Il giudice: ‘L’aggressione al rabbino violenta e dettata da odio religioso’ - Notizie - Ansa.it

2026/09/17

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Quel calcio sferrato alle gambe, nella zona dell'inguine, è stato un comportamento aggressivo e violento, da non sottovalutare, dettato da odio razziale e religioso, come dimostrano pure quegli atteggiamenti precedenti di scherno e molesti. Azioni con cui, tra l'altro, è stata presa di mira una persona di una certa età e per il solo fatto che fosse di religione ebraica.

E' con queste motivazioni che, in sostanza, la giudice di Milano Sofia Fioretta ha deciso di qualificare come "propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, religiosa e etnica", così come contestato dal pm Luca Gaglio, l'aggressione di ieri pomeriggio ai danni di un rabbino 60enne, in piazzale Bande Nere, a Milano. E di applicare, dopo la convalida dell'arresto, la misura cautelare dell'obbligo di firma due volte a settimana per Ilyes Zahani, il 20enne, nato in Italia da genitori tunisini, arrestato dalla Polizia e che era con il fratello (risiedono nel Lodigiano) e con un amico, entrambi indagati a piede libero per lo stesso reato. Come ricostruito nell'imputazione, mentre Davia Mizrai Shalom, responsabile della sinagoga Chabad, era vicino alla fermata di un bus, i tre si sono avvicinati a lui "con fare provocatorio ed aggressivo" e "dopo essersi impossessati del suo cappello" e "averlo successivamente deriso, lo colpivano con un calcio all'altezza dell'inguine" per poi fuggire. Per configurare il reato di istigazione alla discriminazione, il pm ha contestato come atto di violenza proprio quel calcio, assestato dopo che il rabbino aveva fatto una foto ai giovani, per difendersi da loro in pratica. E dopo che i tre gli avevano tolto il copricapo e poi glielo avevano ridato.

Tra i motivi di odio razziale e religioso, poi, anche il fatto di aver schernito a più riprese il 60enne, ridendo e parlando tra loro mentre gli mettevano le mani addosso. Lui li ha filmati, poi, mentre si allontanavano e nella denuncia ha messo nero su bianco di aver percepito subito di essere un obiettivo in quanto ebreo, anche se non capiva quello che dicevano perché parlavano in arabo. Dall'udienza per direttissima è emerso, inoltre, che il ragazzo si è difeso con una versione ritenuta non credibile, perché non è possibile, come ha sostenuto, che non sapesse che quell'uomo fosse ebreo. "Non sono in grado di riconoscere quei vestiti, quei cappelli e non mi interessa nulla della Palestina, né della guerra. Tra noi giovani si fa a volte di togliere i cappelli, lo si fa per scherzo", ha provato a difendersi. "Gli ho dato un calcio solo perché era arrabbiato perché mi stava facendo una foto, ho perso la testa", ha aggiunto. Poco prima il fratello 21enne, in attesa fuori dall'aula e poi contento per la scarcerazione di Ilyes, ha voluto raccontare ai cronisti come erano andate le cose, a suo dire.

"Non siamo razzisti. Nella denuncia c'è scritto che lo abbiamo preso a calci, ma hanno descritto un film - ha detto -. Se vedono le videocamere eravamo fermi. Nessuno ha tirato un pugno o l'ha colpito all'inguine. Se lo vedo gli stringo la mano e gli dico 'se ti abbiamo fatto un danno, perdonaci'". Nel foglio di via notificato ai ragazzi dalla Questura, con divieto di ritorno a Milano per un anno, intanto, si parla di "brutale violenza" e di "allarme sociale". Mentre la Procura ha chiesto l'acquisizione delle telecamere della zona anche in vista del processo, che si aprirà il 12 novembre.

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