
Dal 1996 l’istituto accoglie 1.700 studenti da 2 a 19 anni di 50 nazionalità nei tre campus di Caviglia, Colonna e Palazzo Archinto
Una docente di una scuola elitaria di Milano è stata prima licenziata e poi reintegrata dal giudice del lavoro perché le contestazioni mosse dai genitori sono risultate prive di “un rilievo disciplinare” per giustificare l’interruzione del rapporto.
Le contestazioni che avevano indotto la scuola a licenziarla? “Non ascolta le opinioni dei bimbi”, “Sbuccia la frutta al posto degli allievi, non incoraggia l’iniziativa dei bambini”. Come se aiutare i bambini a mangiare un’arancia fosse un reato.
Alla prof si contestava anche l’approccio che “tende a concentrarsi maggiormente sulla direzione e l’istruzione dei bambini”. Ancora: ma cosa dovrebbe fare un’insegnante se non istruire?
Basta del resto farsi un viaggio in una delle centinaia di migliaia di chat di una “normale” classe – e da genitori è (quasi) d’obbligo – per venire a conoscenza di un mondo parallelo. Di parrucchiere che ne sanno più di un ministro dell’istruzione e di papà con laurea in “tuttologia”. Insomma, di chi ne sa sempre una più del libro e di solito tende a imporre il proprio pensiero come fosse il Vangelo.
In questo caso c’è poi l’aggravante della scuola elitaria, di quelle con rette a quattro zeri che annoverano tra i loro banchi i figli dei vip. Famiglie benestanti dove molto spesso il credo è più o meno questo: “Pago, quindi ho sempre ragione”.
Per fortuna non funziona sempre così, esiste ancora il buonsenso oltre che la Costituzione. Nella sua sentenza il giudice del lavoro ha ritenuto che le contestazioni mosse non avessero alcun fondamento. Giuridico sì ma anche didattico viene da aggiungere.
Vittoria quindi per la docente, alla quale però toccherà tornare nella stessa scuola dove, quasi certamente, si imbatterà in altri genitori onniscienti che trattano i loro eredi come piccoli principini infallibili. Ergo, contraddirli è lesa maestà. Anche per l’insegnante stessa.
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