Il killer nascosto nel buio e la «condanna a morte» sancita dal boss. Dieci anni fa l’omicidio di Francesco Pagliuso

2026/08/09

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Pubblicato il: 09/08/2026 – 7:00

di Giorgio Curcio

LAMEZIA TERME Un foro nella recinzione, un uomo nascosto nel buio e tre colpi esplosi in appena due secondi. Francesco Pagliuso non ebbe neppure il tempo di accorgersi che qualcuno lo stava aspettando. La sera del 9 agosto 2016 aveva appena fatto ritorno nella sua abitazione di via Marconi, a Lamezia Terme. Entrò nel giardino a bordo della sua Volkswagen Touareg e lì trovò il suo assassino. Il killer si era introdotto nella proprietà attraverso un varco ricavato nella rete. Aveva studiato i movimenti dell’avvocato e atteso che rientrasse. Quando l’automobile varcò il cancello, uscì dal suo nascondiglio e fece fuoco a distanza ravvicinata, colpendolo alla testa e al volto. Poi ripercorse la stessa strada, attraversò nuovamente il foro nella recinzione e scomparve nella notte. Francesco Pagliuso aveva 43 anni ed era uno dei penalisti più conosciuti del foro lametino. A dieci anni dall’agguato, la giustizia ha fissato definitivamente responsabilità e movente: a premere il grilletto fu Marco Gallo, condannato all’ergastolo con l’aggravante mafiosa; a ordinare e organizzare l’omicidio fu Luciano Scalise, esponente di vertice dell’omonima cosca di Decollatura, anche lui condannato in via definitiva al fine pena mai.

Il killer appostato nel giardino

Intanto oggi alle 18.30, nella chiesa della Madonna degli Abbandonati a Soveria Mannelli, familiari e amici si raccoglieranno in preghiera. Proprio qui si trova l’altare dedicato al compianto avvocato, alla madre Rosetta, alle vittime innocenti di mafia e alle loro madri. Da una parte la memoria e il ricordo commosso, dall’altra la cronaca di un delitto che, dieci anni dopo, conserva ancora tutta la sua ferocia. Perché quello orchestrato contro Francesco Pagliuso fu un agguato preparato con cura. Nei giorni precedenti all’omicidio, infatti, le telecamere installate nella zona avevano ripreso un uomo vestito da podista aggirarsi nei pressi della casa del penalista. Secondo l’accusa era Marco Gallo, all’epoca un insospettabile titolare di una società di consulenza, residente a Falerna e ancora sconosciuto alle cronache giudiziarie.
Le immagini di quel corridore furono diffuse anche in televisione. A riconoscerlo, nel corso di una conversazione intercettata, sarebbe stata persino la suocera. Gli investigatori ricostruirono poi gli spostamenti dell’automobile di Gallo: undici minuti dopo l’esecuzione, la sua Bmw venne messa in moto e si allontanò in direzione di Falerna. Una serie di elementi che, insieme ai rapporti con Luciano Scalise e la sua famiglia, avrebbe progressivamente chiuso il cerchio intorno al killer. Nella casa di Gallo venne trovato anche un testamento olografo, scritto circa due mesi prima dell’omicidio, nel quale disponeva che una propria polizza, in caso di morte, fosse riscossa esclusivamente da Luciano Scalise. I dati del gps e i contatti telefonici documentavano inoltre una frequentazione assidua con la famiglia Scalise e con i luoghi riconducibili al gruppo criminale.

Marco Gallo paglius
L’arresto di Marco Gallo a Falerna

La professione trasformata in una colpa

Per comprendere il movente bisogna tornare indietro di alcuni anni, alle tensioni e agli omicidi che avevano insanguinato il territorio del Reventino. Pagliuso era stato in passato il difensore di esponenti della famiglia Scalise. I rapporti si incrinarono definitivamente dopo il duplice omicidio di Francesco Iannazzo e Giovanni Vescio, avvenuto a Decollatura nel gennaio 2013. Per quel delitto vennero accusati Domenico e Giovanni Mezzatesta, appartenenti a un gruppo ormai contrapposto agli Scalise. L’avvocato accettò di difendere i Mezzatesta. Fu quella scelta professionale a trasformarlo, agli occhi della cosca, da legale di fiducia a nemico. Gli Scalise lo accusavano di avere aiutato Domenico Mezzatesta durante la latitanza e, soprattutto, non gli perdonarono il risultato ottenuto nel giugno 2016 davanti alla Corte di Cassazione. Il ricorso presentato da Pagliuso portò all’annullamento dell’aggravante della premeditazione contestata ai Mezzatesta per il duplice omicidio. Una vittoria processuale che apriva la strada a una riduzione delle condanne e che, secondo le ricostruzioni giudiziarie, provocò la reazione della cosca. L’avvocato aveva fatto semplicemente il proprio mestiere. Ma aveva difeso persone che, secondo la logica criminale, non avrebbero dovuto essere difese. Come avrebbe sintetizzato in aula il procuratore generale Luigi Maffia, «l’esercizio dell’attività di avvocato ne ha decretato la condanna a morte».

«Sono il prossimo condannato a morte»

Francesco Pagliuso sapeva che il pericolo si stava avvicinando. Ai familiari aveva confidato di temere per la propria vita. Dopo il risultato ottenuto in Cassazione per i Mezzatesta avrebbe pronunciato una frase destinata a diventare tragicamente profetica: «Sono il prossimo condannato a morte». Il penalista era venuto a conoscenza dell’esistenza di una “lista nera” nella quale, secondo quanto ricostruito durante il processo, comparivano tre nomi: Luigi Aiello, ucciso il 21 dicembre 2014, Domenico Mezzatesta e lo stesso Pagliuso. Le minacce non erano nuove. Anni prima l’avvocato era stato prelevato, bendato e condotto in un bosco al cospetto di Daniele Scalise, Giovanni Vescio e Francesco Iannazzo. Gli contestavano di non avere predisposto una difesa adeguata per Daniele Scalise. Pagliuso aveva già sperimentato, dunque, la pretesa della criminalità organizzata di controllare non soltanto il territorio e gli affari, ma persino il modo in cui un avvocato avrebbe dovuto esercitare la propria funzione. Il passaggio dalla minaccia alla morte maturò quando il legale decise di non accettare quella imposizione e continuò a svolgere il proprio lavoro senza subordinare le scelte difensive agli interessi della cosca.

L’avvocato Francesco Pagliuso

La punizione dell’avvocato

Anche la scelta di colpire Pagliuso alla testa e al volto, secondo la Procura generale, racchiudeva un messaggio preciso. Non si trattava soltanto di eliminare una persona, ma di punire il professionista, il suo ruolo e la sua capacità di utilizzare gli strumenti del diritto contro le aspettative criminali. «L’esecutore aveva l’ordine preciso di punire l’avvocato prima ancora che la persona Francesco Pagliuso», spiegò il procuratore generale nel processo d’appello. La Corte accolse la richiesta dell’accusa e riconobbe la matrice mafiosa del delitto, inizialmente esclusa nel giudizio di primo grado contro Gallo. Nel giugno 2024 la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro confermò l’ergastolo per l’esecutore materiale, aggiungendo l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Nel febbraio 2025 la Cassazione rigettò il ricorso della difesa, rendendo irrevocabile la condanna. Pochi mesi prima era diventato definitivo anche l’ergastolo per Luciano Scalise, riconosciuto come mandante e organizzatore dell’agguato. Due distinti percorsi processuali che, dopo anni di udienze, ricorsi e sentenze, hanno consegnato la stessa conclusione: Francesco Pagliuso fu assassinato su ordine della cosca Scalise e Marco Gallo ne eseguì la condanna a morte.

Antonella Pagliuso ai funerali del fratello

Dieci anni dopo

Il decimo anniversario arriva quindi dopo la conclusione definitiva dei processi. Non c’è più soltanto il ricordo di una notte d’agosto rimasta impressa nella storia recente di Lamezia, ma una verità giudiziaria che ha ricostruito i ruoli, il contesto e la ragione dell’omicidio. Dieci anni dopo, la fotografia di quella notte non è più incompleta. Ha un esecutore, un mandante e una matrice mafiosa riconosciuti con sentenze definitive. Resta l’assenza di Francesco Pagliuso e resta il significato di un omicidio che colpì, insieme all’uomo, la libertà e l’autonomia dell’avvocatura. ([email protected])

L’omicidio Pagliuso e la cattura di Marco Gallo:

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