C’è stato un tempo in cui la reputazione di un chirurgo si costruiva lentamente. Servivano anni di studio, specializzazione, ore trascorse in sala operatoria, confronto con i colleghi, aggiornamento scientifico e, soprattutto, pazienti curati bene. La reputazione professionale aveva una caratteristica oggi quasi rivoluzionaria: richiedeva tempo.
Poi sono arrivati i social network. E il tempo, improvvisamente, ha cominciato a sembrare un dettaglio. Oggi una reputazione digitale può essere costruita rapidamente. Servono immagini curate, video frequenti, capacità comunicativa e una certa confidenza con l’algoritmo. Non c’è nulla di male. Un medico può utilizzare Instagram, TikTok o YouTube per divulgare, spiegare e raccontare il proprio lavoro. Una buona comunicazione può persino aiutare i pazienti a comprendere meglio procedure complesse e a orientarsi tra informazioni spesso confuse.
Il problema nasce quando avviene uno scambio tanto silenzioso quanto pericoloso: quando la visibilità viene interpretata come competenza. Sono due cose completamente diverse.
L’algoritmo non conosce l’anatomia
Le piattaforme digitali premiano ciò che cattura l’attenzione: immagini spettacolari, trasformazioni sorprendenti, messaggi semplici e contenuti capaci di generare visualizzazioni. La chirurgia funziona quasi al contrario. Richiede prudenza, studio, conoscenza dell’anatomia, esperienza, capacità di affrontare le complicanze e consapevolezza dei propri limiti. Qualità fondamentali in sala operatoria, ma non particolarmente spettacolari in un video di trenta secondi.
Un chirurgo che spiega indicazioni, limiti e possibili complicanze sta probabilmente facendo buona medicina. Dal punto di vista dell’algoritmo, però, potrebbe risultare meno interessante di chi promette trasformazioni straordinarie e recuperi rapidissimi. Peccato che la biologia umana abbia il pessimo vizio di non seguire le strategie di marketing.
I follower non sono un titolo accademico
Centomila follower non equivalgono a centomila interventi eseguiti.
Un milione di visualizzazioni non certifica la conoscenza dell’anatomia. Un video virale non sostituisce una specializzazione. E una spunta accanto al nome, per quanto graficamente elegante, non rappresenta un’abilitazione chirurgica supplementare.
Nella chirurgia estetica questa confusione può diventare particolarmente insidiosa. È naturale che un paziente osservi fotografie, risultati e testimonianze online. Ma tra essere colpiti da un contenuto e affidare il proprio corpo a qualcuno dovrebbe esistere una fase fondamentale: la verifica.
Qual è la formazione di quel professionista? Quale esperienza possiede nello specifico intervento? Dove opera? Con quale équipe? Come viene garantita l’assistenza postoperatoria? Come vengono affrontate eventuali complicanze? Domande decisamente meno affascinanti di un reel “prima e dopo”. Ma molto più importanti.
La chirurgia non è un contenuto
I social tendono inevitabilmente a semplificare. Prima. Musica. Transizione. Dopo. In pochi secondi un intervento chirurgico diventa apparentemente semplice. Tra quelle due immagini, però, esistono indicazioni, esami, anestesia, tecnica chirurgica, sterilità, decorso postoperatorio, cicatrizzazione e possibili complicanze. Esiste soprattutto una persona.
Il rischio è che il paziente diventi un risultato, il risultato un’immagine, l’immagine un contenuto e il contenuto uno strumento per acquisire nuovi pazienti. Un circuito perfetto per il marketing. Molto meno per la medicina.
Reputazione digitale e reputazione professionale
Occorre allora distinguere due concetti. La reputazione digitale misura quanto una persona sia visibile e capace di comunicare. La reputazione professionale nasce invece dalla formazione, dall’esperienza, dai risultati, dal comportamento etico e dal riconoscimento costruito nel tempo.
Le due cose possono certamente coincidere. Esistono eccellenti professionisti capaci di comunicare molto bene sui social. Ma non esiste alcun automatismo.
La vera competenza, inoltre, spesso non è spettacolare. È anche capacità di riconoscere un rischio, gestire una complicanza e, soprattutto, sapere quando non operare. Un “no” motivato difficilmente diventa virale. In medicina, però, può valere molto più di migliaia di like.
I social continueranno a far parte della medicina e possono rappresentare uno straordinario strumento di divulgazione. Ma dobbiamo ricordare che dall’altra parte dello schermo non c’è semplicemente un follower. C’è un paziente.
Un algoritmo può decidere quale chirurgo far comparire per primo sul nostro telefono. Può suggerirci chi guardare, chi seguire e perfino chi ammirare. Ma c’è una decisione che non dovremmo mai delegargli: scegliere a chi affidare il nostro corpo quando si chiude la porta di una sala operatoria.
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