Gianluigi Gherzi è abituato a raccontare luoghi difficili, a stare nelle storie che non fanno rumore. Ha recitato e diretto spettacoli per alcuni dei più importanti gruppi italiani di teatro di ricerca e portato il suo lavoro dentro carceri, centri di aggregazione giovanile, centri sociali autogestiti. Nei suoi libri – da Tuani. I re della strada a Pacha della strada, fino ad Atlante della città fragile – mette in luce vite ai margini, legami invisibili, periferie urbane ed umane. Dando voce a chi, spesso, una voce non ce l’ha.
Un giorno d’estate, nel tempo sospeso del Covid, approda a Linosa, un’isola solitaria in mezzo al Mediterraneo, a metà strada tra Africa e Sicilia. Tre vulcani spenti ne disegnano il profilo, casette dai colori sgargianti creano un magnifico contrasto con la terra nera.
Questo luogo lo ammalia, lo cattura. Qui incontra per caso il protagonista del suo ultimo romanzo, Il ragazzo delle berte, edito da AnimaMundi Edizioni: il racconto di un’isola, di un giovane nato lì e di migliaia di uccelli marini che ogni anno tornano a popolarla, le berte. Con i loro nidi nascosti tra le pietre vulcaniche e il loro potente canto notturno, simile a un lamento, che ha ispirato l’antico mito delle sirene.
Gianluigi Gherzi è anche uno dei protagonisti della nuova serie di vodcast Le voci di DOVE, in cui Simona Tedesco, direttrice di DOVE, incontra viaggiatori che hanno fatto del racconto un modo per attraversare i luoghi, ascoltarli e restituirne quella trama nascosta che non emerge al primo sguardo.
Tra i tuoi viaggi ce n’è uno che è diventato un bellissimo libro: Il ragazzo delle berte. È il viaggio che, a un certo punto, ti conduce a Linosa, minuscola isola nel Mediterraneo. Quando ci arrivi e perché?
«Sono arrivato a Linosa non pensando di fare un viaggio straordinario. Ci sono arrivato al tempo del Covid, quando ti dicevano che non potevi andare tanto lontano. Il nome di quest’isola mi era rimasto in testa, qualcuno me ne aveva parlato. Quando l’ho vista apparire dall’aliscafo mi sono chiesto: “Ma com’è possibile? Com’è possibile vivere lì?”. Davanti a me il profilo di tre coni vulcanici. Nessuna casa. Solo quando la nave ha girato e cambiato inclinazione le ho viste: casette tutte colorate, come fiori gialli, rossi, azzurri, che spuntavano sulle pendici del vulcano».
In che stagione sei arrivato?
«In estate, a luglio. È stato forse il posto in cui mi sono sentito più piccolo, perché possiede un equilibrio naturale talmente potente che devi entrare un po’ in punta di piedi e con grande rispetto dentro l’isola e dentro a tutte le specie che la popolano. Non solo la specie umana, ma anche la specie animale. In particolare c’è una specie, la berta marina, imparentata con gli albatros. Sono dei procellariformi, bellissimi uccelli marini. A luglio sull’isola ce ne sono circa 18mila: arrivano alla fine della migrazione e formano la più grande colonia del Mediterraneo. Quindi, se fai il rapporto tra abitanti e berte, vincono le berte: circa 40, 45 a uno. Vincono soprattutto di notte, perché il loro canto invade l’isola e cancella qualsiasi altra cosa».

Intorno a questo viaggio nasce la storia del tuo libro Il ragazzo delle berte. Ma chi è questo ragazzo? E come l’hai incontrato?
«L’incontro nasce per caso. Io ero partito per andare su un’isola, poi ho incontrato un ragazzo che organizza passeggiate lungo il sentiero delle berte. Un sentiero difficile, tra le pietre vulcaniche. Proprio lì, nascosti nelle fessure, nelle crepe della terra, ci sono i nidi delle berte marine. Ho seguito questo ragazzo che ha cominciato a raccontare semplicemente come vive una berta, quali sono le sue caratteristiche scientifiche. Ma poi ho capito anche che con le berte ci sapeva molto fare perché sapeva come avvicinarsi, come entrare in un nido…».
Aiutami a vederlo questo giovane, quanti anni ha?
«Questo ragazzo ha 25 anni e ti stravolge subito perché parla un italiano perfetto, senza alcuna inflessione dialettale, con una correttezza terminologica a livello scientifico straordinaria. E perché? Perché lui è un ragazzino dell’isola, lui su quell’isola ci è nato. Le berte le conosce da sempre. Ha imparato dagli anziani del luogo come si tratta una berta, come si entra in un nido. E poi ha deciso di studiare in un luogo dove poter approfondire quello che incontrava tutti i giorni. Dopo una battaglia eroica è riuscito ad iscriversi a Scienze della Natura e dell’Ambiente, a Palermo».
Dal tuo racconto emerge che le berte hanno una storia molto particolare…
«Sì, le berte sono filopatriche: vuol dire che tornano nel luogo in cui sono nate. E sono anche monogame: scelgono un compagno e, se funziona – cioè se è adatto alla riproduzione e alla sopravvivenza della specie – se lo tengono. Passano alcuni mesi nel nido, sull’isola di Linosa: depongono un uovo, crescono il pulcino. Poi, a un certo punto, parte una nuova migrazione. E lì succede una cosa sorprendente: i maschi vanno con i maschi, le femmine con le femmine, per sei mesi, rigorosamente separati. E fanno viaggi completamente diversi. I voli dei maschi sono più “a risparmio”: raggiungono il Marocco, la Mauritania, distanza totale 2mila km. Le femmine invece sono scatenate: Nigeria, Sudafrica, perfino Canada, fino a 12mila chilometri. Però, lo stesso giorno – a volte a poche ore di distanza – quello che arriva dalla Mauritania e quella che arriva dal Canada si ritrovano nello stesso nido, lo stesso in cui erano stati insieme l’anno prima. È una cosa stupefacente. Finora la scienza non è riuscita a spiegare fino in fondo questa sincronia, che ha qualcosa del mistero, del grande mistero della natura».

Da questo libro ora è nato anche un progetto teatrale. E lì Il ragazzo delle berte lo hai diviso in due: in scena, infatti, il ragazzo diventa un ragazzo e una ragazza…
«Sì, avevo bisogno del femminile in questa storia. Perché io l’ho sentita così: come un incontro molto forte tra un maschile e un femminile. E poi c’è questo mare: che cos’è? È maschio, come diciamo noi in italiano, o è femmina, come in francese? C’è una polarità continua, che secondo me in natura esiste sempre. A Linosa questa polarità è molto interessante, anche perché è un’isola che sfugge agli stereotipi. Incontri donne con atteggiamenti molto “maschili”, e uomini invece quieti, morbidi, accoglienti. È un mondo molto lontano dallo stereotipo del patriarca che abbiamo in mente quando parliamo di maschi in posti isolati».
Il ragazzo delle berte si chiude con un invito all’incontro. È questa, per te, la chiave del viaggio contemporaneo?
«Sì, credo proprio di sì. L’incontro è con gli abitanti di un luogo, ma anche con una bellezza naturale, con un lichene, con un pezzo di lava, con una pianta endemica, con un animale come la berta. È importante capire quanti incontri è possibile fare in un viaggio. Questo, secondo me, rilancia un’altra idea di viaggio. È finita l’epoca dei grandi viaggi eroici in cui sembrava di partire per luoghi sconosciuti. Oggi il mondo è globalizzato, i luoghi non sono più sconosciuti. Adesso il nostro viaggio è dentro il mistero dell’incontro. È questa la dimensione più forte e più viva che sento».
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