Sabato 25 ci sarà da divertirsi in piazza Cavour. Ad aprire il "Flame Festival" e la serie di concerti nel centro della città di Ancona saranno infatti i Subsonica, capeggiati dal chitarrista (e fondatore) Max Casacci. Una band capace di far scatenare il pubblico come poche altre.
Max Casacci, sarà un concerto-festa tutto da ballare, visto anche il periodo?
"E’ un live dei Subsonica, tra l’altro in questo momento in particolare ottima forma. Sarà quindi un concerto ‘normale’ tutto da ballare, da vivere con intensità emotiva, e che non scansa temi e argomenti d’attualità, cercando di attivare delle riflessioni collettive. In particolare per questo tour, anche grazie all’uso di immagini impattanti dei giovani torinesi High Files Visuals".
Che spazio avrà "Terre rare", album ricco di contenuti diversi rispetto al passato?
"Terre Rare ha avuto un’accoglienza particolarmente affettuosa, confermata dalle richieste di presenza dei suoi brani in scaletta. Ce ne saranno almeno sei, che si amalgamano bene con le tracce del passato. Per riuscire a far stare tutto dentro, incluso un doveroso tributo ai 30 anni del primo album, abbiamo anche creato delle sequenze non stop di brani che si mixano gli uni con gli altri, senza pausa".
E’ un disco che segna una nuova fase della vostra carriera, all’insegna della ‘contaminazione’ con altre culture musicali? Penso a un brano come "Ghibli".
"Ghibli rappresenta bene quello che volevamo trasmettere: un’idea di ricerca nuova che non rinunciasse all’identità Subsonica costruita nei decenni. Il viaggio che abbiamo fatto insieme in Marocco, ad Essaouira, è stato fondamentale. Ci ha aiutato a spostare i riferimenti, a mantenere intatta l’attitudine sperimentale e combinatoria degli inizi in presenza di stimoli e strumenti nuovi. Ma anche a costruire un mondo avventuroso di geografie immaginarie, a sottolineare la nostra volontà di proporci in forma di ’album’, non di playlist di singoli da due minuti".
"Straniero" è la prova che "Terre rare" è il vostro disco più ‘politico’?
"Non saprei dire se lo sia più di altri. Abbiamo sempre cercato di mantenere una certa ’porosità’ nei confronti delle cose che succedevano intorno a noi. Di sicuro in questi ultimi anni la realtà ha sfondato la porta della sfera privata di chiunque sia dotato di un minimo di sensibilità e molti degli argomenti più attuali e drammatici non potevano restare fuori. La presenza di Tära ci ha permesso di parlare di guerra, di Palestina, di odio razziale, insieme ad un’artista palestinese di seconda generazione che ci ha regalato uno sguardo ancora più ravvicinato su tutte queste cose".
Come vivete, da musicisti ‘veri’, in studio e dal vivo, quest’era di musica spesso ‘artificiale’, a volte fatta addirittura dall’intelligenza artificiale?
"Non abbiamo pregiudizi nei conforti dei ‘non musicisti’, anzi siamo più allergici alla pomposità di chi rivendica dogmaticamente tecnica e conoscenza della materia, quasi parlasse di argomenti da museo e non di subculture, attitudini e rivoluzioni musicali che hanno fatto la storia. Siamo nati negli anni 90, quando i campionatori nelle mani di alcuni geni combinatori, non sempre dotati di tecnica e studi accademici, cambiavano le regole della musica. Noi, in quegli anni abbiamo creato una nostra impronta utilizzando spesso gli strumenti in modalità non convenzionali".
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