«Solo a me e prima di tutti». La norma, con un beneficiario quasi unico, è spuntata qualche mese fa nel decreto numero 19 del 19 febbraio 2026, da molti conosciuto come "Decreto Pnrr", ma che andrebbe invece ribattezzato come il "Decreto Webuild". E la ragione è semplice. A un problema sentito in tutto il settore, quello di ottenere pagamenti certi e rapidi, e ristori per il caro materiali per tutte le imprese, si è deciso di dare risposta sostanzialmente ad un'unica sola società. Webuild, appunto. È da quel provvedimento che bisogna dunque partire se si vogliono comprendere le ragioni per le quali il gruppo di costruzioni ha inviato al governo una lettera allarmata e allarmante, che ha affondato in Borsa il titolo della società, arrivata a perdere in una sola seduta (mercoledì 9 settembre) l'8 per cento, portando le perdite in un anno a Piazza Affari a oltre il 45 per cento, e facendo sorgere dubbi tra gli analisti sulle prospettive di cassa del gruppo. Cosa è successo e perché il decreto Webuild del febbraio scorso è così rilevante? La sostanza è questa. Il provvedimento ha permesso di ottenere anticipazioni fino al 10 per cento delle "riserve" riferite a oneri già sostenuti e sui quali non si è ancora pronunciato il Collegio consultivo tecnico.
Il meccanismo
Funziona così: parte un'opera, magari tempo dopo che è stata appaltata. La società che la realizza vede che i prezzi dei materiali sono aumentati, o che ci sono delle varianti necessarie. Allora iscrive nei conteggi dei costi extra che, tecnicamente, si chiamano riserve, ma che devono essere poi riconosciuti. Qui entra in gioco il Collegio consultivo tecnico, un istituto terzo tra appaltatore e committente, creato ad hoc, e che decide se chi realizza l'opera ha diritto ad avere riconosciuti questi "extra". Solo che questi Collegi consultivi, degli organismi creati a garanzia e protezione della stazione appaltante e delle imprese, a Webuild non piacciono. Sostiene che i tempi delle decisioni siano troppo lunghi. In realtà i Collegi i tempi li hanno drasticamente tagliati, perché prima della loro creazione si passava per i tribunali ordinari e ci volevano anni a dirimere le questioni. Comunque sia, il gruppo li vorrebbe scavalcare e discutere direttamente con il Committente, Rfi o, meglio ancora, con il governo. Essere in tal senso, una "eccezione" rispetto alle altre imprese. Avere una corsia preferenziale. Torniamo al decreto Webuild. Il provvedimento 19 del 2026, ha consentito solo ed esclusivamente alle imprese impegnate nei lavori sulle infrastrutture ferroviarie finanziate con le risorse del Pnrr di poter avere una anticipazione del 10 per cento sulle proprie riserve, senza dover passare preventivamente dall'esame dei Comitati tecnici.
E questa è la prima evidente anomalia perché, come ha ricordato il vice ministro alle infrastrutture Edoardo Rixi, l'85 per cento delle opere ferroviarie in Italia è stata appaltata proprio a Webuild. Di fatto un monopolio che mette in una posizione difficile la stessa stazione appaltante siccome l'appaltatore ha la possibilità di poter bloccare non un singolo cantiere, ma quasi tutti i lavori di infrastrutturazione ferroviaria del Paese. Ma torniamo al "privilegio" dell'anticipo sulle riserve. È stato di grande aiuto alla cassa del gruppo di costruzioni. Grazie al decreto ha ottenuto cospicui anticipi di risorse per le riserve che ha comunicato entro il 30 marzo del 2026.
Il passaggio
Non ha importanza, insomma, la ragione o il torto, i soldi sono arrivati subito. Un'iniezione di liquidità che, per stessa ammissione di Webuild, ha costituito «l'unico presidio di cassa che stava sostenendo i costi già sostenuti e non fatturabili». A quanto ammontino gli anticipi non è noto. Quello che invece è noto, e ha destato una grande preoccupazione, è l'ammontare indicato nella lettera inviata al governo delle riserve comunicate: ben 22 miliardi, di cui 13 per lavori già eseguiti, vale a dire quella categoria di riserve che con il decreto Webuild darebbe in teoria diritto alle anticipazioni. Un importo decisamente elevato, se si considera, come spiega la lettera inviata al governo e a Rfi, che in corso Webuild ha 18 cantieri per un valore di 30 miliardi. Riserve così ingenti, da preoccupare lo stesso governo vista la minaccia, non troppo velata, della società, di bloccare i cantieri ferroviari nel caso in cui Palazzo Chigi, Tesoro, Infrastrutture, e le stesse Ferrovie, non volessero sedersi al tavolo per trovare una soluzione. Ma c'è di più.
Tutte le vie prospettate sarebbero a vantaggio sempre e solo di Webuild. Come, per esempio, il suggerimento alle Ferrovie di rimandare tutte le opere non ancora appaltate, come il Ponte sullo Stretto, o in corso di esecuzione, per pagare solo i cantieri avviati. O ancora, la proposta di estendere il meccanismo dell'anticipo del 10 per cento, usato per le opere del Pnrr (ormai concluse) agli altri cantieri ferroviari. Il finanziamento di tre miliardi per il terzo valico. Oppure, il riconoscimento immediato del 29 per cento delle riserve, vale a dire 6-7 miliardi di euro, nel presupposto che questa è la percentuale in cui le Commissioni tecniche, dice Webuild, danno ragione agli appaltatori. Proposta discutibile, anche perché una misura del genere dovrebbe valere per tutte le imprese del settore, e non essere limitata a un'unica società. Dopo la lettera Webuild ha precisato che i pagamenti sarebbero ripresi. E in effetti la richiesta contenuta nel documento è imperativa.
I contenuti
La lettera è datata 30 luglio e dava solo una settimana di tempo al governo e a Rfi per provvedere altrimenti la prospettiva ventilata dal gruppo era, oltre a fermare i cantieri, la cassa integrazione per una parte significativa del proprio personale. Ma anche qui sorge la domanda se le iniezioni di liquidità partite dopo la lettera siano state rivolte a tutto il sistema di costruzioni o, ancora una volta, soltanto al gruppo. Il settore da tempo chiede il riconoscimento di 2,2 miliardi di euro legati agli extra-costi dovuti ai rincari derivanti dalla crisi in Ucraina, per i lavori effettuati nel 2024 e nel 2025, come previsto dal decreto aiuti di maggio 2022 e dalle successive proroghe. Su questo però, non è mai arrivata una risposta definitiva dal governo. Anzi, a fronte dei 2,2 miliardi necessari a ristorare le imprese di costruzioni, nell'ultimo bilancio di assestamento, il Tesoro ha postato soltanto 100 milioni di euro. Può sorgere il dubbio che, ancora una volta, ad assorbire la poca cassa pubblica ormai disponibile per le opere, sia stata ancora una volta Webuild. Un gigante le cui gambe iniziano ad apparire fragili al mercato.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
>> Home