Italia torna a guardare alle proprie riserve di gas e petrolio mentre il tempo per sfruttarle si restringe. La produzione di gas è crollata rispetto al passato, ma sotto terra restano decine di miliardi di metri cubi di riserve certe. Sul petrolio i giacimenti coprono solo una parte del fabbisogno, ma la raffinazione mantiene una capacità superiore ai consumi.
Il governo punta ad aumentare la produzione nazionale di gas per ridurre la dipendenza dalle importazioni. Il decreto varato a settembre interviene sui tempi delle autorizzazioni e consente di nominare commissari per accelerare ricerca, esplorazione ed estrazione.
Nel 2025 dai giacimenti italiani sono arrivati 3,2 miliardi di metri cubi di gas, contro consumi per 63,4 miliardi: poco più del 5% della domanda. All'inizio degli anni Duemila l'estrazione era nell'ordine dei 15 miliardi di metri cubi l'anno. Le riserve certe censite dall'Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse sono 42,5 miliardi di metri cubi al 31 dicembre 2024. Ci sono poi 22,9 miliardi di riserve probabili e 13,2 miliardi di riserve possibili.
Per il petrolio contano estrazione e raffinazione. Il fabbisogno nazionale di greggio è di circa 55 milioni di tonnellate l'anno, mentre la produzione interna è intorno ai 4 milioni. Dieci raffinerie hanno una capacità di 83,3 milioni di tonnellate. Nel 2025 ne sono state lavorate 63,7 milioni, con un utilizzo medio del 77%. Quel 23% non è automaticamente capacità aggiuntiva: ogni impianto ha caratteristiche e vincoli differenti. Il governo vuole verificare i margini e i ministri delle Imprese e dell'Ambiente hanno convocato l'8 ottobre le società del settore.
Il gas è distribuito nel Paese. Sulla terraferma sono 27,1 miliardi di metri cubi, il 63,9%; sotto il mare 15,3 miliardi. Il Sud concentra 23,9 miliardi, il 56,5%. La produzione interessa soprattutto Emilia-Romagna, Basilicata, Sicilia, Puglia e Molise; al largo Adriatico, Ionio e Canale di Sicilia. Nel Canale di Sicilia c'è Argo-Cassiopea, il principale nuovo sviluppo italiano. La produzione è partita nell'agosto 2024 da quattro pozzi sottomarini.
Anche i rigassificatori hanno aumentato la capacità di approvvigionamento: Piombino, operativo dal 2023, può rigassificare 5 miliardi di metri cubi l'anno. Il gas percorre 60 chilometri di condotta fino all'impianto di Gela. Il progetto ha 10 miliardi di metri cubi di risorse e un picco di 1,5 miliardi l'anno. Per aumentare l'estrazione si possono sviluppare giacimenti noti, perforare nuovi pozzi o riattivare quelli non eroganti. Nell'Adriatico c'è anche la questione della subsidenza, cioè l'abbassamento del suolo. Il fenomeno richiede monitoraggi. Contano caratteristiche geologiche e vincoli ambientali.
Sul petrolio le principali aree produttive sono in Basilicata, Sicilia, Emilia-Romagna e Piemonte. In Basilicata ci sono Val d'Agri e Tempa Rossa, collegati a Taranto da oleodotto. In Sicilia ci sono Ragusa, Gela e Gagliano Castelferrato; il Cavone produce oltre 14 mila barili l'anno. In Piemonte restano Galliate, Trecate e Romentino; Villafortuna ha chiuso nel 2016. Secondo Davide Tabarelli di Nomisma Energia, con investimenti si potrebbe arrivare ad almeno 8 milioni di tonnellate.
La raffinazione ha cambiato scala. Nel 1990-1991 le raffinerie attive erano circa 20 e la capacità arrivava a 100 milioni di tonnellate. Oggi sono dieci; Marghera e Gela sono bioraffinerie, Livorno è in conversione. Priolo ha una capacità di 19,4 milioni di tonnellate, Sarroch 15, Milazzo 10,6 e Sannazzaro 10. L'Italia esporta prodotti raffinati, ma ne importa oltre 16,0 milioni di tonnellate. Nel 2025 le esportazioni hanno superato 25,7 milioni. Il consumo interno è di circa 62,0 milioni e il 64% delle importazioni riguarda diesel, jet fuel e Gpl. Un terzo arriva da Medio Oriente e Asia. Sul diesel è invece esportatrice netta.
Il valore del gas e del petrolio estratti non coincide con il guadagno: bisogna considerare perforazioni, trattamento, trasporto, costi operativi e royalty, cioè la quota del valore della produzione versata allo Stato. Per le raffinerie il margine dipende invece dal prezzo del greggio, dai costi di lavorazione e dal valore dei prodotti ottenuti. Resta poi il fattore tempo. L'Unione europea ha fissato una riduzione delle emissioni nette di almeno il 55% entro il 2030 e del 90% entro il 2040, con l'obiettivo della neutralità climatica nel 2050. Gas e petrolio continueranno a essere utilizzati, ma in un sistema che punta a ridurre progressivamente il peso dei combustibili fossili.
C'è infine un dato che ridimensiona la portata delle risorse nazionali. I 42,5 miliardi di metri cubi di riserve certe di gas equivalgono a circa il 67% dei consumi italiani di un solo anno, prendendo come riferimento i 63,4 miliardi consumati nel 2025. Al ritmo della produzione 2025, servirebbero in teoria oltre 13 anni per estrarlo tutto. Per il petrolio il rapporto è ancora più netto: circa 4 milioni di tonnellate di produzione interna contro 55 milioni di fabbisogno delle raffinerie. Anche portando l'estrazione a 8 milioni di tonnellate, il greggio nazionale resterebbe quindi una quota minoritaria della materia prima necessaria al sistema industriale italiano.
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