
Da vent'anni l'HIV non è più una condanna, grazie alla terapia antiretrovirale. Da oltre dieci, gli stessi farmaci vengono usati anche in prevenzione, per proteggere le persone sieronegative più esposte al rischio: è la PrEP. Ma nel 2024 la ricerca ha fatto un salto: Lenacapavir, un farmaco iniettabile che protegge per sei mesi con un'unica somministrazione, ha superato il limite più grande della prevenzione contro l'HIV, quello dell'aderenza quotidiana. Un traguardo clinico talmente rivoluzionario da essere stato eletto "scoperta dell'anno" dalla prestigiosa rivista Science.
Tuttavia, il problema odierno non è più se il farmaco funzioni, ma se riuscirà mai ad arrivare dove serve davvero. Come ha rivelato una recente inchiesta pubblicata sempre da Science (luglio 2026), ostacoli logistici, economici e geopolitici stanno drammaticamente bloccando la distribuzione del farmaco nei Paesi in via di sviluppo.
Come si è arrivati alla scoperta del Lenacapavir per combattere l'HIV
La lotta contro l'HIV ha attraversato tre fasi. La prima, dagli anni 2000, è quella della terapia: farmaci antiretrovirali (spesso oggi concentrati in un'unica pillola giornaliera) capaci di abbattere la carica virale fino a renderla non rilevabile e quindi non trasmissibile. È una scoperta così importante che nel 2011 Science la elesse "scoperta dell'anno": dimostrava per la prima volta che curare chi è già positivo è anche il modo più efficace per fermare la diffusione del virus.
Da lì nasce l'idea della PrEP (profilassi pre-esposizione): usare gli stessi principi attivi anche su persone sieronegative ma ad alto rischio, per prevenire il contagio prima che avvenga. Introdotta negli Stati Uniti nel 2012 con il nome commerciale Truvada, e arrivata in Sudafrica e Zambia solo nel 2016, la PrEP orale ha un limite strutturale: deve essere già presente nell'organismo, in quantità sufficiente, nel momento dell'esposizione al virus. Questo significa assumerla con costanza quotidiana. Nella pratica, mantenere questa aderenza per mesi o anni è difficile (tra effetti collaterali, dimenticanze, inaccessibilità costante al farmaco) ed è proprio questo il motivo per cui la PrEP orale, pur efficace sulla carta, ha inciso meno del previsto sulle nuove infezioni nei contesti a rischio più alto.
È un inibitore del capside virale: come funziona e cosa cambia
Lenacapavir agisce in modo radicalmente diverso. Non blocca un enzima virale come le pillole tradizionali, ma il capside: l'involucro proteico che racchiude e protegge il materiale genetico dell'HIV.

Uno studio del 2020 ha chiarito come il farmaco si leghi a due subunità adiacenti del capside, stabilizzandone la forma e impedendo così al virus sia di entrare correttamente nel nucleo delle cellule bersaglio, sia di assemblare nuove particelle virali funzionanti.

Essendo somministrato per via sottocutanea e rilasciato lentamente nell'organismo, garantisce una copertura costante per sei mesi con un'unica iniezione, eliminando il problema dell'aderenza quotidiana. Negli studi clinici di fase III PURPOSE 1 e PURPOSE 2, che hanno coinvolto migliaia di persone in Sudafrica, Uganda, Stati Uniti e altri paesi, Lenacapavir ha raggiunto un'efficacia tra il 96% e il 100%, mai registrata prima in un farmaco preventivo, con zero infezioni tra le donne di PURPOSE 1.
Il problema: dalla scoperta alla distribuzione
Un'inchiesta pubblicata da Science il 24 luglio 2026 racconta però un capitolo meno noto della storia. In Sudafrica, che con 8 milioni di persone sieropositive ha il numero più alto al mondo e registra 170mila nuove infezioni l'anno, sono arrivate finora circa 38mila dosi di lenacapavir, distribuite in appena il 10% delle cliniche pubbliche del paese; in una struttura vicino a Città del Capo, le 33 dosi ricevute sono bastate a coprire solo tre giorni di richieste. In Zambia, 22 milioni di abitanti, le dosi arrivate sono poco più di 13mila. Nei nove paesi africani coinvolti nel primo lancio del farmaco, il totale distribuito è di circa 225mila dosi, una frazione minima del fabbisogno reale.
Il nodo centrale è economico: nei paesi ricchi il costo si aggira sui 28mila dollari l'anno per le due dosi. Gilead, l'azienda produttrice, ha concesso licenze ad alcuni produttori di generici per venderlo a circa 40 dollari l'anno in 120 paesi a basso e medio reddito, ma queste versioni non saranno disponibili prima del 2027. A complicare ulteriormente la situazione, l'amministrazione Trump ha smantellato USAID, l'agenzia che per oltre vent'anni ha sostenuto gran parte della risposta globale all'HIV attraverso il programma PEPFAR finanziando test, terapie, prevenzione e personale sanitario proprio nei paesi più colpiti dall'epidemia. Il risultato è un paradosso: la scienza ha prodotto lo strumento più efficace mai avuto contro l'HIV, ma la sua distribuzione rischia oggi di restare bloccata dal prezzo e dalla politica, proprio dove servirebbe di più.
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