«Google Effect» e «Popcorn Brain», il professor Francesco Parisi: «Così la nostra mente cambia con il digitale. Ma ogni volta che perdiamo qualcosa, ne acquisiamo un’altra»

2026/08/14

Categories: lifestyle

Google Effect e Popocorn Brain sono solo due delle espressioni nate per descrivere i cambiamenti indotti dalla tecnologia digitale sulla nostra mente.

Molti si chiedono se lo smartphone ci faccia male in qualche modo ed è un dubbio lecito, se consideriamo che spesso non sappiamo più orientarci da soli a forza di usare Google Maps, che facciamo fatica ad approcciare una persona che ci piace dal vivo per l’abuso delle app di dating, che siamo sempre meno attenti per l’overdose di contenuti e input che riceviamo dai device digitali. E ancora: la nostra memoria vacilla anche per un semplice appuntamento, se non abbiamo fissato un Calendar.

Che fine stanno facendo, insomma, alcune delle capacità mentali, o meglio ancora cognitive, che siamo soliti considerare tipiche della nostra umanità? Quello che è certo è che la tecnologia digitale ha indotto evidenti cambiamenti nel nostro modo di interpretare e agire sulla realtà, suscitando periodicamente preoccupazioni e allarmismi.

Noi ne abbiamo parlato con Francesco Parisi, professore associato di Teorie dei media all’Università di Messina, che da anni si occupa di questi temi.

Intervista a Francesco Parisi

La storia recente è costellata di neologismi, il più delle volte inglesi, che descrivono i cambiamenti cognitivi indotti dal digitale; che cos'è, ad esempio, il Popcorn Brain?
«È un’espressione coniata nel 2011 da David Levy per descrivere in modo evocativo quanto la nostra attenzione sia sotto attacco nell’era degli schermi ubiqui: pensieri che scoppiettano da un argomento all'altro come chicchi di popcorn in una padella».

E il Google Effect?
«Si tratta di un fenomeno più preciso, che spiega come, con l’introduzione di Google e dei motori di ricerca, abbiamo cambiato strategia nel ricordare: se sappiamo di poter recuperare un'informazione, smettiamo di ricordarla e sappiamo solo dove trovarla».

Una novità rilevante.
«Non proprio, se ci pensiamo bene. È la stessa strategia, la cosiddetta memoria transattiva, che usiamo, per esempio, in famiglia quando non ricordiamo un dato ma sappiamo esattamente a chi chiederlo. Solo che oggi la nostra fonte non è più umana, è Internet».

Ma, quindi, dovremmo preoccuparci per gli effetti del digitale sulle nostre capacità cognitive?
«La storia è costellata di gente preoccupata che gli effetti delle tecnologie ci tolgano qualcosa, tipicamente rendendoci “meno umani” o “meno capaci” o “più distratti”. Il che è anche vero. Ma con una precisazione: ogni perdita implica un guadagno. Ogni volta che perdiamo qualcosa, ne acquisiamo un’altra».

Ci può fare un esempio pratico?
«Nel mito di Theuth del Fedro di Platone si racconta che la scrittura avrebbe compromesso la nostra capacità di ricordare e non ci avrebbe permesso di ottenere la vera conoscenza, che solo l’oralità può garantire. Come vi pare sia andata?».

Dovremmo considerare i cambiamenti del digitale definitivi?
«Il cervello è straordinariamente plastico: si adatta in fretta, e altrettanto in fretta torna indietro. In un adulto sano il cui unico vizio è scrollare troppo, non c'è alcun effetto irreversibile da temere. Diverso il discorso per i periodi critici, come lo sviluppo: una finestra che va protetta, ma che è delicata in ogni generazione, da che se ne ha memoria».

Anche chi oggi è adulto ha dovuto affrontare sfide analoghe?
«Già nel 1969 il mediologo canadese Marshall McLuhan diceva che la TV simulava il trip psichedelico, perché permetteva di evadere dalla realtà con una velocità e una disponibilità eccezionali. Chi viveva la propria infanzia nel 1969 oggi è una persona alle soglie della terza età e non mi pare che ci siano in giro orde di persone disadattate. C’è chi si è abbuffato di televisione e ha sviluppato una vita equilibrata e poi chi ne è stato privato e non ha avuto altrettanta fortuna. Non è mai un fattore isolato o un’equazione perfetta».

Perché allora ci preoccupiamo tanto?
«Questo nostro periodo ci spaventa perché il cambiamento è tumultuoso e non ci permette di prenderne bene le misure, ma non ha quasi niente di eccezionale. Dico quasi perché l’Intelligenza Artificiale ha caratteristiche davvero peculiari. Ma quella è un'altra intervista».

Quale dovrebbe essere, quindi, l’atteggiamento più razionale?
«Non sto dicendo ovviamente che dobbiamo ignorare il fenomeno, ma solo che dobbiamo contestualizzarlo e realizzare che, come specie, noi esseri umani facciamo cose che poi ci trasformano. A ogni cambiamento tecnologico, ci adattiamo producendone un altro. Ciclicamente ci sfugge di mano la situazione e ci preoccupiamo, poi troviamo il modo di trarre qualche vantaggio dalle circostanze».

Un vantaggio, un guadagno, che ci precluderebbe una fuga dal digitale?
«Dobbiamo cercare quel guadagno, capire da dove può arrivare, sempre restando dentro alle cose, non temendole o fuggendo da esse. È l'unico atteggiamento che permette di navigare – senza negarlo, senza subirlo – in un mare che, a conti fatti, i nostri antenati hanno già attraversato più volte di quanto ci piaccia ricordare».

>> Home