Venezia 83, Hombre al agua di Gael García Bernal. Recensione del film

2026/09/07

Categories: world-news

Introduzione

Presentato alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia (SEGUI LA DIRETTA), nella sezione Venezia Spotlight, e selezionato anche al Toronto International Film Festival, Hombre al agua è il terzo film da regista di Gael García Bernal, che dietro e davanti alla macchina da presa veste i panni di Camilo, bagnino cubano che salva dall'annegamento un magnate messicano e viene, per gratitudine, “salvato” a sua volta: risucchiato in una famiglia dorata che è insieme rifugio e trappola. Con Ricky Martin, Esmeralda Pimentel e Natalia Oreiro, García Bernal cucina una fajita speziata, golosa e abbondante: una commedia anarchica e metacinematografica su mascolinità, classe, migrazione e, soprattutto, libertà

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Quello che devi sapere

Hombre al agua di Gael García Bernal: la storia si ripete

«La storia si ripete due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa». È l'idea portante di Hombre al agua, e il film ha il gusto sornione di sventolare l'aforisma senza firmarlo. Marx? Forse. Ma il regista si diverte a lasciare il dubbio nell'aria come un profumo: e se fosse Mark Twain, o magari Dostoevskij? Non è un vezzo intellettuale, bensì il cuore pulsante del racconto. Perché Camilo, il nostro uomo in mare, è condannato a vivere due volte la stessa perdita: prima come dramma, poi come pochade.

D'altronde tutto comincia con un salvataggio, gesto epico e insieme equivoco. Camilo strappa alle onde del Mar dei Caraibi l'imprenditore Abel, e quel debito di riconoscenza si trasforma presto nel più dorato dei cappi. Abel lo porta in Messico, ne fa il proprio braccio destro, gli presenta la figlia Juana. Camilo la sposa, mette su famiglia. Peccato che ogni cosa faccia parte di un piano di manipolazione tanto meticoloso quanto machiavellico. Insomma, chi ha salvato chi?

Da bagnino a genero: Camilo, il caraibico alla deriva

Il titolo, hombre al agua, è il grido che si leva quando qualcuno cade in mare: “uomo in mare”. Ed è esattamente lo stato dell'anima del protagonista, un naufrago emotivo prima ancora che geografico. García Bernal, che dichiara di aver fatto di Camilo un proprio eteronimo — e il termine, caro a Fernando Pessoa, non è scelto a caso —, gli cuce addosso la solitudine dell'uomo di mezza età, quella in cui lavoro e paternità divorano ogni spazio e l'amicizia maschile evapora.

A onor del vero, l'attore aveva pensato di affidare la parte a un interprete cubano. Ma i finanziatori smettevano di ascoltarlo appena diceva di non volersi calare lui stesso nel ruolo. Sicché García Bernal ha indossato l'accento come una maschera, memore che dietro una maschera la verità sa farsi più affilata. E c'è una malizia geografica gustosissima: se vuoi promuovere il cubano a dirigente d'azienda, conviene ribattezzarlo “caraibico”. Perché certe parole, si sa, aprono porte che altre sbarrano. Curioso che a interrogarsi sulla libertà latinoamericana sia proprio l'attore che vent'anni fa, nei Diarios de motocicleta, prestava il volto a un giovane Che Guevara. Dal rivoluzionario al naufrago: che parabola.

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La casa come rifugio e gabbia dorata

Come già la casa di The Echo Chamber o l'isola di Calipso, anche la dimora di Hombre al agua è un personaggio a pieno titolo, dotato di una gerarchia verticale spietata. García Bernal l'ha concepita bella e accogliente, ma con una torre in cui rinchiudere Silvina — la principessa-profuga interpretata da Natalia Oreiro, di cui Camilo deve prendersi cura — e un sottosuolo dove cova ciò che la famiglia vuole nascondere. Poiché in Yucatán le cantine sono un lusso impossibile (il terreno calcareo le allagherebbe all'istante), la troupe ha inventato un sotterraneo con la magia del cinema, cucendo insieme più haciende nei dintorni di Mérida.

Il risultato è quel motivo che ci è tanto caro: la casa che da rifugio si fa gabbia dorata, da nido diventa prigione. Uno spazio dove sappiamo sempre cosa ci sovrasta, cosa si cela sotto, da quale porta si potrebbe fuggire. L'architettura, insomma, come coreografia del potere.

Ricky Martin e la commedia che cambia genere

Se c'è chi sostiene che si debbano girare film per smontare i pregiudizi sui ricchi, Hombre al agua fa serenamente il contrario. Esmeralda Pimentel è straordinariamente, deliziosamente odiosa nei panni di Juana, la rampolla del miliardario. E poi c'è Abel (Jorge Salinas), l'uomo che dietro una fabbrica di sigilli coltiva il sogno di diventare governatore dello Yucatán. Nelle sue presentazioni Abel scherza sul fatto che i sigilli esistano da millenni, dall'India alla Cina, in tutte le civiltà più antiche: perché l'essere umano ha paura, e da sempre cerca il modo di proteggersi, di sigillare, di mettere al sicuro. Salvo poi scoprire, come Camilo, che certi sigilli non custodiscono ma imprigionano. Del resto per certi individui ogni gesto, financo un salvataggio in mare, è un'opportunità da monetizzare.

Ma la carta più spassosa García Bernal la gioca con Ricky Martin, star planetaria del pop, qui chiamato a interpretare Roby, ovvero un attore ingaggiato per vestire i panni di Camilo nel film biografico dentro il film. Un cortocircuito metacinematografico che è già una dichiarazione di poetica. Del resto il film è dichiaratamente una commedia nel senso classico e più anarchico del termine: una forma capace di contenere tristezza, violenza, suspense e straniamento, di fingersi love story o crime movie per poi sterzare altrove. Certo, il lungometraggio è disordinato, talvolta disorientante. Ma è proprio lì il suo bello: i personaggi paiono intrappolati dentro un film che continua a cambiare genere sotto i loro piedi.

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Il metacinema di García Bernal, i vampiri e i film nel film

Coraggioso e inventivo, García Bernal spinge il metacinema all'ennesima potenza. Cita persino ¡Vampiros en La Habana!, il film d'animazione del 1985 diretto dal cubano Juan Padrón, e semina l'opera di film dentro il film. L'intuizione più feconda arriva dalla collaborazione con il drammaturgo argentino Mariano Pensotti, con cui è firmata la sceneggiatura: l'idea, per esempio, che uno sciopero possa essere disinnescato invitando gli scioperanti a girare un film su ciò che sta accadendo loro. Teatro nel cinema, cinema nel cinema.

Aleggia, confessato quasi con imbarazzo, lo spirito di Luis Buñuel. García Bernal ha raccontato di aver sognato un film che Buñuel e il suo grande sodale Jean-Claude Carrière avrebbero potuto apprezzare. Da qui il permesso di seguire digressioni, impulsi, deviazioni impreviste: quella libertà che teatro, musica e poesia concedono da sempre, e che il cinema più corrivo tende invece a temere

La colonna sonora: Mozart, Toquinho e l'Attila di Verdi

García Bernal l'ha detto a chiare lettere: ha sempre immaginato il film più vicino al fluire della musica che alla logica narrativa della letteratura. E la colonna sonora — musiche originali di Memo Guerra — lo dimostra centrifugando con gioiosa impudenza Mozart, il brasiliano Toquinho e l'Attila di Giuseppe Verdi. Un frullato sonoro apolide, esattamente come apolide è l'anima del film, che raduna interpreti e accenti da Cuba, Messico, Brasile, Uruguay e Portorico senza mai appiccicarci sopra l'etichetta esotica di “questa è l'America Latina”.

A imprimere tutto su pellicola provvede il direttore della fotografia italiano Fabrizio La Palombara, che gira in un 4:3 (formato 1.33) tanto claustrofobico quanto intimo: la scelta di stare addosso ai volti senza risultare invadenti. Perché anche la cornice, qui, è una gabbia.

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La libertà, il cane e la telenovela: il motivo che attraversa il film

C'è un filo rosso che tiene insieme questa fajita disordinata, e si chiama libertad. Torna nella telenovela La libertad che Camilo guarda con la figlia Sasil — e nella lingua maya yucateca sáasil significa “luce”, “chiarezza”, quasi un presagio inciso nel nome. Torna nel cane di casa, battezzato Libertadores, e fa un certo effetto che a dare a un randagio quel nome sia lo stesso attore che vent'anni fa incarnava uno dei più celebri fantasmi rivoluzionari dell'America Latina. E torna, capovolto, nell'interrogativo più struggente del pressbook, di cui il film è impregnato: quando qualcuno decise di portarsi via un cane randagio da una spiaggia verso una fredda città del nord, qualcuno chiese «ma il cane, gliel'ha chiesto nessuno se vuole andarci davvero?». Ecco l'intero film in una battuta: perché diamo per scontato che la nostra idea di vita migliore sia la vita che l'altro desidera?

Camilo, come quel randagio e come il suo Libertadores, viene “salvato” e trapiantato in un paradiso che è una prigione. E la sua Cuba, nel frattempo, si sgretola non perché conquistata, ma perché si svuota, se ne vanno tutti. Un uomo il cui altrove è scomparso, e il cui presente è una gabbia. Non c'è più una ragione per restare, forse nemmeno per tornare.

Se fosse un cocktail

Se Hombre al agua fosse un cocktail sarebbe il Sáasil, “la luce”: rum cubano invecchiato, a onorare l'isola che si sfalda; un cucchiaio di mezcal messicano, affumicato come un rimorso; e soprattutto lo xtabentún, liquore yucateco di miele e anice dalle antiche radici maya. Poi succo di lime, per l'asprezza del salvataggio che diventa cattività, e una goccia di soluzione salina, a evocare il Mar dei Caraibi da cui tutto è cominciato.

Una mistura torbida e solare a un tempo, dolce come la promessa di una vita migliore, amara come la scoperta che quella vita non l'avevi chiesta. Da servire in un bicchiere basso, guarnito con una scorza d'arancia tagliata a forma di amo: perché ogni salvataggio, in questo film, è anche un'esca. E da bere fissando il fondo, là dove, come nella pupilla di García nel finale, si specchia il mare.

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Il giudizio: García Bernal firma un naufragio pieno di vita

Alla fine della traversata, quando la commedia ha cambiato pelle per l'ennesima volta, resta un'immagine che non si scrolla di dosso: il mare riflesso nella pupilla di Camilo. In quell'occhio c'è tutto il film. La libertà come orizzonte e come minaccia, il salvataggio come dono e come catena, la deriva come unico modo per ritrovarsi.

Hombre al agua è disordinato, anarchico, a tratti sfilacciato. E fa benissimo a esserlo. In un'epoca in cui metà del pubblico pretende di sapere in anticipo se sta guardando una commedia, un dramma o un thriller, García Bernal si schiera con l'altra metà: quella che ama salire a bordo senza sapere dove si andrà a sbattere. Un film-eteronimo in cui l'attore-regista si mette a nudo, quasi esposto, per ricordarci la cosa che più ama del cinema: la possibilità di vivere molte vite dentro una sola.

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