“Il Melonellum froda gli elettori e toglie al popolo sovranità”: depositato il primo ricorso contro la nuova legge elettorale - Il Fatto Quotidiano

2026/10/15

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“Il Melonellum froda gli elettori e toglie al popolo sovranità”: depositato il primo ricorso contro la nuova legge elettorale

Il Melonellum “realizza, in senso oggettivo, una frode alla volontà dell’elettore“. La nuova legge elettorale non è ancora entrata in vigore, ma almeno un ricorso per farla dichiarare incostituzionale è già stato depositato. Appena quattro giorni dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, l’avvocato marchigiano Sergio Gabrielli si è rivolto in proprio al Tribunale di Ancona – in qualità di cittadino elettore – chiedendo di sollevare alla Corte costituzionale nove questioni di legittimità del testo voluto dalla premier Giorgia Meloni. Una scelta diversa da quella della “Rete per un voto libero e uguale”, guidata dai costituzionalisti Enrico Grosso e Roberto Zaccaria, che invece presenterà i ricorsi solo il 26 ottobre, quando il provvedimento acquisterà efficacia decorsi 15 giorni dalla pubblicazione (vacatio legis). Gabrielli punta sul precedente dell’Italicum, la legge renziana bocciata nel 2017 e impugnata ancor prima di essere applicabile: “L’incertezza sulla portata del diritto di voto è già una lesione, e l’elettore può chiedere al giudice ordinario di accertarla”, spiega. L’obiettivo è arrivare a una pronuncia della Consulta il prima possibile, in modo da prevenire uno scioglimento anticipato delle Camere: “Una volta convocati i comizi elettorali, nessun giudice può più intervenire sulle regole del voto. Ogni giorno guadagnato avvicina una decisione utile“.

Il ricorso, depositato il 13 ottobre, è formalmente un’azione civile “di accertamento della pienezza del diritto di voto“, avanzata contro la Presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno. Molti dei dubbi di costituzionalità riguardano il maxi-premio di maggioranza – 70 deputati e 35 senatori – assegnato alla lista o coalizione che raggiunge il 42%: in questo modo, si argomenta, “il voto dato al vincitore pesa quasi il doppio di quello dato a chiunque altro”, violando apertamente il principio di eguaglianza. I 105 parlamentari sono “eletti su liste bloccate comuni a tutta la coalizione”, cosicché un elettore “vota un partito ed elegge persone scelte da altri partiti, che non poteva scegliere né rifiutare”; il premio dei senatori, inoltre, è assegnato al vincitore nazionale, mentre il Senato dovrebbe essere “eletto a base regionale“. Anche la possibilità di esprimere tre preferenze è “sistematicamente neutralizzata”: la preferenza, si legge, “conterà o non conterà a seconda di ciò che accade altrove“, e in particolare “se il capolista bloccato del collegio resterà al suo posto o sarà ‘assorbito’ nella lista del premio”. In sintesi: “La stessa preferenza, per lo stesso candidato, elegge o non elegge in base a un risultato nazionale che nessuno conosce quando vota“.

Secondo Gabrielli, l’insieme di questi congegni costituisce una “frode” di chi si reca in cabina elettorale: “L’elettore, nel tracciare un solo segno sulla scheda, non può sapere chi eleggerà, se la sua preferenza avrà effetto, a quale lista il suo voto sarà imputato, se esso concorrerà ad attribuire a una minoranza la maggioranza assoluta delle Camere. È del tutto ragionevole ritenere che, ove tali effetti fossero conosciuti o conoscibili prima del voto, molti elettori orienterebbero diversamente la propria scelta”, sottolinea. Nel ricorso si ipotizza che questo meccanismo arrivi a violare addirittura il primo articolo della Costituzione, “La sovranità appartiene al popolo”: “Un sistema che si serve del voto come di un mezzo per fini che il votante non ha scelto tratta l’elettore da strumento, anziché da titolare della sovranità”.

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