«Da soli non ce la facciamo più». Ci sarebbe anche questa frase nelle lettere trovate nella villetta di via dell’Antracite, a Pietralata, dove Luca Abbasciano, 42 anni, e Valentina Pambianco, 41, sono stati trovati morti insieme alla figlia Bianca, 5 anni, con una grave disabilità, e al cane Teo. Secondo la ricostruzione degli investigatori, i due genitori avrebbero ucciso la bambina con un colpo d’arma da fuoco prima di togliersi la vita. La famiglia era seguita dai servizi sociali del Municipio. Le lettere per i familiari hanno indicazioni per il futuro, scuse e messaggi d'affetto. La solitudine di cui parlano non è quella di chi non incontra persone, ma di chi non incontra capacità di comprendere e sostegno adeguato a una situazione di grande difficoltà.
Luca lavorava come tecnico informatico. Valentina aveva invece lasciato il lavoro per dedicarsi alla figlia. «Non li conoscevo personalmente, ma so che la bambina era una disabile grave e la famiglia era seguita dai nostri servizi sociali», ha detto Massimiliano Umberti, presidente del IV Municipio. «Siamo sbigottiti per tutto quello che è successo, un dramma. Era una famiglia normale, persone perbene. C’era la disabilità della bimba che era un po’ difficile da accettare: la solitudine è il più grosso male che c’è oggi al mondo».
I sostegni non sono stati evidentemente sufficienti a intercettare e soddisfare la complessità dei bisogni della famiglia. «La vera presa in carico», dichiara Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH, Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie, «significa conoscere profondamente i bisogni della persona e della sua famiglia, accompagnarli nel tempo, costruire risposte personalizzate, verificare costantemente se quelle risposte siano ancora adeguate e intervenire immediatamente quando emergono condizioni di isolamento, esasperazione o difficoltà. Non intendiamo attribuire responsabilità prima che siano chiariti tutti gli elementi, ma una domanda dobbiamo porcela: come è possibile che una famiglia formalmente inserita nella rete dei servizi possa arrivare a percepirsi comunque così sola e priva di prospettive? È su questo interrogativo che il sistema pubblico deve avere il coraggio di misurarsi».
Secondo la FISH, questa tragedia richiama con forza la necessità di superare definitivamente una concezione del welfare costruita attorno alle singole prestazioni. Le persone hanno bisogno di un sistema capace di costruire intorno a loro risposte continuative, coordinate e realmente personalizzate. Il riferimento è al Progetto di Vita. «Non possiamo pensare di costruire progetti personalizzati senza un numero di operatori sufficiente, senza servizi domiciliari, senza interventi di sollievo, senza assistenza personale, senza sostegni educativi e sociosanitari e senza una reale integrazione tra Comuni, servizi sanitari e territorio».
«Non possiamo continuare a considerare l’amore familiare come una risorsa inesauribile e gratuita sulla quale scaricare ciò che il sistema pubblico non riesce a garantire», afferma Falabella. «Il caregiver deve essere sostenuto, accompagnato e tutelato. Servono servizi di sollievo, sostegni economici adeguati, tutela previdenziale, conciliazione con il lavoro e soprattutto la certezza di non essere lasciati soli nella responsabilità quotidiana della cura».
La XII Commissione Affari sociali della Camera ha all’esame proposte sul riconoscimento e il sostegno delle persone che assistono i propri familiari, compreso il disegno di legge governativo presentato nel febbraio 2026.
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