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Angelo Alessio ha attraversato quattro decenni di calcio, tra campo e panchina. Dal Partenio di Avellino negli Anni 80 a Wembley dove ha vinto la Fa Cup con il Chelsea, passando per tanta Juve. Alessio ha visto cambiare tanto, quasi tutto: i calciatori, il modo di giocare, l’attenzione dei media, il tifo. Ma ha mantenuto la pacata saggezza di chi sa osservare e imparare, adattandosi perfettamente al futuro grazie al prezioso bagaglio del passato. La stessa pacatezza della sua voce che ci porta a spasso nel tempo del pallone. Partiamo dal Partenio di Avellino, dove hai iniziato la carriera da calciatore. Insieme a te o subito prima di te, negli Anni 80, giocavano giocatori pazzeschi da Tacconi, Favero e Vignola a Ramon Diaz e Dirceu, da Colombo a Di Napoli. Cos’era quell’Avellino? «Quell’Avellino era qualcosa che andava oltre il calcio. Il tragico terremoto del 1980 aveva fatto sì che intorno a quella squadra nascesse qualcosa di più intenso del normale. L’Avellino di quegli anni non rappresentava solo una città, ma una comunità che si era unita e fortificata intorno alla squadra. Rimanere e resistere contro le corazzate degli Anni 80, quindi contro gli stranieri più forti, era un miracolo che caricava tutti e teneva insieme la gente di Avellino. Era l’orgoglio di un territorio che rinasceva anche grazie al calcio».
La trasferta ad Avellino
E poi c’era l’inferno del Partenio… «Il tifo dell’Avellino, ancora oggi, è conosciuto in tutta Italia per la sua intensità. Allora sprigionava un’energia che spingeva chi andava in campo, ti faceva dare più del massimo. E finiva per intimidire l’avversario. In quel periodo ad Avellino c’era un gruppo di calciatori unito, c’era una società forte e capace, c’era una proprietà appassionata e c’era il tifo. C’era tutto». Platini temeva quella trasferta e la sua “pericolosità”. «Non credo solo Platini… Molti calciatori di quegli anni sapevano quant’era difficile giocare ad Avellino». E poi - altro che “Linea Orsato” - in quegli anni si menava come fabbri! (ride) «Era un calcio diverso. La tv trasmetteva solo il tempo di una partita, molte gare erano riprese con una sola telecamera, che seguiva l’azione, cioè il pallone, e fuori dalla vista della telecamera e dell’arbitro la situazione poteva diventare, diciamo, ruvida. Ma per un attaccante erano normali la gomitata, la manata, la minaccia. Parte del gioco, non si lamentavano neanche».
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