L’ingresso dell’appartamento in via Iglesias di Pamela Genini è un’anticamera dell’orrore. La donna è riversa a terra. Il sangue è ovunque. Sulla porta, sui mobili, sul pavimento. Copre il corpo semisvestito. Il braccio teso e il viso girato verso il divano, dove poco prima era appoggiato il suo aguzzino, l’ex fidanzato Gianluca Soncin. Sono le immagini mostrate durante la terza udienza del processo per la morte di Pamela che si celebra davanti alla Corte d'assise di Milano, presieduta dalla giudice Antonella Bertoja, e che vede il cinquantatreenne imputato con l’accusa di omicidio pluriaggravato da premeditazione, crudeltà, futili motivi e relazione affettiva. Fotografie che immortalano la scena del delitto la sera del 14 ottobre dello scorso anno, dopo il disperato tentativo dei sanitari di soccorrere la donna, che era ancora viva e agonizzante all’arrivo del personale del 118, nonostante i 76 colpi inferti dall’uomo con uno dei suoi coltelli da collezione, ritrovato sul tappeto del bagno. Pamela morirà su quel pavimento, a un passo dalla porta che era stata sfondata pochi minuti prima, alle 22.02, dai poliziotti, accorsi dopo le telefonate al 112 dei vicini di casa e di Francesco Dolci, indagato per vilipendio di cadavere per aver profanato la tomba della modella, con il quale quest’ultima stava messaggiando prima che Soncin entrasse nell’appartamento con una copia di chiavi.
Le reazioni
Quando le scene vengono proiettate, Soncin resta impassibile. Ma per la prima volta dall’inizio del dibattimento fa sentire la sua voce in aula, rendendo brevi dichiarazioni spontanee e prendendo atto di quanto accaduto. Si è alzato in piedi e a voce bassa ha letto e scandito a fatica parole scritte a mano in stampatello su un foglietto bianco: «Comprendo il peso delle mie azioni e il ricordo di Pamela resterà indelebile nei nostri cuori. Non mi resta che assumermi fino in fondo le conseguenze per il dolore che ho causato con senso di responsabilità. So che il perdono non si può pretendere, ma in questo momento di grande dolore e tristezza porgo le mie scuse alla famiglia di Pamela».
Scuse «fredde, senza anima e pentimento, tardive, lette senza convinzione, un tentativo mal riuscito di farsi vedere contrito per ottenere qualche sconto di pena. Poteva non farlo, non ha convinto nessuno», commenta l’avvocato Nicodemo Gentile, legale della famiglia della vittima. Scuse rimandate al mittente anche dalla sorella di Pamela, Veronica Genini: «Deve vergognarsi di stare al mondo. Vogliamo l’ergastolo, nessuno sconto di pena», ha detto. «Parole di plastica», ha commentato tramite il suo legale la madre della vittima, Una Smirnova. I difensori di Soncin, Pietro Sartori e Simona Lucera, sembrano invece puntare a far cadere le aggravanti, a partire dalla premeditazione. Durante la lunga istruttoria, durata tutto il giorno, la difesa ha contestato in più punti le testimonianze rese in aula dai teste delle pm Alessia Menegazzo e Letizia Mannella, ma si è vista non ammettere dalla presidente Bertoja le domande in quanto superflue e non attinenti. I legali sono poi riusciti a ottenere che Soncin mostrasse alla Corte le due evidenti cicatrici al collo, appena sotto l’orecchio, una a destra e l’altra a sinistra. Due ferite distinte, autoinferte nel tentativo di togliersi la vita. Un atto che, secondo l’accusa, sarebbe però solo una messinscena. L’uomo quella sera era stato infatti soccorso dai sanitari intervenuti sulla scena del delitto, per poi essere ricoverato al Niguarda.
Le testimonianze
Si sono alternati sul banco degli imputati gli agenti intervenuti quella notte nell’appartamento, gli operatori del pronto soccorso e i vicini di casa della vittima, attirati sul balcone dalle grida della donna. L’inquilino del quarto piano del palazzo di fronte ha raccontato di aver visto Soncin afferrare per i capelli Pamela sul pianerottolo esterno, per poi trascinarla all’interno dell’abitazione, dove continuava a colpirla, mentre lei cercava invano di parare i colpi. «Ho cercato di intervenire e ho gridato “cosa stai facendo?”. La polizia è stata velocissima e, quando gli agenti hanno capito, sono entrati nella palazzina» e hanno buttato giù la porta senza però riuscire a salvare la giovane. Ma quello che riecheggia con più forza ancora nella memoria di chi ha assistito a quella scena, come conferma l’incrocio delle testimonianze, è la voce della vittima. Richieste disperate d’aiuto e anche l’ultima preghiera straziante rivolta al killer: «Scusa, non lo farò più, ti amo».
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