Si apre dall'1 al 4 ottobre l'edizione 2026 del Festival Nazionale dell'Economia Civile: "L'Economia che fa bene. Il rumore della foresta che cresce". Tra gli ospiti, i Nobel Shirin Ebadi e Philippe Aghion. Il direttore Leonardo Becchetti: "Non basta raccontare l'albero che cade, occorre sostenere la foresta che cresce". Al centro i temi della persona, dei diritti, dell'innovazione, ma anche le risposte alla crisi energetica e alle diseguaglianze
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Palazzo Vecchio ospiterà dall'1 al 4 ottobre l'ottava edizione del Festival Nazionale dell'Economia Civile, l’appuntamento che ogni anno riunisce accademici, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni attorno ai temi della sostenibilità, della partecipazione e del bene comune. Il titolo di questa edizione è "L'Economia che fa bene. Il rumore della foresta che cresce", un'immagine che richiama la scelta di raccontare le buone pratiche invece di fermarsi solo alle notizie negative, e che si intreccia con i temi della persona, dei diritti, dell'innovazione e della felicità pubblica. Un'edizione che arriva in un momento segnato da tensioni geopolitiche, crisi energetica e diseguaglianze crescenti. Tra gli ospiti, la Premio Nobel per la Pace 2003 Shirin Ebadi e il Premio Nobel per l'Economia 2025 Philippe Aghion. Abbiamo intervistato il professor Leonardo Becchetti, direttore del Festival, per approfondire i temi al centro di questo appuntamento.
Cos'è per lei concretamente l'economia civile e in cosa si distingue dall'economia tradizionale?
È ciò che può salvarci da questo periodo orribile fatto di mentalità a somma zero che significa sprecare tempo, vite umane e risorse economiche per conflitti e guerre (uno contro uno fa sempre meno di due). All'inizio dell'Ottocento eravamo circa un miliardo; oggi siamo più di otto miliardi. E, nello stesso tempo, l'aspettativa media di vita mondiale è passata da circa 32 anni nel 1900 a più di 73 anni nel 2023. La vita è un gioco a somma zero o a somma positiva? Tutto questo tempo sprecato in conflitti per risorse e territori è innanzitutto stupidità e un rigurgito del passato. I notiziari ci parlano solo del fragore degli alberi che cadono, ma non dicono nulla della foresta che continua a crescere e che è animata dalle fatiche di tutti noi. La "foresta che cresce" è nel titolo del festival di quest'anno: è l'immagine più bella, che interroga anche il mondo della comunicazione. A quando un TG delle buone notizie? Risponderebbe a un'enorme domanda di tutti coloro che non ne possono più di sentir parlare solo degli alberi che cadono, ma vogliono ascoltare il rumore della foresta che cresce.
Perché quest'anno il tema è “la persona, i diritti, l'innovazione e la felicità pubblica”?
Ragioniamo sempre in termini di foresta che cresce, nonostante tutto. Le faccio un esempio: alcuni leader, tra cui quello americano, sembrano rigurgiti del passato che ci fanno fare passi indietro sulla transizione ecologica mentre i problemi dell’emergenza climatica, lo abbiamo sperimentato quest’estate, peggiorano e colpiscono tutti ma soprattutto i più deboli (inflazione, morti per ondate di calore, decine di migliaia in Europa). Eppure la foresta cresce. Il mondo è passato da 2 a 3 terawatt di potenza di energia rinnovabile installata in soli 19 mesi. L'Africa sta facendo passi da gigante e alcuni Stati americani (Texas e California) in primis guidano questo progresso nonostante Trump.
Ci sono circoli virtuosi che collegano fioritura della vita, diritti, innovazione sostenibile e felicità privata e pubblica. Noi li raccontiamo partendo dalle buone pratiche che li testimoniano e sono segni concreti di speranza, fino ad arrivare alle strategie politiche e ai massimi sistemi.
Restando sull'attualità: che risposte può dare l'economia civile alle crisi geopolitiche in corso, tra rischi sulle forniture energetiche e impennata dell'inflazione?
Si può dire una cosa molto semplice: le tre grandi ondate inflattive che ci hanno resi più poveri negli ultimi cinquant'anni derivano da un'unica causa: la dipendenza energetica dalle fonti fossili (prima la crisi petrolifera di fine anni '70, poi quella del gas per l’aggressione russa all'Ucraina, ora quella dello Stretto di Hormuz). La via è semplice e consiste nel fare quello che stanno facendo tutti con un’altra velocità: ridurre la dipendenza dalle fonti fossili. Ciò significa anche ridurre i costi di produzione e aumentare la competitività delle nostre imprese che pagano l'energia il 23% in più rispetto alla media europea.
Ha scelto ospiti come Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace, e Philippe Aghion, Nobel per l'economia: cosa la convince a mettere sullo stesso palco diritti umani e teoria economica?
Abbiamo in piedi un sistema straordinario per creare valore economico, produrre beni e servizi ma siamo rimasti quasi analfabeti nella capacità di distribuire la ricchezza prodotta e di garantire i diritti. E la diseguaglianza ci sta chiedendo il conto in termini di disagio sociale che alimenta tensioni e populismi. Il Nobel Stiglitz, che è stato nostro ospite in una passata edizione, dice con molta chiarezza che la diseguaglianza non è un destino, è una precisa scelta politica. Una scelta che non solo produce costi sociali, ma mette a rischio la democrazia perché crea una classe di super ricchi in grado di manipolare informazione, comunicazione e risultati delle elezioni.
Il modello dell'economia civile promette di conciliare profitto e bene comune, ma nella pratica, quando questi due obiettivi entrano in conflitto, chi decide cosa prevale?
I dati ci dicono che la variabile chiave per la felicità individuale (l'editor del World Happiness Report Jan-Emmanuel De Neve sarà con noi al Festival quest'anno) è la generatività. E la generatività è l'impatto delle nostre scelte sulle vite degli altri. La generatività non è solo filosofia, è entrata nelle scelte economiche concrete. Il valutatore d'impatto è oggi uno dei mestieri più apprezzati, le regole degli appalti danno premialità per l'impatto, gli investimenti del PNRR sono valutati sull'impatto atteso. Mettere al centro il criterio dell'impatto, che coincide con la felicità privata e felicità pubblica, è il principio da utilizzare per scegliere cosa prevale e quali sono le vie e i progetti migliori quando si creano conflitti tra profitto e bene comune.
C'è il rischio che l'economia civile resti un discorso per addetti ai lavori senza intercettare chi è più distante da questi temi?
Solo se non saremo bravi a comunicare, popolarizzare e volgarizzare i suoi grandissimi tesori. È per questo che abbiamo fatto nascere il Festival.
Guardando all'intelligenza artificiale: come si inserisce nella visione dell'economia civile, in termini di lavoro e diseguaglianze?
Per rispondere ci vorrebbe un'altra intervista, se non un libro intero, e non abbiamo ancora tutte le risposte. Quello che appare certo è che già oggi l'automazione cognitiva può liberare spazi straordinari per le cose più belle della vita: le relazioni umane, la cura interpersonale e il tempo libero. Avremo - e già abbiamo grazie ad essa - a disposizione beni, servizi e cure mediche sempre migliori. Mi sono laureato quasi quarant’anni fa con un computer che era poco più di un programma di videoscrittura. Il computer che ho oggi costa quasi lo stesso ma ha idea di quanta qualità in più (motori di ricerca, internet, intelligenza artificiale) c'è dentro? Non credo affatto che l'AI ridurrà il lavoro. Credo piuttosto che ci consentirà di produrre e accedere a beni e servizi prima inimmaginabili che richiederanno sempre il complemento umano per essere prodotti.
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A otto edizioni di distanza, cosa è cambiato realmente nei territori grazie al Festival?
Quando abbiamo iniziato eravamo quasi gli unici a proporre un festival di questo tipo. Oggi i festival che mettono a tema il positivo sono proliferati in modo impressionante: questa è forse una delle cose più belle. Inoltre, l'idea di misurare la generatività dei territori e di raccontare le buone pratiche è diventata anch'essa virale. Penso sia questo il risultato più importante.
Qual è il progetto o la "buona pratica" nata da un'edizione precedente di cui va più fiero?
Impossibile citarne uno senza far torto agli altri. Ho in mente tanti amici che fanno cose straordinarie lavorando in tutti i settori: manifattura, cibo, servizi sociali. Quando pensiamo a queste realtà parliamo spesso di Olivetti. Oggi ci sono centinaia, migliaia di "Olivetti" nel Paese, che vanno solo incontrate e raccontate per dare speranza e stimolare un’innovazione buona e generativa. Non parliamo solo di storia, parliamo del presente. Nonostante questo momento difficile, nessuno ci può togliere la gioia profonda di sperare e lavorare per un mondo migliore. Il Festival è un bene relazionale e un'occasione unica d'incontro tra generativi per fare un passo avanti insieme.