Per il governo, l'attivismo del generale non è più un rumore di fondo derubricabile a folclore o a caso estivo. È una spina piantata nel fianco dell'alleanza. La paura è che l’agenda del nuovo partito dreni consensi anche a FdI

Il generale Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale

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Roma, 14 agosto 2026. Il telefono continua a suonare a vuoto. O forse, più semplicemente, a Palazzo Chigi nessuno ha intenzione di comporre quel numero. Il braccio di ferro a distanza consumatosi a metà settimana tra Giorgia Meloni e Roberto Vannacci segna un punto di non ritorno negli equilibri della maggioranza. Il generale, fiero dei 140mila iscritti al partito, ha alzato la posta; messo nero su bianco il proprio manifesto politico e lanciato un messaggio fin troppo esplicito verso la presidente del Consiglio: io ci sono, con una piattaforma definita, e aspetto una convocazione per parlarne da pari a pari. Ma la replica della premier, filtrata mercoledì dalle pagine del settimanale Chi, ha fatto intendere che a quella chiamata non ci sarà seguito.
Il piano di Meloni

Anzi, la contromossa è stata un’affilata delegittimazione politica: «È un’operazione costruita per favorire la sinistra», ha sentenziato Meloni. Il verdetto di Palazzo Chigi mira al cuore dell'elettorato conservatore: dividere il fronte, rincorrere distinguo identitari e avventurarsi in fughe in avanti personalistiche significa, nell'analisi della premier, offrire un assist tattico all'opposizione e al Campo Largo.
La contromossa del generale

Una stoccata a cui il generale ha scelto di rispondere a stretto giro, consegnando ai social la contro-replica che ha agitato le ore successive: «La paura fa 90. Prima eravamo marginali, poi una meteora, adesso la premier deve persino spiegare che saremmo un’operazione per la sinistra. Hanno provato a ignorarci, ora cercano di fermarci: quando le idee iniziano a camminare, qualcuno comincia ad avere paura». Dietro le schermaglie di questi giorni c'è però una dinamica di fondo che preoccupa i vertici del centrodestra. Per il governo, l'attivismo di Vannacci non è più un rumore di fondo derubricabile a folclore o a caso estivo. È una spina piantata nel fianco destro dell'alleanza.
La spina nel fianco
Il generale presidia e coltiva quel territorio ideologico radicale che Fratelli d'Italia ha dovuto giocoforza smussare nell'esercizio della responsabilità di governo. I temi sventolati da Vannacci – abrogazione del reato di femminicidio e della legge Mancino, patriottismo spinto, crociate culturali, critiche all'Europa e alle derive del politicamente corretto, oltre ad apparire irricevibili per buona parte della stessa coalizione - il governatore della Calabria e vicepresidente nazionale di Forza Italia, Roberto Occhiuto, nei giorni scorsi ha dichiarato senza mezzi termini che non bisogna aprire le porte del centrodestra al generale ma bisogna combatterlo - rischiano tuttavia di drenare consensi non solo nell'alveo leghista da cui è partito, ma anche nella pancia dell'elettorato più a destra di FdI. Resta ora da capire come evolverà nei prossimi giorni la tattica dell'isolamento. Vannacci continua a mostrare sicurezza, convinto che i numeri e l'attenzione mediatica costringeranno prima o poi i vertici della coalizione a fare i conti con lui. Meloni, al contrario, scommette sulla tenuta della stabilità istituzionale per prosciugare l'attrattiva delle sirene radicali.
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