Garlasco, i genitori di Chiara Poggi: «Chiara è metà della nostra vita che se n’è andata. Noi crediamo nella giustizia: se ci dovesse essere una nuova sentenza, vedremo»

2026/10/04

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«L’ultima volta che l’ho vista viva era sul cancelletto di casa. In pigiama, ci disse “Ciao!”. Io ho rilanciato: “Dai, ti aspettiamo mezz'ora, butta qualcosa nel trolley e vieni anche tu”». Giuseppe Poggi ha impresso nella mente l’alba del 5 agosto 2007 e la loro partenza da Garlasco per le vacanze in Trentino. Già l’anno prima Chiara non aveva tanta voglia di andare in ferie con mamma e papà: «Mi annoio», diceva. Per questo nel 2007, ormai laureata e con un lavoro che le piaceva, i genitori non avevano insistito. Chiara era grande. Così partirono: «Era la prima volta che la lasciavamo a casa da sola». E qualcuno la uccise, una settimana dopo.

Per la giustizia e «cinque gradi di giudizio, oltre a vari ricorsi rigettati» si tratta di Alberto Stasi, il fidanzato, che sta scontando - dal 2015 ed ora in semilibertà - una condanna a 16 anni. Da marzo 2025, però, la Procura di Pavia ha riaperto il caso, indagando sull’amico del fratello di Chiara, Andrea Sempio, già coinvolto e poi “archiviato” nel 2017.

Garlasco si avvia, comunque andrà, ad essere il caso del secolo. Non un cold case, ma un possibile, mastodontico, errore giudiziario. Un delitto la cui soluzione farà giurisprudenza, come si dice in questi casi. A margine di tutto questo ci sono loro, i Poggi, con il loro dolore, il loro riserbo contro ogni ragionevole dubbio. Soprattutto, però, non c’è più Chiara, una ragazza di 26 anni «riservata ma anche tenace, capace di rifiutare un 27 all’università, per ridare l’esame e prendere 30». Rita e Giuseppe Poggi hanno deciso di parlare, alle telecamere di Verissimo. Non lo hanno fatto volentieri, ma per dovere: «In questo anno e mezzo si sono riaperte tutte le nostre ferite, si sono fatte mille ipotesi, anche offensive ed assurde, ma di nostra figlia si è parlato pochissimo», dicono i genitori.

Mentre in studio sfilano immagini allegre di Chiara bambina, Giuseppe gela tutti: «Non ricordavo la sua voce e non l’ho mai sognata: si vede che non è ancora il momento». «Io la sogno tanto, invece», ribatte mamma Rita. In questo turbine, anche necessario, di carte e ricorsi, intercettazioni, omissioni e depistaggi presunti, alibi che traballano, analisi e controanalisi, per i Poggi conta una cosa sola: «Chiara è metà della nostra vita che se n’è andata: quando ci danno dei testardi perché non crediamo nelle nuove indagini, vorremo dire che noi crediamo nella Giustizia». Che per ora ha trovato un colpevole: «Se ci dovesse essere una nuova sentenza, allora vedremo».

Rita e Giuseppe Poggi a Verissimo

Rita e Giuseppe Poggi a Verissimo

Ci sono meccanismi di difesa che vanno attivati di fronte ad un dramma così atroce. Le nuove indagini? Lo stesso dolore. I Poggi raccontano un altro piano sequenza: lontano da perizie, provette, cimici e soprattutto dai social e dai talk show. «Dopo il delitto siamo stati 8 mesi fuori da casa. Potevamo continuare a vivere nell’abitazione dei nonni, ma volevamo tornare perché vivevamo un tempo sospeso, come se avessimo lasciato nostra figlia la dentro, da sola». Quando i Carabinieri restituirono loro le chiavi, fu il momento più duro: il sangue sulle scale. «Che non abbiamo avuto la forza di vedere», le tracce di quella mattina e delle indagini. La casa era rimasta come in quella torrida estate. «Un nostro vicino di casa tuttofare si è offerto di pulire ed imbiancare tutto: non lo ringrazieremo mai abbastanza», ricordano i Poggi.

Poi Rita trovò la forza di salire in camera di Chiara: «Era tutto lì: i suoi jeans con un biglietto per la sarta e quei 10 cm da accorciare e una t- shirt ancora col cartellino, con su scritto: “Don’t forget my past”». Parole che suonano come un testamento, in cui ricercare una verità che c’era, ha fatto male, ma che forse ne nasconde un’altra. «Delle nuove indagini ci feriscono soprattutto la divulgazione delle intercettazioni a nostro carico. Sono tornati in casa a fare rilievi: abbiamo sempre aperto, ma perché spiattellare in tv i nostri discorsi più privati, anche con nostro figlio?».

Già, Marco Poggi, l’altro figlio «per cui continuare a vivere». Anche lui è stato additato, quasi sospettato: Andrea Sempio era uno dei suoi amici più stretti quell’estate. Mamma Rita lo ricorda, papà Giuseppe meno. «Veniva a casa ma in orari in cui ero ancora al lavoro». Marco ha sofferto e anche la sua scelta di andare lontano – vive in Veneto - non è dipesa solo dalle opportunità di lavoro: «Da ragazzo soffriva i nostri silenzi, abbiamo cercato di essere forti anche per lui».

Ma con la stampa che è tornato a bussare alle porte di casa non è facile: «Un giorno ho contato sette trasmissioni che parlavano, quasi in contemporanea del “caso Garlasco”», dice la mamma che ricorda che perfino il Comune ha dovuto istituire un divieto di sosta per non residenti, pur di limitare la presenza di troupe tv in via Pascoli. Il Paese, però, secondo i Poggi ha capito: «Abbiamo sempre ricevuto tanto affetto, abbiamo smesso di far celebrare una messa solo per Chiara ogni 13 agosto, in rispetto dei tanti genitori che possono aver subito un dolore come il nostro. Da subito abbiamo ripreso a frequentare i luoghi di sempre, dal supermercato ai negozi».

La vita cerca di riprendere, ma indubbiamente i Poggi non sono gli unici coinvolti. Ci sono altre due mamme, altri genitori. Se per la mamma di Andrea Sempio, che ha rivolto, negli ultimi giorni, frasi incommentabili all’indirizzo e alla memoria di Chiara Poggi «non ci sono parole», per la mamma di Alberto Stasi il sentimento si modula: «Non c’è stata mai una richiesta di incontrarci con Elisabetta, mamma Stasi. All’inizio credevamo all’innocenza di Alberto: lo andavamo anche a prendere per andare insieme al cimitero. Poi ci fu il fermo e, man mano che le indagini si orientavano su di lui, abbiamo ritenuto opportuno interrompere i rapporti». E ora, i Poggi ammettono: «Anche a condanna scontata non so se mai ci sentiremo di incontrarlo».

Delle nuove indagini i Poggi non vogliono parlare, ma chiariscono la questione del risarcimento che Alberto Stasi sta versando: «Siamo andati loro incontro accettando una transazione. Una grossa parte è stata versata dalla madre, il resto arriva ogni mese dai due quinti dello stipendio di Alberto. I soldi sono su un conto cointestato a noi e nostro figlio e siamo pronti a restituirli», scandiscono Giuseppe e Rita Poggi. Perché a non avere prezzo c’è solo la verità. E il sorriso di quella figlia. Che non c’è più e a cui, chiude il padre, «non ho fatto in tempo a dire quanto fosse meravigliosa». 

L’inchiesta, intanto, prosegue: mentre la difesa di Sempio si prepara a controbattere alle accuse, dopo l’avviso di chiusura delle indagini, la difesa di Stasi lavora alla revisione, annunciando grosse novità che potrebbero svelare nuovi errori durante la prima inchiesta su Sempio nel 2017. La Procura, intanto, sta ulteriormente approfondendo l’ipotesi che proprio le prime indagini nel 2007 e l’operato di alcuni uomini del Ris di Parma abbia portato a gravi omissioni: è il caso dei dati grezzi delle analisi sui pedali di una bici di Stasi. Per 18 anni sono rimaste nei cassetti dei laboratori dell’Arma, nonostante le richieste di giudici e avvocati della difesa. Dolo, errore in buonafede, omesso controllo? Sia come sia, proprio quelle analisi portarono a un primo fermo di 4 giorni per l’allora indagato Stasi, e potrebbero aver indirizzato le indagini solo verso di lui, escludendo fin da subito un approfondimento a 360 gradi. E soprattutto, oltre ogni ragionevole dubbio.

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