Giro della Campania, Saronni: «Qui ho lasciato il cuore»

2026/09/19

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Beppe Saronni, 68 anni, lombardo doc, uno dei più forti e pluri vittoriosi ciclisti italiani dell’ultimo mezzo secolo, iridato a Goodwood nel 1982, due Giri d’Italia (‘79 e ‘83), il “Lombardia” 1982, la “Sanremo” 1983, fra i suoi 165 successi, ha vinto anche due volte in carriera il “Campania” nel ‘78 e nell’80. Come Bartali, Coppi, Bitossi e Moser. Primatista dei successi resta Learco Guerra, con le tre vittorie consecutive ottenute nel ‘32, ‘34 e ‘35 (nel 1933 la gara non fu infatti disputata).

Torna il Giro di Campania dopo un quarto di secolo esatto: il pensiero di un campione che lo ha vinto due volte?

«Innanzitutto, in assoluto quando rientra una corsa qualsiasi nel rarefatto ciclismo che viviamo in Italia, è una enorme soddisfazione. Ma lo è di più, e per me due volte di più, quando troviamo in calendario una nuova corsa nel Sud. Credo di aver trovato il più grande patrimonio di affetto e simpatia proprio in Campania. Lombardo e buono, non posso dimenticare la passione incredibile su quelle strade, il sorriso alla punzonatura, la gente che ti abbracciava. E ho conquistato ben sei edizioni del Trofeo Pantalica in Sicilia».

Le due vittorie in Campania, si diceva.

«Nel ‘78 ero un ragazzino, non avevo neanche 21 anni. E chi se la scorda, Penisola sorrentina, arrivo a Sorrento, credo che organizzasse fra gli altri Carmine Castellano. Me ne andai sul Picco Sant’Angelo e via, e mi restò a ruota solo Miro Panizza, Miro il vecchietto poverino, che mi aveva visto un po’ crescere».

Panizza lo scalatore arcigno, che in bici sembra scolpito in pietra.

«Già, quello scalatore senza età che mi chiamava “balin”, che in dialetto lombardo vuol dire “piccolino”, perché lui era un po’ una chioccia per noi ciclisti esordienti, nel Milanese».

E allo sprint a due ?

«Allo sprint non c’era storia, ricordo però quello che lui mi disse dopo: “Così in volata va bene, Beppe, ma se mi avessi staccato tu in salita, un po’ mi avrebbe dato noia”».

E nel 1980, invece?

«Là fu diverso, si arrivava a Caserta, credo in prossimità della Reggia, e si era fatto un gruppetto buono, dopo aver fatto un circuito nuovo prima del traguardo, il circuito di Puccianiello, selettivo ma non tantissimo. Sarà che non sentivo tanto la fatica, a quell’età. E mi trovavo a ruota, non si staccava un cagnaccio di quelli, Pierino Gavazzi, velocista resistente di quelli che non devi portarti allo sprint. Ma quel giorno, credo fosse il 21 marzo, il Gavazzi dovevo batterlo per forza. Sai, cinque giorni prima mi aveva fregato una “Sanremo” che credevo già vinta. Ma a Caserta non ci fu storia, vinsi di netto, lui secondo, terzo Contini. Di netto, è il “Campania” mi sembrò la rivincita più solare della “Sanremo” svanita. Questo è il ciclismo, questo è il colore del ciclismo al Sud».

Altri “Campania” a seguire?

«Credo di averne disputato un altro paio, mi sembra che arrivai quinto nel 1982, quando vinse il mio amatissimo nemico Moser...».

E in Campania, dovunque, anche al Giro d’Italia, quanto amore per Saronni.

«Ricordo come fosse ieri, e vorrei che fosse domani, quando vinsi prima a Benevento e poi a Ravello, due tappe consecutive, al Giro del ‘78. Anche per questo io mi sento un lombardo napoletano, o almeno campano. E cerco ogni scusa, sarà pure il Natale a San Gregorio Armeno, per tornarci. Ma che Saronni era mai quel Saronni, incredibile lì, nel 1978».

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