Giovedì 17 settembre ha riaperto la porta rossa del Grande Fratello, nona edizione della versione VIP, ammesso che questa nomenklatura abbia ancora un senso, oggi, quando chiunque venda un prodotto su un social e fa più pubblico della sua riunione di condominio dovrebbe essere considerato un influencer.
Ha senso un'altra stagione?
C'è un dettaglio nel cast della nuova edizione del Grande Fratello VIP che vale più di qualsiasi analisi sugli ascolti, e che dovrebbe far riflettere chi, in una stanza di produzione, abbia ancora voce in capitolo su cosa mandare in onda. Tra i concorrenti che hanno varcato la porta rossa in questi giorni c'è Marina La Rosa: la stessa Marina La Rosa che, ventisei anni fa, entrò nella primissima Casa della televisione italiana, quella del 2000, insieme a Cristina Plevani, Pietro Taricone e Rocco Casalino. Venne battezzata La Gatta Morta. Altri con ancora meno eleganza la soprannominarono La Profumaia. Lei, consapevole che i prodotti prima di essere venduti devono essere esposti, ne fece un punto di forza degno della miglior stratregia di marketing. Al punto che ancora oggi dopo più di un quarto di secolo il suo ingresso al Grande Fratello è un evento. Come quello di Jonathan Kashanian, che il GF - non VIP - lo vinse ventuno anni fa. Tra dentro e fuori da reality o talent, survivor o love-show, dei diciotto concorrenti che entreranno da oggi tutti, ma proprio tutti, sono stranavigati ai meccanismi della TV e dei social.
D’altronde se un programma ha bisogno di richiamare in servizio una concorrente della sua edizione fondativa per generare interesse, la domanda da porsi non è più "cosa racconterà questa stagione", ma "ha ancora senso che esista una prossima stagione".
Da 16 milioni di spettatori a un format dimezzato
Vale la pena ricordare da dove si parte, per misurare la distanza percorsa. La prima edizione del Grande Fratello italiano debuttò il 14 settembre 2000 con poco più di cinque milioni di spettatori, un dato interlocutorio che sembrava preludere a un esperimento fallito. Invece lo show, all’epoca presentato da Daria Bignardi crebbe puntata dopo puntata fino a chiudersi, il 21 dicembre di quello stesso anno, con sedici milioni di spettatori e uno share che sfiorava il sessanta per cento: un numero oggi semplicemente inconcepibile per qualsiasi programma di prima serata, reality o meno. Fu un vero fenomeno di costume, capace di cambiare il modo in cui l'Italia guardava la televisione e di entrare nelle conversazioni quotidiane di milioni di persone che fino a quel momento non sapevano nemmeno cosa fosse un reality show. Ci furono libri, centinaia di GF Party nelle discoteche, persino album di figurine e almeno trecento tesi di laurea. Quando Cecchi Paone, anche lui poi convertito a Nostra Signora dei Reality sbottò alla notte dei TeleGatti perché il premio per la miglior trasmissione di cultura e costume andò proprio al GF, molti arrivarono persino a pensare che il conduttore avesse ragione. Ma oggi…
L'ultima edizione andata in onda, tra marzo e maggio di quest'anno, è durata sessantaquattro giorni con sedici concorrenti. Dunque confrontiamo i numeri con le edizioni che il programma stesso considera il proprio apice: la sesta, ad esempio, che era arrivata a centottantatré giorni e trentotto concorrenti. Il formato si è quindi ristretto di oltre il sessanta per cento nella sua componente più semplice da misurare - il tempo di permanenza in onda - segno che chi lo produce sa perfettamente che tenerlo in vita più a lungo, oggi, non porterebbe altro pubblico. Solo meno logoramento, forse. Tuttavia, durante il Covid, di fronte a un paese costretto a riconglionirsi in casa di fronte a qualsiasi cosa desse un cenno di vita, il GF tornò ad ascolti impressionanti, durate bibliche e finali dilatati. La finale dell’aprile 2020 andò in scena senza pubblico in studio.
Il mondo ha già voltato pagina
Ma il dato più interessante, quello che l'ottica tutta italiana della discussione tende sistematicamente a ignorare, riguarda cosa sia successo a questo stesso format altrove. Perché il Grande Fratello non è un'invenzione nostra: nacque in Olanda nel 1999 da un’idea di John De Mol, quello che sarebbe diventato il signor Endemol, che aveva pensieri persino interessanti sul programma: “Volevo capire come potessero cambiare alcune dinamiche sociali di fronte a convivenze forzate e necessarie. Il mio esperimento non era trash, e se lo è diventato dipende dalla deriva del pubblico e dall’impronta che le TV localmente hanno deciso di dare ai giochi, alle relazioni, alle interazioni”.
Un giudizio forte. “I programmi non sono eterni, sono orgoglioso dei risultati ottenuti. Ma non nascondo che il Grande Fratello sia una grande occasione compresa e sfruttata solo relativamente. Soprattutto da un punto di vista commerciale”, diceva.
Il programma su è immediatamente diffuso in decine di paesi, diventando per un decennio uno dei prodotti televisivi più esportati della storia. La Endemol - oggi società del colosso Banijay - ci ha costruito un impero. Ebbene, in molti di questi stessi paesi il programma non esiste più da anni, e non per un semplice calo di ascolti gestito con discrezione.
In Germania ha chiuso nel 2011
Nel Regno Unito, paese che aveva reso il format un caso mediatico globale con edizioni memorabili e scandali entrati nella storia della televisione, l'emittente che lo trasmetteva ha cancellato sia la versione ordinaria sia quella con i personaggi famosi nel 2018. In Germania, patria di una delle industrie televisive più solide d'Europa, il programma è stato chiuso nel 2011 dopo undici stagioni, quando l'emittente che lo produceva ha semplicemente deciso che non valeva più la pena continuare. Ancora più clamoroso il destino della versione realizzata per il mondo arabo nel 2004: sospesa dopo appena undici giorni di programmazione, travolta da proteste pubbliche di piazza e da un'ondata di indignazione tale da costringere i produttori a entrare fisicamente nella Casa per comunicare ai concorrenti, di persona, che il gioco era finito. Fu la prima edizione al mondo di questo format a chiudersi senza un vincitore. E poi c'è il caso più tragico di tutti: in Serbia, un'edizione fu interrotta anticipatamente dopo che tre ex concorrenti, appena usciti dal programma, morirono in un incidente stradale mentre si recavano a un evento promozionale legato allo show stesso.
Certo, il format resiste altrove: negli Stati Uniti resta uno dei prodotti di punta della programmazione estiva, in Brasile continua a generare numeri di televoto che si contano a centinaia di milioni, in alcuni mercati asiatici prosegue senza segni di cedimento. Ma sono contesti profondamente diversi dal nostro per dimensione di mercato, abitudini di consumo televisivo e concorrenza dell'offerta di intrattenimento. Il punto non è se e come il format sia morto altrove. Il punto è che nei paesi europei più simili all'Italia per cultura televisiva e per essere stati tra i primi ad abbracciare il fenomeno, quella stessa cultura televisiva ha già deciso, da anni, che il tempo di questo prodotto fosse scaduto.
Il problema non sono le persone. È che non c'è più nulla da scoprire
Guardando il cast di questa nona edizione, il problema salta agli occhi con una chiarezza quasi imbarazzante. Alex Belli, protagonista già di un'edizione del 2021. Valeria Marini, presenza fissa dell'universo reality italiano da un quarto di secolo, passata da un programma all'altro con la stessa disinvoltura con cui si cambia canale. Carmen Di Pietro, già vista in altre due edizioni di un reality concorrente. E appunto Jonathan Kashanian, Marina La Rosa e un grappolo di teleimbonitori di se stessi che non hanno nulla di sperimentale. Non sono persone comuni che il format promette da sempre di "scoprire": sono personaggi già completamente noti, il cui comportamento davanti alle telecamere è già stato ampiamente catalogato dal pubblico in edizioni precedenti di questo o di altri reality.
Il genio originale del Grande Fratello, quello che nel 2000 aveva conquistato sedici milioni di persone, stava esattamente nell'opposto: dieci sconosciuti, scelti apposta per non avere già un personaggio pubblico da recitare, costretti a rivelare se stessi senza copione perché semplicemente non sapevano come si facesse a comportarsi davanti a una telecamera fissa ventiquattr'ore su ventiquattro. Oggi quel meccanismo è stato capovolto: si mettono in scena persone che hanno passato anni a costruire e affinare la propria maschera televisiva, che sanno esattamente cosa dire per generare una clip virale, che sono lì non per essere scoperte ma per essere sfruttate una volta di più, come si fa con un giacimento che si sa già in esaurimento.
Una domanda che la produzione conosce già la risposta
Chi produce questi programmi non è ingenuo, e i numeri lo confermano meglio di qualsiasi editoriale: se la durata si è ridotta della metà rispetto al decennio d'oro, se il cast pesca sistematicamente dagli stessi bacini di nomi già consumati altrove, è perché la stessa macchina che lo produce sa che il pubblico disposto a seguirlo per sei mesi filati, come accadeva vent'anni fa, semplicemente non esiste più. Quello che resta è un prodotto tirato al minimo indispensabile, tenuto in vita non perché abbia ancora qualcosa da raccontare, ma perché smettere di produrlo del tutto significherebbe ammettere pubblicamente che un pezzo di storia della televisione italiana è arrivato, con qualche anno di ritardo rispetto al resto d'Europa, al capolinea.
Nel frattempo, la porta rossa si riapre. E dentro, ancora una volta, tornano le stesse facce di sempre - compresa quella di chi, ventisei anni fa, quella porta l'aveva varcata per la prima volta, quando aprirla significava davvero qualcosa. Ma a parte questo, cosa danno stasera in TV?
>> Home