Dal Meeting di Rimini è risuonato nuovamente l’appello di Leone XIV. La guerra è vista dalla Chiesa come inutile strage: il conflitto russo-ucraino inoltre si sta esaurendo da un punto di vista strategico. Tuttavia continua perché i leader non trovano una via d’uscita dalla trappola del “face saving”
Lo ha ridetto anche a Rimini al Meeting di Cl: i ripetuti appelli di papa Leone perché si passi finalmente all’ascolto, cioè alla diplomazia e si fermi la guerra in Ucraina non è idealismo ma ragionevole realismo. Per la chiesa la guerra è una «inutile strage» anche perché da un punto di vista strategico è finita.
Il fronte è fermo da più di un anno, ci si colpisce da lontano con missili e droni che immancabilmente finiscono sui civili. Ma i leader, ad iniziare con Vladimir Putin, devono salvare la faccia per dare un senso a quest’immensa tragedia. Le responsabilità sono chiare: la Russia ha deciso di scatenare una grande guerra di aggressione in Europa per risolvere i suoi problemi di prestigio e i conteziosi frontalieri che riteneva aperti. Su questo non c’è discussione.
Ma la ricerca di una soluzione dovrebbe ormai essere l’obiettivo di tutti, anche degli europei che invece esitano. Il papa lo chiede con forza ma le sue parole vengono considerate ingenue. Si continua a lanciare allarmi e a vedere minacce: un modo per giustificare ex post la trappola bellica da cui non si riesce più a uscire. I russi minacciano la guerra nucleare come risposta al cosiddetto «conflitto esistenziale» della Nato che vorrebbe neutralizzare Mosca.
Sono illazioni basate sulla manipolazione della storia. Come si suole dire: «non è il futuro della Russia ad essere imprevedibile, ma il suo passato”. Rileggendo la storia con metodi ultrà e sciovinisti, i dirigenti russi puntano il dito sull’Occidente che da sempre cerca di “accerchiare” la Russia.
Ma anche da parte europea c’è molta strumentalizzazione e propaganda, come la mania di attribuire ai russi ogni possibile nefandezza – presente e futura – o la ferma determinazione ad invadere l’Europa. Suona singolare per un paese che non è riuscito nemmeno a domare la piccola Ucraina, ma tant’è. Mosca – sostengono ogni giorno autorevoli politici e commentatori italiani e europei – ha in animo di aprire altri fronti molto presto (qualcuno afferma in autunno) senza nessuna intenzione di negoziare. Si stilano lunghe liste di fatti a sostegno di tale tesi: droni, spie, sabotaggi, intelligence, navi fantasma, vendita di armi ecc.
Ma si tratta di cose sempre esistite (forse solo un po’ attenuate negli anni Novanta), addirittura anche tra alleati (ricordate il telefono di Angela Merkel spiato dagli americani con tecnologia israeliana?). Ricordiamo tutti ad inizio secolo i sottomarini nucleari russi avvistati al largo delle cose norvegesi o della Svezia (ancora neutrale) o cose simili. Dove sta la novità? Che si debba ostacolare con un efficace controspionaggio e deterrenza tali attività è evidente da sempre.


La trappola
Tuttavia occorre guardare oltre. Anche i russi sono intrappolati dentro questa guerra che hanno sconsideratamente voluto e in cui hanno fatto una magra figura. Come sempre accade vogliono negoziare alle loro condizioni. E tali condizioni vanno contrattate anch’esse: anche qui nessuna novità. Il dramma è il “face saving” dei leader che coinvolge non solo i russi ma anche i dirigenti occidentali costretti a salvare la faccia dopo aver tanto gridato alla vittoria contro la Russia e auspicato una sua inattuabile punizione.
Si tratta di coloro che «inventano fantasmi e nemici«, per citare ancora Leone XVI. Ciò che il papa chiede è di risparmiare il sangue perché troppo se ne è già versato e perché, come ha detto a Rimini, «il male non si combatte con il male». È evidente (ed estremamente doloroso) che non si potrà tornare allo status quo ante ma è pure innegabile che non si può proseguire nella follia di una guerra infinita ormai senza obiettivo. Per questo il papa prega che si volga lo sguardo sulle vittime civili e lo si distolga dai giochi di potere, cessando gli allarmismi utili solo alla reputazione dei leader.
L’Europa non ha ancora risposto alla proposta di nominare un suo negoziatore, né lo ha individuato. Negoziare non significa mettersi per forza d’accordo: prima di ogni cosa va effettivamente verificato se la trattativa è possibile. Solo allora si potrà dare un giudizio – non ideologico né prevenuto – su questa fase: riguarda i russi ma anche gli europei.


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Amministratore di Dante Lab, è stato vice presidente di SACE; professore di relazioni internazionali all'Università per stranieri di Perugia; sottosegretario agli esteri nel governo Letta e viceministro degli esteri nei governi Renzi e Gentiloni, esercitando le deleghe sulla Cooperazione allo sviluppo, l’Africa, l’America Latina e la promozione della lingua e cultura italiana. Ha iniziato gli Stati generali della Lingua e della Cultura e le conferenze Italia-Africa.