Festival della Fotografia Etica, tra guerre e strette migratorie: “Immagini che riportano alla realtà”

2026/09/27

Categories: world-news

Lodi, 26 settembre 2026 –  Una donna mostra un braccio segnato dalle bruciature. Lo sguardo punta lontano, fuori dall’inquadratura. Sulla parete opposta un uomo in mimetica, accanto a una mitragliatrice, si volta a guardarsi alle spalle. Lei è Alhaja Abdallah, sfollata originaria di Barah, rimasta ustionata nell’incendio della sua tenda nel campo profughi di Al-Mohad. Lui è Jackson Bark, comandante della difesa aerea che racconta di aver visto, appena diciottenne, civili disarmati uccisi e il proprio villaggio incendiato. Sono due volti della guerra in Sudan raccontata a Palazzo Barni da Abdulmonam Eassa.

Primo weekend del Festival della Fotografia Etica

È iniziato così, tra immagini che chiedono tempo e silenzio per essere guardate, il primo weekend del Festival della Fotografia Etica. Ieri la tradizionale apertura delle porte a Santa Chiara Nuova alla presenza, tra gli altri, del sindaco Andrea Furegato, del direttore del Festival Alberto Prina e dell’assessore alla Cultura Francesco Milanesi. Poi il pubblico, già numeroso, si è disperso per le vie di Lodi, trasformata in una grande esposizione diffusa.

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La prima giornata del Festival della Fotografia Etica

Sudan War

A Palazzo Barni uno dei racconti più duri è Sudan War, a Nation Trapped, progetto vincitore della sezione Short Story Award. Eassa porta il visitatore dentro un Paese precipitato nella guerra civile nell’aprile 2023, dopo il fallimento della transizione seguita alla caduta di Omar al-Bashir. Darfur, Kordofan e Sudan centrale diventano il teatro di una crisi umanitaria senza precedenti che, secondo i drammatici dati riportati nella mostra, ha già provocato 11,5 milioni di sfollati e 150mila vittime civili. «Sono fotografie pesanti, ma proprio per questo vale la pena fermarsi», racconta Elena, 32 anni, arrivata da Milano. Il suo è un appuntamento fisso da anni.

Ice-Broken Families

Poco più avanti si cambia continente, ma non scompare il senso di inquietudine. Carol Guzy, vincitrice del Master Award, racconta con Ice-Broken Families gli effetti della stretta migratoria negli Stati Uniti. Il suo obiettivo entra nel Jacob K. Javits Federal Building di New York, epicentro delle operazioni dell’Ice, documentando arresti, detenzioni e famiglie brutalmente separate.

"Ti rendi conto di come, nel concreto, dietro i macro-temi che sentiamo nominare ogni giorno, ci siano persone vere”, sottolinea Marco. I padiglioni si sono riempiti già nella prima giornata.

E l’apertura ha lasciato un messaggio chiaro, ribadito da Prina: "Chi meglio di un fotografo che ha calpestato con la fotografia documentaristica quello che ha visto, può essere la risposta a una comunicazione digitale sintetica o non aderente alla realtà”.

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