Furious - Il ritorno thriller di Emmy Rossum

2026/07/30

Categories: entertainment

L’ex Fiona di Shameless e la creatrice di New Girl per una sfida fra donne in un thriller teso, morboso e psicologicamente spesso

Quando ho saputo che Elizabeth Meriwether, creatrice della deliziosa New Girl, aveva creato una serie con protagonista Emmy Rossum, indimenticata Fiona Gallagher di Shameless, ho subito tirato fuori gli occhi a cuore in attesa di una commedia frizzante, sofisticata, pucciosa, e percorsa dalla classica energia di Rossum.

Ecco, invece no, perché Furious, disponibile su Disney+ con i primi tre episodi (al momento di pubblicare questa recensione) è un crime-thriller tratto da un film del 1987, Black Widow, che non c’entra nulla con la Marvel e Scarlett Johansson e che di commedioso/puccioso ha davvero poco.
Fortunatamente, però, sono comunque tre buoni episodi, anche se ho dovuto mettere via gli occhi a cuore prima che si rovinassero.

Furious racconta dello scontro fra due donne: da una parte Alice Black (Emmy Rossum), ex poliziotta diventata agente dell’FBI, attualmente impegnata a fare la gavetta con incarichi di scarsa responsabilità, ma pronta a tuffarsi su un grosso caso di omicidio in cui è capitato il suo ex collega Danny (il bravo Scoot McNairy di Halt and Catch Fire); dall’altra parte Catherine (Lola Petticrew, la Dolours Price di Say Nothing), una serial killer che droga e uccide uomini fra i quali, almeno inizialmente, sembrano non esserci collegamenti.

Come avete già intuito, non siamo di fronte a un classico giallo in cui non conosciamo l’identità dell’assassino, bensì una storia di inseguimento in cui il racconto dell’indagine condotta da Alice, che capisce prima e più di altri di trovarsi di fronte una serial killer, viaggia in parallelo con l’attività di Catherine, di cui si esplorano i territori fatti di violenza, trauma, manipolazione, vendetta.

Furious non è il classico crime che presenta una trama, punta tutto su quella per l’intrattenimento degli spettatori, e poi si concede giusto piccole deviazioni per non lasciare i personaggi completamente piatti.
No, qui c’è palesemente l’intenzione di un’esplorazione a 360 gradi delle due protagoniste, al punto che il percorso privato di Alice, che viene da una storia di abusi proprio sul posto di lavoro, si intreccia con la vicenda principale in modi inaspettati, creando una tensione narrativa e psicologica molto importante che si affianca (più che aggiungersi) a quella legata all’inseguimento di Catherine.

Arrivo a dire che, forse, l’elemento poliziesco è meno rilevante dell’analisi psicologica delle due protagoniste, che costruiscono una specie di percorso parallelo di violenza, in cui mostrare le due strade a cui può portare l’abuso sulle donne (due strade ovviamente estremizzate, ma che consentono di mettere in scena il doppio discorso): da una parte c’è la via della vendetta, che porta Catherine a cercare giustizia privata e personale per il male che ha dovuto subire; dall’altra c’è la strada della legge e dell’ordine, con cui Alice prova a ricostruirsi un’esistenza che le permetta di gestire e dominare il dolore che ha dentro.

Ovviamente, nessuna delle due strade è lineare e salvifica. Quella di Catherine è una via di oscurità dichiarata, ma anche quella di Alice è piena di buche e dossi, perché l’agente federale può cercare di nascondersi dietro la giacca firmata, il distintivo e la pistola, ma certe fragilità che si porta dentro non possono essere confinate e nascoste per sempre, come ben mette in scena una Emmy Rossum bravissima nel farsi guscio d’uovo apparentemente granitico e privo di crepe, ma sempre pronto a esplodere dall’interno.

In qualche caso, questo doppio percorso al femminile si perde in sfumature politicamente un po’ stucchevoli. Difficile non vedere, almeno in parte, un tentativo di comprendere, se non addirittura “giustificare” (ho usato le virgolette), il comportamento di Catherine in virtù delle violenze subite. E ovviamente, trattandosi di un percorso di vendetta che non prende gente a caso né completamente innocente, parteggiare per l’assassina non è così difficile, malgrado sia un personaggio abbastanza inquietante, che per i suoi scopi è disposta a passare sopra a tutto.

Ovviamente ci sono esempi del passato recente (anche seriale) in cui figure di killer maschili sono state spiegate con infanzie terribili e traumi vari (penso per esempio alla miniserie su Ed Gein), ma diciamo che Furious (che non a casa si chiama “furiosa/e”, che è cosa diversa da malvagia) non nasconde una certa indulgenza verso il male perpetrato, travestendolo da tentazione più che da peccato vero e proprio: come dire che la violenza subita può effettivamente rappresentare un’esca a cui è difficile resistere.
Insomma, è un discorso un filino scivoloso, specie in questi giorni in cui noi italiani abbiamo avuto a che fare con storie di vendette personali e giustizia fai da te, e che la serie maneggia con un certo equilibrio, ma anche qualche piccolo, forse consapevole, scivolone.

Resta però il fatto che Furious è anche una serie ricca di bravure e di sfumature di toni. Per esempio, l’anima comedy di Elizabeth Meriwether non è completamente assente, e ci sono momenti di alleggerimento che, più che in termini strettamente comici, si articolano intorno a dialoghi più frizzanti e ritmati, in cui Alice interagisce con i suoi colleghi presenti e passati ora con affetto, ora con studiata acidità.
La chimica con Scoot McNairy, poi, è palpabile, nel racconto di un uomo di valore che, proprio per questo, viene messo ai margini da maschi che di valore ne hanno poco (all’interno di un altro dei discorsi paralleli della serie, che costruiscono la complessiva riflessione femminista dello show).

Furious è un bel poliziesco perché usa bene gli strumenti del genere, ma anche le sue atmosfere: l’ossessione dei tutori della legge (di quelli bravi, almeno) per la lotta contro il Male, la fatica fisica dell’indagine, la tensione della caccia gatto-topo, il sottobosco di informatori, interrogatori, disagi, notti in bianco che da sempre colorano il genere dandogli riconoscibilità. E però è anche una storia molto contemporanea, in cui uno scontro fra donne ideato nel 1987 viene adattato a un ragionamento sulle origini del Male, sulla gestione del trauma, e sul fatto che, qualunque cosa ci sia accaduta nella vita, le scelte che facciamo in conseguenza di quelle esperienze restano comunque una nostra responabilità.
Vediamo come prosegue e se tiene questo livello, ma per ora di motivi per appassionarsi a Furious ce ne sono un bel po’.

Perché seguire Furious: per i molti spunti diversi e per la bravura delle protagoniste.
Perché mollare Furious: qui e là, il suo discorso politico-culturale può risultare così esplicito da sembrare una lezioncina.

Siccome fra poco vado in vacanza, questo potrebbe essere l’ultimo articolo per una decina di giorni.
Quindi insomma, mi perdonerete se vi piazzo la copertina del mio romanzello, che sempre trovate a questo link su amazon, e di cui le persone che lo stanno leggendo mi dicono benissimo.
Certo, non ne ho ancora la prova da farvi vedere, ma voi vi fidate perché siamo amici da tanto tempo.

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