Giallo dell’imprenditore scomparso, tracce di sangue a casa di un indagato

2026/10/07

Categories: world-news

Un’impronta ematica quasi invisibile a occhio nudo, ma che pesa come una sentenza di condanna. La traccia di sangue isolata all’interno del garage del presunto ras di Terzigno appartiene a Francesco Vorraro, l’imprenditore misteriosamente sparito nel nulla il 9 febbraio scorso. Non ci sono più dubbi, né prudenze investigative. Il referto degli specialisti del Ris di Roma, appena finito sulle scrivanie della Dda di Napoli, fissa la svolta decisiva nell'inchiesta sul caso di lupara bianca dell'impresario di Poggiomarino. Il riscontro con il Dna della vittima finisce però per aprire le porte a nuovi interrogativi. È in quel box che Vorraro è stato ucciso dopo essere stato rapito e torturato?

Terzigno, forza il posto di blocco e sperona le auto: arrestato dopo 18 chilometri di fuga

Le tracce

Il riscontro scientifico sembra dunque chiudere un primo cerchio intorno al commando. Le tracce isolate dai carabinieri durante i rilievi appartengono alla vittima. E si trovavano proprio in un garage di via Marconi di proprietà di Gaetano Miranda, esponente dell’omonimo gruppo di mala di Terzigno, indicato dagli inquirenti come il capo della gang. Il presunto capozona dell’area vesuviana era già finito in cella a inizio giugno insieme ad altri tre indagati: Nunzio Mariano Avino, Luigi Fraschetti ed Elio Marchisiello. Un blitz lampo che rappresentava il primo punto di approdo dell’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Visone e dall’aggiunto Sergio Ferrigno.

L’indagine

La svolta del Ris riconduce invece l’indagine nel cuore del feudo della camorra locale. I fatti raccontano di una vera e propria esecuzione maturata dopo una feroce trappola finanziaria. Vorraro, rimasto impelagato in un giro di provviste in nero, fatture estero su estero e investimenti ad alto rischio nei Paesi dell'Est Europa, si era indebitato fino al collo. E tra i suoi creditori figurava proprio la famiglia Miranda, che gli aveva affidato circa 250mila euro.

Il 9 febbraio l'imprenditore viene attirato in un bar di Boscoreale per un appuntamento. Dopo poco si ritrova però in un terreno agricolo a Terzigno. È qui che parte un “interrogatorio” spietato: l'inizio dell'escalation. Il commando esige codici, dati e garanzie per rientrare dei capitali persi. La situazione precipita. Ora la traccia ematica individua il luogo del delitto o della gestione del cadavere: Vorraro potrebbe infatti essere stato condotto direttamente nel box di via Marconi e giustiziato tra quelle mura, oppure ferito a morte durante il sequestro e trasportato solo in seguito nell'immobile di Miranda, con il sangue migrato da vestiti o mani degli aguzzini mentre cercavano una via di fuga. Un’azione spietata, rimasta avvolta nel silenzio per giorni, finché le cimici piazzate dai militari dell'Arma non hanno intercettato una conversazione agghiacciante tra Gaetano Miranda e il padre: «A questo lo abbiamo lasciato nel fosso».

Gli indizi

Una frase tombale, seguita dal panico tra i sodali per la condanna all'ergastolo a cui andavano incontro. Gli assassini credevano di aver fatto sparire ogni indizio. Avevano ripulito minuziosamente il suv di Vorraro, ma non si erano accorti di aver lasciato, tra le varie tracce biologiche, un'impronta digitale sulla parte posteriore del cofano. Da quel dettaglio trascurato gli investigatori sono risaliti ai primi due sospettati, blindando le intercettazioni e arrivando ai fermi di giugno prima che la banda potesse darsi alla fuga. Oggi le accuse formulate dalla Dda, sequestro di persona, estorsione, occultamento di cadavere e morte come conseguenza di altro reato, trovano nel referto del Ris la loro prova regina. La pistola fumante c’è, manca però ancora il corpo.

>> Home