aperta, dunque. In gioco ci sono i processi di decarbonizzazione dell’impianto, i tempi per la completa ambientalizzazione dell’azienda. E, prima ancora, l’assegnazione della fabbrica a nuovi proprietari dopo il lungo commissariamento e all’esito di una procedura di vendita complessa. Per ora sembra in vantaggio la proposta di Jindal rispetto alla cordata nazionale (limitata all’area a freddo), anche perché il gruppo indiano ha presentato un’offerta mentre i 15 industriali italiani hanno solo avanzato una manifestazione d’interesse. E su tutto aleggia sempre l’ipotesi – in forma di richiesta più o meno pressante a seconda delle fasi alterne – di un intervento diretto dello Stato a garanzia. Il governo ha confermato il futuro green del polo siderurgico e la volontà di andare avanti. Ma anche qui con modalità tutte da definire. Quasi certamente forni elettrici al posto degli altiforni, “in funzione da sessant’anni e più volte rattoppati” (lo dicono i “Genitori”, lo richiamano i giudici), tuttavia senza alcuna certezza con riferimento alla produzione interna o esterna del Dri, il preridotto necessario alla lavorazione dell’acciaio.

Per ora la priorità è nella salvaguardia dei posti di lavoro. E, va aggiunto, ci mancherebbe pure: il polo tarantino è stato fin qui (e si spera possa esserlo anche in futuro, ma decisamente su tutt’altre basi) un asset strategico nazionale di rilevanza straordinaria. La città, con lo stabilimento siderurgico più importante d’Europa, ha sostenuto la produzione di acciaio primario con costi altissimi e tragici – come riscontrato dalla magistratura – sotto il profilo ambientale e sanitario. La presa in carico del futuro occupazionale (ma anche esistenziale) di lavoratori e addetti, diretti e indiretti, è un dovere etico e morale dell’Italia, prima ancora di essere un tavolo di trattative per l’ennesima vertenza sindacale. Su questo poco da aggiungere.

Ma poco da aggiungere anche su un altro aspetto, su cui i punti di vista sono diversi (e non dovrebbero). Nella definizione complessiva della partita bisogna ricordare che la priorità va alla salute e all’ambiente. Valori non negoziabili né in alcun modo barattabili. Dal 2022, con la modifica degli articoli 9 (tutela dell’ambiente) e 41 (iniziativa economica e salute), sono scolpiti in forma oltremodo evidente nella Costituzione e rientrano a pieno titolo tra i principi fondamentali della Repubblica. Una modifica della Carta che evidentemente sfugge a quanti ancora richiamano la sentenza della Consulta, risalente al 2013, sul bilanciamento tra il diritto alla salute, la tutela ambientale e la salvaguardia dei livelli occupazionali operato dal primo decreto salva-Ilva (molti altri se ne sono susseguiti da allora ad oggi, con notevole dispendio di risorse pubbliche e impatto limitato, se non proprio nullo, sulla riconversione dell’impianto). Di certo non è sfuggito alla Corte d’Appello di Milano, che lo ha ricordato in vari passaggi, col sovrappiù del rimando alle norme perentorie in ambito europeo.

Dal 2012 – esplosione dell’inchiesta “Ambiente svenduto” – la magistratura requirente e giudicante, da Taranto a Milano, afferma che quella fabbrica inquina, molto, troppo, e da quattordici anni la politica, di qualsiasi colore, orientamento e composizione di governo, non trova una soluzione. La chiarezza dei numeri rende superflua qualsiasi altra considerazione, pur nell’evidente complessità del caso. E, per dirla tutta, lasciano perplessi i documenti riservati di Acciaierie, filtrati a ridosso dell’ordinanza della Corte d’appello, tesi a dimostrare come le polveri sottili di Taranto siano a un livello inferiore rispetto a quelle del tessuto urbano di Milano. Al di là di tutte le considerazioni di merito sui livelli accettabili di inquinamento, resta che la normativa dell’Unione europea richiamata nell’ordinanza sulla chiusura dell’area a caldo – direttiva 2010/75 – fa riferimento nel titolo solo alle emissioni provocate dalle attività industriali, non allo smog cittadino (disciplinato diversamente). Ma ora la parola va alla Corte di Cassazione, a sezioni unite, come detto. E sarà dirimente. Pur nella constatazione che la politica industriale del paese, nel vuoto di certezze riscontrato negli ultimi lustri, la fanno i giudici.

Partita aperta, dunque. Uno-due-ics. Una tripla che, nel rinvio ai principi vitali e sacrosanti sanciti in varie sedi, ricorda una delle più famose canzoni di Ligabue. “Vivo, morto o ics”. Per quanto possa sembrare un’iperbole, non lo è. Proprio no. Passare da Taranto per credere. Magari sfidando i fischi.
 

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