La Costituzione dice che la scuola è gratuita, ma il prezzo di libri e corredo resta sulle spalle delle famiglie.
Studenti e studentesse fuori il liceo Mercalli di Napoli © Photo by Salvatore Laporta/KONTROLAB/LightRocket via Getty Images
La scuola pubblica dell’obbligo, in Italia, è gratuita per Costituzione. Nella pratica, lo Stato ne garantisce il funzionamento, la manutenzione degli edifici, le attrezzature e gli stipendi di docenti e personale. Eppure, la spesa di libri, cancelleria, dispositivi personali, trasporto, gite e mensa resta a carico delle famiglie.
Proprio i libri sono la voce di spesa più impegnativa. Il sistema scolastico italiano prevede che alle primarie i testi vengono forniti gratuitamente dal Comune di residenza, attraverso le cedole librarie. Alle medie e alle superiori, invece, è la scuola che sceglie il libro e la famiglia che acquista. Il meccanismo è lineare: entro primavera, il collegio docenti delibera le adozioni dei libri di testo e le comunica alle famiglie che poi provvedono all’acquisto a settembre. Un contributo statale alle spese esiste anche se resta, per ora, molto selettivo e frammentato. Infatti, il Ministero dell’istruzione e del merito ha stanziato per il 2026/2027 una cifra consistente (circa 139 milioni di euro) ma l’ha destinata esclusivamente alle famiglie meno abbienti con Isee inferiore a 15.493,71 euro, lasciando fuori il ceto medio. In più, attraverso un sistema che delega tutto alle Regioni che finiscono così per gestire i fondi e i sostegni con tempi e modalità diverse.

C’è un problema con i libri scolastici
Quest’anno, per ogni studente o studentessa si spenderanno in media 673,60 euro per il corredo scolastico (il 2,3 per cento in più rispetto al 2025), e 683,38 per i libri di testo. A questo si aggiungono i costi di eventuali dizionari e di dispositivi tecnologici e abbonamenti, dal computer alla webcam ai programmi di base. In tutto, un neostudente delle medie dovrebbe spendere la cifra media di 1.235,21 euro, mentre un neostudente delle superiori la cifra di 1.478,75 euro, secondo gli ultimi dati di Federconsumatori.
L’anomalia però ha una ragione precisissima. Gli ultimi dati dell’indagine Agcm (l’Autorità garante della concorrenza e del mercato) ci dicono che ogni anno il 35 per cento delle adozioni di nuovi libri alle superiori e alle medie cambia già al primo anno del nuovo ciclo scolastico. Parliamo di un libro su tre che cambia di anno in anno per ogni capociclo. Così, anche lo scambio di libri tra fratelli o l’acquisto di un usato diventa complesso. Proprio le famiglie con più figli, che potrebbero beneficiare maggiormente del riuso, sono quelle che vengono più penalizzate dal ricambio continuo. E questo sistema, per come funziona adesso, diventa amplificatore di divari economici e sociali, perché nella stessa classe possono convivere studenti di famiglie con redditi molto diversi. È così che la scuola smette di funzionare come ascensore sociale.

Costruire un nuovo modello di scuola
Un’alternativa è possibile, e forse anche che più di una. Un primo modello interessante è quello francese dove nelle scuole medie funziona un po’ come nelle biblioteche. Si tratta del comodato d’uso gratuito, un sistema in cui lo Stato paga i manuali e li presta agli studenti che poi a fine anno devono restituirli. Così, il manuale di anno in anno passa da studente a studente. Tutto finché non c’è un cambio strutturale di curriculum o un danno significativo al libro. Un sistema assodato che dura ormai dal 1985.
Poi c’è l’Estonia, che ha puntato su una soluzione digitale pubblica e gratuita. Il progetto estone inizia nel 2012 quando il Paese lancia il programma ProgeTiger per rafforzare l’alfabetizzazione digitale di docenti e studenti, per poi varare nel 2016 la biblioteca online e-Koolikott, con l’intera gamma di risorse per la scuola primaria e secondaria in forma digitale. L’obbligo dei libri di testo resta, ma dal 2015 la legge estone pretende che tutti i nuovi libri di testo siano resi disponibili anche in formato digitale.
Tuttavia, serve molta cautela. Digitalizzare le scuole e spostare l’educazione degli studenti anche sui tablet può essere una mossa lungimirante quanto miope. Miope nella misura in cui si dimentica il valore del cartaceo, della scrittura a mano e (soprattutto) della complessità dell’infrastruttura digitale scolastica. Ne sa qualcosa la Svezia dove una serie di eventi (la pandemia, l’aumento di studenti non madrelingua svedesi, l’impreparazione degli insegnanti) hanno contribuito a far raddoppiare in vent’anni (dal 2002 al 2022) il numero di studenti senza competenze minime di lettura del testo.
Dobbiamo abolire i libri di testo cartacei?
Proprio l’infrastruttura è il punto debole dell’Italia. L’opzione digitale, per quanto più semplice a primo impatto, richiede una progettualità ampia, a partire dai luoghi che abitano gli studenti. I luoghi, cioè le scuole, oggi in Italia hanno ancora grosse mancanze. A partire dalle aule di informatica: i dati di Openpolis raccontano come in media la presenza di almeno un’aula di informatica è dichiarata solo per il 35,7 per cento degli edifici scolastici, mentre nel 35,4 per cento dei casi il dato non è disponibile, e nel restante 28,9 per cento un’aula informatica non c’è affatto. Una tendenza che si accentua in territori storicamente svantaggiati, come quelli del centrosud, ma che lo fa anche in Lazio, in fondo alla classifica per aule di informatica dichiarate.
Pertanto, in queste condizioni, una digitalizzazione affrettata rischierebbe di allargare la forbice tra chi ha strumenti e connessione a casa e chi no. Non bisogna abolire i libri, quanto superare l’idea che ogni famiglia debba ricomprarli da zero ogni anno. Che la soluzione arrivi quindi da un’alternativa digitale pubblica o da un comodato d’uso sul modello francese, non conta. Conta solo che avvenga.
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