Figlio tossicodipendente: condannato per maltrattamenti ed estorsione

2026/09/10

Categories: business-finance

Il Tribunale di Taranto punisce le vessazioni ai danni dei genitori: il dolore della dipendenza non giustifica il terrore domestico né le minacce con armi.

Chi usa violenza e minacce contro i propri genitori per ottenere denaro da destinare alla droga ne risponde penalmente. Non esistono scuse: lo stato di tossicodipendenza non annulla la capacità di intendere e volere a meno che non si dimostri una specifica intossicazione cronica. Il Tribunale di Taranto, con la sentenza n. 357 depositata l’11 maggio 2026, ha condannato un figlio a quattro anni e sei mesi di reclusione per le continue angherie inflitte al nucleo familiare.

Indice

Il clima di terrore in casa

La vicenda ricostruita dai magistrati pugliesi descrive anni di sopraffazioni. Il giovane, preda di una dipendenza da sostanze stupefacenti, imponeva ai genitori una quotidiana routine di violenza. Richieste ossessive di denaro – fino a 200 euro al giorno – si trasformavano in brutali aggressioni in caso di diniego. Schermi televisivi distrutti, mobili danneggiati e minacce di morte (“ti devo uccidere”) erano all’ordine del giorno. In diverse occasioni, la madre era stata costretta ad abbandonare l’abitazione per evitare le conseguenze dell’impeto violento del figlio.

Maltrattamenti: reato di sistema

Il Collegio chiarisce che tali condotte integrano pienamente il delitto di maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.). Il reato non richiede che ogni singolo atto sia, di per sé, un delitto autonomo: la sua punibilità nasce dalla reiterazione. È l’abitualità degli episodi a creare quel clima di umiliazione e terrore che annienta la libertà morale della vittima. Poco importa se, in alcuni momenti, il figlio apparisse lucido o meno: il programma criminoso volto a vessare i genitori era chiaro e costante.

L’estorsione con arma impropria

Particolarmente grave l’episodio contestato del 29 aprile 2025. In quella data, il giovane aveva preteso denaro impugnando un paio di forbici e scagliando una sedia e un quadro contro padre e madre. Tale condotta configura l’estorsione aggravata (art. 629 c.p.), poiché la violenza e la minaccia sono state utilizzate per costringere le vittime a consegnare contanti, procurandosi così un ingiusto profitto. L’uso delle forbici ha fatto scattare l’aggravante del mezzo pericoloso, aumentando sensibilmente il carico sanzionatorio.

Nessun automatismo per la droga

La difesa ha tentato di far leva sulla tossicodipendenza del giovane, suggerendo una sorta di irresponsabilità. Il Tribunale ha respinto la tesi. Per escludere la colpevolezza servirebbe la prova documentale di una cronica intossicazione che abbia definitivamente compromesso le facoltà mentali. Nel caso di specie, invece, il giovane era pienamente consapevole delle proprie azioni. I tentativi di disintossicazione intrapresi in passato, e successivamente abbandonati per volontà del giovane, hanno confermato la sua capacità di autodeterminazione.

La pena e il monito del Tribunale

I giudici hanno riconosciuto all’imputato le attenuanti generiche, considerata la sua condotta processuale, ma le hanno ritenute solo equivalenti alle aggravanti, applicando la recidiva specifica. La pena finale di quattro anni e sei mesi riflette la gravità dei fatti: il nucleo familiare, che doveva essere luogo di protezione, si era trasformato in una prigione di ansia e pericoli. La sentenza invia un messaggio chiaro: il sostegno ai figli con problemi di dipendenza ha un limite invalicabile rappresentato dal rispetto della vita e dell’incolumità dei genitori, che non possono essere trasformati in ostaggi o bancomat per il consumo di stupefacenti.

>> Home