Per i giudici l’area a caldo dell’impianto va bloccata: “Il diritto alla salute prevale su quello all’attività d’impresa”. Acciaierie d’Italia: fermarsi rappresenta una distruzione produttiva. Sale la tensione sul fronte sindacale

Gli altiforni dell’ex Ilva di Taranto, l’impianto deve procedere allo spegnimento dell’area entro il 16 settembre (Ansa)

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Roma, 11 settembre 2026 – Niente tempi supplementari per l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. La prima Corte d’Appello civile di Milano ha respinto la richiesta di sospensiva avanzata da Ilva spa e Acciaierie d’Italia contro il decreto di luglio, che impone lo stop entro 90 giorni agli altiforni fino alla completa rimozione dell’amianto e al rientro delle polveri sottili nei limiti di sicurezza. Il principio giuridico affermato dai giudici è netto: “Nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni, non può che prevalere quest’ultimo”.
Un bilanciamento che le toghe milanesi hanno risolto a favore della salute pubblica, richiamando anche la recente modifica dell’articolo 41 della Costituzione, secondo cui l’iniziativa economica privata non può recare danno alla salute o all’ambiente. Sul piatto della bilancia pesano due paure che si specchiano l’una nell’altra.
Rischio sanitario e rischio economico
Da una parte il rischio economico paventato da Acciaierie d’Italia, che parla apertamente di “distruzione produttiva” in caso di spegnimento degli altiforni, con l’incubo di migliaia di licenziamenti e altrettante persone risucchiate nella cassa integrazione. Dall’altra il rischio sanitario dei cittadini tarantini, che dal 2021 bussano ai tribunali denunciando l’aumento di morti per tumore nelle aree attorno all’ex Ilva. Tra gli elementi tecnici pesano, in particolare, le oltre 2.000 tonnellate di amianto ancora presenti negli impianti: una lacuna che si scontra apertamente con la giurisprudenza della Corte di Giustizia europea, la quale impone la sospensione degli impianti quando il rischio per ambiente e salute umana è grave.
I sindacati: “Vogliamo un tavolo permanente a Palazzo Chigi”
Sul fronte sindacale la tensione, come è ovvio, è alle stelle. Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm chiedono al governo di rispondere “alle richieste contenute nel piano nazionale straordinario di messa in sicurezza sociale e di rilancio dell’ex Ilva” e pretendono la convocazione “immediata del tavolo permanente a Palazzo Chigi”. I sindacati parlano con una voce sola e avvertono che non accetteranno passivamente un piano scaricato “con anni di cassa integrazione e licenziamenti già annunciati”: la priorità resta la salvaguardia occupazionale. Sullo sfondo restano congelati, per ora, i 2.500 licenziamenti collettivi comunicati da 28 aziende dell’indotto dopo il decreto di fine luglio: una bomba sociale disinnescata solo temporaneamente, in attesa che il governo si decida a sciogliere i nodi industriali che da anni tengono in ostaggio Taranto. Nel frattempo il decreto-legge accise, che contiene disposizioni sulla continuità degli impianti dell’ex Ilva, sarà discusso dal 14 settembre alla Camera (saranno accolti emendamenti entro il 17). Il dl autorizza un finanziamento fino a 100,5 milioni di euro per l’anno 2026 in favore di Acciaierie d’Italia.
Sul futuro assetto proprietario pendono, infine, diverse manifestazioni d’interesse, ciascuna con le sue riserve. Una cordata di 15 imprese siderurgiche, coordinate da Federacciai, punta sull’impianto ma lascia fuori proprio l’area a caldo, oggi al centro della battaglia giudiziaria. Gli indiani di Jindal restano invece in campo con un’offerta vincolante che comprende sia l’area a freddo sia quella a caldo. Più defilati, ma tutt’altro che fuori dai giochi, gli americani di Flacks Group e i cechi di CE Industries. La pronuncia di ieri, confermando lo stop, diventa ora un punto fermo giudiziario che condizionerà inevitabilmente ogni trattativa sul destino dello stabilimento.
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