Fausto Panizzolo, l’ingegnere inventa l’esoscheletro per chi ha difficoltà motorie: «Realizzato il sogno di una sposa, raggiungere l’altare con le proprie gambe»

2026/08/02

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PADOVA - Fausto Panizzolo, padovano classe 1982, ingegnere biomedico, ricercatore e imprenditore, ha scelto di costruire una parte importante della sua carriera fuori dall’Italia.

Dopo la laurea all’Università di Padova ha lavorato per quasi dieci anni tra Canada, Australia e Stati Uniti fino all'esperienza ad Harvard University e al Wyss Institute, dove ha contribuito allo sviluppo di tecnologie innovative per la riabilitazione del cammino. Un percorso internazionale nato dalla curiosità e dalla voglia di imparare, che lo ha poi riportato in Italia per trasformare la ricerca in innovazione.


Chi è Fausto Panizzolo?
«Sono una persona molto attiva e curiosa. Mi piace fare cose diverse, esplorare, conoscere e soprattutto imparare. È questo il tratto che unisce un po’ tutto il mio percorso. Dopo la laurea in Ingegneria biomedica ho iniziato la mia carriera nel mondo accademico, lavorando tra Canada, Australia e Stati Uniti. Mi sono occupato di biomeccanica e controllo motorio, cercando di applicare la ricerca a tecnologie capaci di migliorare la vita delle persone».


Tra le esperienze c’è anche Harvard.
«Sì, l'ultimo capitolo della mia esperienza accademica è stato ad Harvard, a Boston, dove lavoravo su queste tematiche. È stato un periodo importante, perché mi ha permesso di confrontarmi con un ambiente internazionale di altissimo livello e con ricercatori provenienti da tutto il mondo».


Quando una tecnologia esce dal laboratorio cosa succede?
«Una tecnologia può nascere e funzionare in laboratorio, ma poi ci sono molti passaggi per arrivare alle persone. È un lavoro diverso dalla ricerca pura. È proprio questo che mi ha spinto a cambiare percorso. Prendere un progetto e portarlo fino al suo utilizzo concreto».


Perché è ritorno in Italia?
«L’idea era mettere a frutto ciò che avevo imparato e sviluppare soluzioni capaci di aiutare persone con difficoltà motorie. La ricerca poi l’ho sviluppata qui, collaborando con l’Università di Padova e con colleghi e amici conosciuti durante gli anni trascorsi all’estero. Il progetto è cresciuto poco alla volta, fino a trasformarsi in una tecnologia concreta».


Che cos’è esattamente il dispositivo che avete sviluppato?
«È un esoscheletro indossabile pensato per aiutare persone che hanno difficoltà nel cammino. Parliamo di neuro-riabilitazione, persone anziane o persone che riescono ancora a camminare ma con difficoltà. L’obiettivo era creare una tecnologia semplice che potesse aiutare un numero importante di persone nella vita quotidiana».


Oggi a che punto è arrivato?
«Il dispositivo è presente in tutta Europa, negli Stati Uniti e in Australia. Abbiamo ottenuto i brevetti americano, europeo e cinese e siamo stati riconosciuti tra le migliori tecnologie».


Quando una ricerca diventa davvero importante?
«Quando arriva alle persone. Abbiamo avuto tante storie che ci hanno dato motivazione. Una ragazza ci ha chiamato prima dell’estate. Doveva sposarsi e voleva arrivare all’altare camminando. La sua patologia le dava molte difficoltà ma è riuscita a farcela. Ha indossato il dispositivo sotto il vestito da sposa e ci ha mandato le foto quel giorno».


È questo il senso della ricerca?
«Sì. È la possibilità di fare qualcosa di buono per qualcuno, di cambiare realmente la vita delle persone».


Questa tecnologia può aiutare tutti?
«No, ed è importante dirlo. Non è pensata per persone completamente allettate o che non riescono a stare in piedi. Può fare la differenza per chi già cammina, ma con difficoltà».


Ad un certo punto lascia l’Università e diventare imprenditore. Perché?
«Mi piace prendere dei progetti e portarli allo sviluppo. Dopo la ricerca pura ho sentito il desiderio di accompagnare una tecnologia fino al suo utilizzo concreto».


Lei oggi lavora anche nel mondo della ristorazione. Perché?
«È un altro progetto imprenditoriale. Mi piace applicare quello che ho imparato in settori diversi: analizzare opportunità, creare relazioni, sviluppare idee».


Cosa accomuna ricerca e impresa? 
«La sfida. In entrambi i casi bisogna costruire qualcosa, accettando che il percorso non sia sempre lineare».


Cosa si è portato dietro dei luoghi dove ha vissuto?
«La capacità di confrontarmi con realtà diverse. Vivere in tanti Paesi mi ha insegnato che spesso siamo molto più simili di quanto pensiamo. Mi piace imparare dagli altri, capire cosa sanno fare meglio di noi».


Un sogno per il futuro?
«Mi piacerebbe aiutare giovani che hanno voglia di costruire qualcosa, dare un supporto a chi vuole sviluppare un progetto. L’importante è che sia qualcosa capace di migliorare la società».


È ancora questa la sua motivazione?
«Sì. Cerco di vivere ogni giorno provando a lasciare le cose come sono o, se possibile, un pochino meglio».

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