Le ‘rivoluzioni’ introdotte da Franco Fontana nell’universo della fotografia sono state sicuramente due: il colore e la composizione. "Senza dubbio è stato uno degli autori che, più di altri, tra gli anni ‘60 e ‘70 ha contribuito a staccare la fotografia italiana dalla continuità con il neorealismo. La sua foto non era descrittiva, non era documentaria, ma introduceva tutta una nuova strada. In cui anche il colore diventava protagonista", sottolinea il professor Walter Guadagnini, fra i più autorevoli storici della fotografia, che fra il 1995 e il 2005 ha guidato la Galleria Civica di Modena. Dal 2016 fino allo scorso anno ha diretto Camera, il Centro italiano per la fotografia di Torino, e ha anche curato numerose edizioni di "Fotografia Europea" a Reggio Emilia.
Come conobbe Franco Fontana? "Il primo ricordo è proprio legato a Modena. Mi ero insediato da poco alla direzione della Civica, e nel gennaio 1995 inaugurammo proprio una mostra dedicata a Franco Fontana: l’aveva ideata e organizzata Flaminio Gualdoni che mi aveva preceduto, e con lo staff della Civica la conducemmo in porto. Poi con Franco abbiamo realizzato molti altri lavori, il suo rapporto con la città è stato sempre molto forte".
Chi è stato Franco Fontana? "Per capire chi fosse Fontana, basti pensare alla raccolta che lui ha donato alla Galleria Civica: sono tutte fotografie di grandi autori, suoi coetanei, frutto di scambi fra lui e tantissimi altri autori celeberrimi. Questa raccolta ci dice quanto Franco Fontana abbia fatto parte, a pieno titolo, dell’universo dei grandi della fotografia, e al contempo ci rivela il suo fortissimo legame con Modena: avrebbe potuto cedere questa collezione a qualsiasi altro museo nel mondo che sicuramente l’avrebbe accolta a braccia aperte, ma lui scelse di destinarla alla sua città. Non era scontato, assolutamente".
Da un punto di vista tecnico, Fontana è ricordato come maestro del colore... "Certo, oggi, in questa epoca di smartphone, Tik Tok, Instagram e quant’altro, ci sembra normale vedere tutto a colori, e il bianco e nero ci appare come qualcosa di ‘diverso’. Ma proviamo a tornare agli anni ‘60 degli esordi di Fontana: allora quasi tutti fotografavano ancora in bianco e nero, e scattare a colori era un gesto quantomeno sorprendente, se non rivoluzionario. Fontana volle e seppe farlo. Con un’attenzione specifica alla composizione".
In che modo? "Sicuramente Fontana ragionava in termini di composizione quasi pittorica. E anche in questo si è staccato moltissimo da altri autori del suo tempo che ancora invece erano legati al neorealismo e alla foto documentaria. Il suo era un modo di fotografare completamente differente che aveva i suoi corrispettivi in Europa e nel mondo: all’interno di quell’area, Franco è stato uno dei più protagonisti".
I paesaggi sono stati le sue icone... "Sì, lo hanno rivelato, perché fin da subito è stato compreso che quelle immagini erano all’avanguardia nella fotografia. Poi, ovviamente, come spesso avviene, sono diventati per lui quasi un’etichetta, un marchio, ‘Guarda quel paesaggio, sembra una foto di Fontana...’, capitava di dire. Anche se Fontana ha realizzato altri meravigliosi lavori come ‘Sorpresi nella luce americana’ che presentammo proprio alla Civica".
E com’era Franco? "Molto divertente, ironico, anche autoironico, e credo che gli piacerebbe essere ricordato anche per questo suo tratto. Diceva sempre ‘Se mi fossi chiamato Frank Fountaine, sarei diventato più famoso’, ma ovviamente era ben consapevole e convinto della qualità del suo lavoro. Di certo, Modena farà bene a continuare a valorizzare la sua eredità artistica".
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