Dieci anni fa, il 2 agosto, moriva Guglielmo Minervini. E da allora ogni estate, avvicinandosi questa data, mi accorgo che il tempo non ha logorato la sua presenza: l'ha semmai resa più necessaria, più densa di significati, più iconica. Perché raccontare Guglielmo non è e non può essere un esercizio di nostalgia, perché la sua lezione non può essere ridotta ad un generico galateo progressista, perché della sua vicenda pubblica occorre raccogliere i petali e anche le spine. La sua vita fu un crocevia di storie e di culture che videro l’emersione di un nuovo Sud - civile, solidale, ribelle: e dentro quel Sud, abitato dai pensieri “meridiani” di un meridionalismo cosmopolita, camminava una contagiosa profezia di pace, l’annuncio di una salvezza che non fuggiva dalla contemporaneità e che si coniugava con le domande e i bisogni di giustizia sociale.
Era il cattolicesimo democratico vissuto in mare aperto, senza le barriere del moderatismo, come ferialità e orizzontalità dell’impegno nella società; ed era la Chiesa del grembiule: l’istituzione “convertita” alla radicalità del messaggio evangelico, mondata dal peccato dei “sacri affari”, che sceglie non retoricamente di lavare i piedi ai poveri piuttosto che lisciare il pelo ai potenti. Era don Tonino Bello: un grande Vescovo, un poeta capace di fondere cielo e terra, l’uomo che incarnava l’eresia della giustizia e della pace in un mondo sempre più ingiusto e spietatamente governato dalla guerra e dalla sua economia. Anche don Tonino, come Papa Francesco, veniva da una “fine del mondo”: non l’Argentina di Bergoglio, ma quell’estremo lembo di Salento in cui l’Europa precipita nel Mediterraneo.
È anche grazie a don Tonino che si gettano, in una regione marginale e inerte come la Puglia, semi destinati a germogliare. Con lui nasce la parabola esistenziale, spirituale, culturale e politica di più di una generazione. Con lui nasce la storia di Guglielmo Minervini. Ed è sui sentieri impervi del magistero di don Tonino che io e Guglielmo ci troviamo, ci ri-conosciamo, condividendo infine gli anni più faticosi e più entusiasmanti delle nostre vite. Oggi vige un racconto stereotipato della cosiddetta “primavera pugliese”, che tende a sterilizzarne la memoria, censurandone il significato di eresia all’interno del recinto del centrosinistra. Si tende a rimuovere il fatto che quella esperienza nacque e si confermò, per due volte, innanzitutto come battaglia politica contro il sedicente realismo di una sinistra moderata che ambiva a vincere per sostituire il proprio sistema di potere a quello dell’avversario. Noi dovemmo battere per due volte, nelle primarie, una sinistra che a ci appariva anemica e compromissoria, per poi poter battere due volte la destra tecnocratica e dirigista di Raffaelle Fitto.
E nell’esperienza concreta di governo Guglielmo, insieme agli altri protagonisti straordinari di quella stagione, fu decisivo nel falsificare l’idea che noi fossimo solo dei predicatori e degli acchiappanuvole. Con i fatti dimostrammo che la narrazione di una “Puglia migliore”, capace di mutarsi in sperimentazione di un nuovo modello di sviluppo, non era una trovata propagandistica. Sconfiggemmo due avversari, due stili della contesa politica che erano prigionieri del primato della gestione. Due sconfitte, insieme, aprirono uno spazio. E in quello spazio, inatteso persino da chi lo abitava, prese forma qualcosa che a sinistra suonò rivoluzionario: l'idea che amministrare bene non bastasse, che occorresse fare dell'innovazione sociale e culturale il motore di un Mezzogiorno capace di parlare a tutto il Sud e, insieme, all'Europa.
Guglielmo fu, appunto, la voce più naturale di quello spazio. Quando nel 2005 vincemmo le elezioni regionali offrirgli l'assessorato non fu un calcolo politico: fu il riconoscimento di un merito - era stato un bravissimo sindaco nella sua Molfetta - ma fu anche l’inverarsi di una comunanza di destino. Per dieci anni Guglielmo ha tenuto insieme, in modi diversi, aspetti decisivi della navigazione del governo. Non un separato in casa, non un profeta isolato, ma un pilastro essenziale di un’azione collettiva. Con una fisionomia certo davvero singolare nel suo modo di essere e di fare.
La politica governativa
La sua vera opera — quella che ha lasciato un segno che va oltre la cronaca amministrativa — è stata teorica prima ancora che pratica: la "politica generativa". Un'idea semplice e radicale insieme: le risorse pubbliche non si distribuiscono, si usano come leva per attivare risorse che già esistono, sommerse, nella comunità. Lui fu il regista della rivoluzione copernicana di politiche giovanili che erano il contrario del giovanilismo, del paternalismo, del clientelismo: si metteva al centro il talento e il protagonismo dei giovani, il loro bisogno di formazione, di crescere come cittadini del mondo, di costruire e rigenerare spazi per la loro creatività. Bollenti Spiriti, i Laboratori Urbani, Principi attivi, Ritorno al futuro, i beni confiscati restituiti alla società: non furono programmi tra i tanti, furono la dimostrazione che una politica generativa produce più valore di quanto ne spenda, raccoglie più di quanto semina. Migliaia di ragazze e ragazzi pugliesi trovarono in quegli anni, per la prima volta, una Istituzione che non faceva loro la predica ma investiva su di loro. Ricordo Guglielmo commuoversi, letteralmente piangere di felicità, davanti a duemila giovani riuniti in Fiera: perché quello, e non altro, era il senso profondo del suo impegno. E fu lui a inaugurare un’altra inedita innovazione con la riforma di una macchina burocratica regionale demotivata e svalorizzata. E seppe perseguire, nel segno della trasparenza e della legalità, oltre che della modernità e della sostenibilità, una politica della mobilità che avesse al centro il trasporto pubblico.
C'è un tratto di Guglielmo che voglio consegnare a chi non l'ha conosciuto, ed è la sproporzione tra la statura della sua opera e la sobrietà del suo stile. L’ho scritto altre volte, mi piace ripeterlo. Aveva una trasandatezza quasi francescana, un pudore che lo faceva arrossire, un'estraneità antropologica a ogni pompa del potere. Non fu mai, nemmeno per un giorno, l'eroe di una fiction: fu l'antieroe di una stagione che pure eroica lo fu davvero. E quando il male lo colpì, nel 2013, la politica non divenne per lui un rifugio ma qualcosa di più simile a una cura supplementare, quasi un farmaco: lavorava dalle stanze di ospedale, tornava in Giunta dopo la chemio, e discutevamo spesso, in quegli anni, di una politica intesa come servizio, come sacrificio, talvolta come martirio. Aveva una forza d’animo che gli riempiva il cuore di coraggio, fino alla scelta nel 2015 di correre per le primarie per la presidenza della regione. Fu una parentesi, per me assai triste, in cui ci dividemmo, ma senza alcuna incrinatura nei rapporti personali. Anzi, alle regionali si candidò con la lista di sinistra e non con il Pd, in aperta polemica col partito che pure aveva contribuito a fondare. Quando nel centro-sinistra, con troppi silenzi, si aprì più di un varco al trasformismo, lui fu tra i pochissimi a non restare in silenzio. Fu sempre scomodo, perché restò sempre fedele alla sua vocazione. E fu sempre mite, ma di quella meravigliosa mitezza che non è mai nascondersi per paura del conflitto.
L'ultimo suo messaggio pubblico, il 31 luglio 2016, si chiudeva con parole che sono rimaste, giustamente, il sigillo della sua storia: la fiducia di rivedersi presto. Anche nell’ora del tramonto lo sguardo rivolto all’alba. A dieci anni di distanza, la domanda che mi pare più urgente non è se ricordiamo abbastanza Guglielmo Minervini. È se sappiamo ancora leggere, nella sua biografia, l'indicazione di un metodo che resta attuale: che le stagioni politiche non si aprono per inerzia né si vincono soltanto contro un avversario, ma nascono quando si è capaci di rompere insieme, su ogni fronte, l'ordine consolidato del potere — quello che si annida anche dentro i propri schieramenti. La primavera pugliese fu così: un'eredità raccolta e insieme una rivoluzione dentro la tradizione che l'aveva generata. Guglielmo lo capì prima di tutti, e lo pagò, come sempre gli capitava, con la moneta più sobria e più vera: il lavoro e il pensiero, cioè il contrario della la retorica. Per questo, dieci anni dopo, continuiamo a cercarlo: e a trovarlo, ogni volta che qualcuno, in Puglia e ovunque, prova ancora a generare invece che a spartire.
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