Il conto corrente dell’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Salis è stato pignorato per il mancato pagamento di alcune spese legali legate alla vicenda dei due collaboratori parlamentari licenziati nel 2025.
Il provvedimento, definito “pignoramento presso terzi”, riguarda un importo di circa 7mila euro e si aggiunge alla condanna di primo grado che impone a Salis di risarcire gli ex assistenti per oltre 300mila euro.
L’eurodeputata ha già presentato appello contro la sentenza e aveva tentato, senza successo, di bloccare l’esecuzione della condanna e gli atti di precetto notificati dai due ex collaboratori.
Perché Ilaria Salis ha il conto pignorato
Il pignoramento del conto di Ilaria Salis deriva dal mancato pagamento delle spese legali previste dalla sentenza di primo grado emessa dal Tribunale del lavoro di Milano, che ha ritenuto illegittimi i licenziamenti dei due collaboratori.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, gli avvocati degli ex assistenti hanno attivato la procedura di pignoramento “presso terzi”, che consente di aggredire direttamente il conto bancario intestato all’eurodeputata, sul quale viene accreditato anche lo stipendio del mandato al Parlamento europeo.
L’importo contestato in questa fase è di circa 7mila euro, relativo alle spese processuali, mentre resta pendente l’obbligo di risarcimento principale, quantificato in poco più di 300mila euro tra compensi non corrisposti e danni.
Prima dell’estate, Salis aveva presentato due ricorsi civili per sospendere l’esecuzione della sentenza e gli atti di precetto, ma il tentativo di bloccare la procedura non ha avuto esito positivo.
Salis come si era difesa per la vicenda dei collaboratori licenziati
Fin dalle prime notizie sulla condanna, Ilaria Salis ha contestato la regolarità del procedimento di primo grado, sostenendo di non essere stata informata per tempo della causa intentata contro di lei.
In una nota diffusa a luglio 2026, l’eurodeputata ha spiegato che la notifica degli atti sarebbe avvenuta presso la sua residenza milanese, pur essendo note alle controparti modalità alternative di comunicazione, come l’invio di messaggi alla sua casella di posta elettronica o alla PEC.
Secondo Salis, questa circostanza le avrebbe impedito di difendersi nel giudizio di primo grado, svoltosi in sua assenza e “a sua insaputa”, portando il Tribunale a decidere esclusivamente sulla base degli elementi forniti dai ricorrenti.
Sul merito dei licenziamenti, l’eurodeputata ha fatto riferimento a una “rottura del rapporto di fiducia” con i due ex collaboratori, Valentina Dadda e Francois Gelmetti, arrivando a dichiarare in un’intervista che “ormai non ci parlavamo neanche più”.
Dalle carte del tribunale emergono invece le motivazioni addotte da Salis per il recesso: presunte mancate risposte alle mail e iniziative non concordate da parte degli assistenti, elementi che il giudice non ha ritenuto sufficienti a configurare una giusta causa.
La decisione in appello è attesa nei prossimi mesi e, secondo quanto dichiarato dalla stessa Salis, il successivo grado di giudizio dovrebbe “accertare correttamente i fatti”.
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