Redazione 21 agosto 2026 08:02
Per anni Giorgia Meloni ha coltivato con attenzione i rapporti con la destra americana. Prima ancora di arrivare a Palazzo Chigi partecipava alle convention dei conservatori statunitensi, mentre Steve Bannon veniva accolto ad Atreju. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca quella vicinanza sembrava essersi trasformata in un vantaggio: Meloni era l'unico capo di governo dell'Unione europea presente al suo insediamento e si proponeva come il possibile ponte tra Washington e Bruxelles.
È proprio questa strategia che oggi il Financial Times mette sotto esame in un lungo articolo dal titolo "Meloni e Maga: una storia che serve da monito". La conclusione del quotidiano britannico è semplice: la premier italiana avrebbe scoperto che condividere valori, parole d'ordine e nemici con il movimento Maga non basta per ottenere un rapporto privilegiato con Donald Trump. Perché quando l'"America First" si scontra con gli interessi di un altro Paese, viene prima l'America.
Once one of the US president's committed European allies, the Italian prime minister has learnt that defending her country’s national interests does not sit comfortably with Maga’s world view. https://t.co/BexY0IZ5xu pic.twitter.com/CUHCffEmeE
— Financial Times (@FT) August 20, 2026
La scommessa di Meloni su Trump
La relazione con il mondo repubblicano americano non nasce ieri. Quando Fratelli d'Italia era ancora una forza di opposizione marginale, Meloni cercava anche negli Stati Uniti una legittimazione internazionale che consentisse al suo partito di allontanarsi dalle radici post-fasciste e presentarsi come parte di una più ampia famiglia conservatrice occidentale.
Il movimento Maga offriva proprio questo: una casa politica internazionale fatta di sovranismo, battaglie contro l'immigrazione irregolare, critica delle élite di Bruxelles e guerra alla cosiddetta ideologia "woke". Secondo il politologo della Luiss Giovanni Orsina, citato dal Financial Times, quel mondo diede a Meloni "una casa, un'ideologia e un brand".
L'arrivo a Palazzo Chigi ha però cambiato tutto. Governare significa fare i conti con i vincoli economici, diplomatici e istituzionali. Meloni ha attenuato lo scontro con Bruxelles, costruito un rapporto pragmatico con la Commissione europea e, mentre irrigidiva le politiche contro gli ingressi irregolari, aumentava le quote di immigrazione legale necessarie alle imprese italiane alle prese con la carenza di lavoratori.
Per la parte più radicale dell'universo Maga è stato il primo tradimento. Bannon, un tempo suo grande sostenitore, è arrivato a definirla una "globalista totale".
Quando l'America First si scontra con l'Italia First
Il vero problema è emerso però con il secondo mandato di Trump. Meloni ha cercato per oltre un anno di evitare lo scontro con la Casa Bianca. Ha frenato sulle possibili ritorsioni europee ai dazi americani, mantenuto toni prudenti sul progressivo allontanamento di Washington dall'Ucraina e non ha aperto uno scontro pubblico neppure sulle minacce statunitensi alla Groenlandia.
Ma il rapporto si è incrinato quando le scelte americane hanno iniziato a colpire direttamente gli interessi italiani.
Il punto di rottura è arrivato con la guerra contro l'Iran. Roma non ha autorizzato l'utilizzo delle basi italiane per le operazioni militari americane. Una scelta che Trump non ha interpretato come la normale difesa degli interessi e dei vincoli di un alleato, ma come una mancanza di lealtà personale. Secondo il FT, il presidente americano è passato rapidamente dagli elogi alla premier italiana agli attacchi, accusandola di non avere abbastanza "coraggio".
A peggiorare le cose è arrivata la polemica con Papa Leone XIV. Quando Trump ha attaccato il Pontefice per le sue critiche alla guerra in Iran, Meloni ha definito quelle parole "inaccettabili", senza neppure nominare direttamente il presidente americano. Ma anche quel moderato distinguo sarebbe stato percepito alla Casa Bianca come una forma di insubordinazione.
La frattura è poi diventata personale. Trump ha sostenuto che Meloni gli avrebbe "implorato" una fotografia durante il G7 in Francia per migliorare la propria popolarità. La premier ha replicato ricordando che la vicinanza al presidente americano non le aveva portato alcun vantaggio nei sondaggi.
Cosa ha ottenuto l'Italia da Trump
Ed è qui che il Financial Times individua il punto politicamente più delicato. La scommessa su un rapporto privilegiato con Trump avrebbe prodotto ben pochi risultati concreti per Roma.
L'Italia non è stata risparmiata dai dazi imposti alle merci europee. Washington ha chiesto agli alleati Nato di aumentare fortemente la spesa militare. La guerra contro l'Iran ha avuto conseguenze sui prezzi dell'energia particolarmente pesanti per un Paese importatore come l'Italia. E la capacità di Meloni di fare da ponte tra Stati Uniti ed Europa si è rivelata molto più limitata di quanto sperato.
Riccardo Alcaro, direttore della ricerca dell'Istituto Affari Internazionali, arriva a definire sul FT il rapporto con Trump un possibile "fardello elettorale" per Meloni. Il presidente americano è infatti molto impopolare presso una parte consistente dell'opinione pubblica italiana, mentre la vicinanza politica con Washington non avrebbe prodotto contropartite altrettanto visibili.
Il paradosso dell'internazionale sovranista
Ma il ragionamento del Financial Times va oltre Meloni. La sua vicenda diventerebbe una sorta di esperimento politico sui limiti dell'alleanza internazionale tra i movimenti nazionalisti.
Il problema è quasi matematico. Se ogni governo mette esclusivamente al primo posto il proprio interesse nazionale, prima o poi gli interessi nazionali entrano in conflitto.
"L'internazionale nazionalista è un ossimoro", sintetizza Orsina. E l'ex ambasciatore italiano alla Nato Stefano Stefanini sottolinea come la stessa definizione "America First" dovrebbe mettere in guardia qualsiasi alleato straniero che si aspetti solidarietà da Washington.
È questo il vero avvertimento che il quotidiano britannico legge nella storia di Meloni. La premier pensava che la comune appartenenza alla destra nazional-conservatrice potesse costruire un rapporto speciale con Trump. Ma il trumpismo è prima di tutto transazionale: la vicinanza ideologica vale finché l'alleato è disposto a offrire qualcosa di concreto o a seguire Washington.
Quando invece un governo europeo difende un interesse divergente da quello americano, la fratellanza sovranista può dissolversi molto rapidamente.
E c'è una contraddizione ancora più profonda. Meloni oggi governa uno dei Paesi fondatori dell'Unione europea e, pur volendola cambiare, ha bisogno che l'Europa resti politicamente ed economicamente forte. Una parte importante del mondo Maga vede invece proprio nell'indebolimento dell'Unione europea un obiettivo politico.
È forse qui che la luna di miele era destinata a finire fin dall'inizio. Essere contemporaneamente "America First", "Italy First" ed "Europe First" funziona finché gli interessi coincidono. Quando smettono di coincidere, qualcuno deve necessariamente arrivare secondo.
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