Ex Ilva, i legali contro lo stop: «Per riavviare gli impianti occorreranno 830 milioni»

2026/09/20

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Attraverso cinque decreti legge del Governo, Acciaierie d’Italia ha ricevuto dal 2024 – anno in cui è scattata l’attuale amministrazione straordinaria – ad oggi, un miliardo e 99 milioni per continuare ad essere operativa e 550 milioni derivano da trasferimenti del patrimonio destinato di Ilva, il patrimonio nato per finanziare le bonifiche da parte della società proprietaria degli impianti. E ora, se si dovessero fermare gli impianti dell’area a caldo così come la Corte d’Appello di Milano ha disposto con un decreto il 27 luglio e confermato l’11 settembre, quando ha respinto le richieste di sospensiva di Ilva ed Acciaierie, servirebbero 830 milioni per ripristinarli e rimetterli in attività.

Sono i numeri richiamati dagli avvocati di Ilva nella nuova istanza di sospensiva avanzata alla Corte d’Appello di Milano nel tentativo di evitare la fermata, che, in base ai 90 giorni fissati nel decreto del 27 luglio, termina il 26 ottobre. La Corte ha già fissato l’udienza per il 30 settembre. Aver richiamato i due numeri (un miliardo da un lato e 830 milioni dall’altro), nella logica della società ha un significato preciso: evidenziare come sinora siano state impiegate molte risorse per tenere in piedi un’azienda che lo Stato reputa strategica per l’economia nazionale, ma anche sottolineare come sarebbe altrettanto oneroso far ripartire gli impianti dopo lo stop.

Ma che chance ci sono perché la Corte d’Appello stavolta sospenda le sue decisioni? Tutto si gioca sulla ravvicinata pronuncia della Corte di Cassazione che il 20 ottobre terrà l’udienza delle Sezioni Unite Civili per discutere il ricorso straordinario con cui ad agosto Ilva e AdI hanno chiesto, sulla base di una serie di motivi, di «cassare» il decreto di fine luglio.

Scrivono infatti gli avvocati di Ilva: «Sarebbe una vera e propria beffa se, all’esito della pubblica udienza dinanzi alla Suprema Corte (o nei giorni immediatamente successivi), con il piano per lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo sostanzialmente completato, emergesse che i ricorsi per Cassazione di Ilva e AdI sono fondati. A quel punto, infatti, non sarebbe più possibile riavviare gli impianti, ma sarebbero necessari costosissimi e lunghissimi interventi di ripristino, con le conseguenti responsabilità che potrebbero sorgere da tale situazione». Per i legali, «il provvedimento di fissazione di udienza della Corte di Cassazione consente di rivedere da una prospettiva completamente diversa le esigenze cautelari dedotte da Ilva e AdI nei propri originari ricorsi e il giudizio di bilanciamento da svolgere in relazione all’istanza di sospensiva. Invero, trattandosi di attendere poche settimane prima di sapere se il decreto adottato dalla Corte d’Appello resisterà o meno alle censure sollevate da Ilva e AdI, il pregiudizio grave e irreparabile che la sospensione delle attività dell’area a caldo determinerebbe a carico degli impianti giustifica senz’altro la sospensione dell’esecutività e/o dell’esecuzione del decreto».

Inoltre, secondo gli avvocati di Ilva, sospendere la fermata dell’area a caldo in attesa della Suprema Corte non pregiudica la posizione dei cittadini di Taranto che, chiedendo che la fabbrica fosse inibita alla produzione perché inquina e danneggia la salute, si sono visti riconoscere le loro ragioni il 27 luglio e l’11 settembre. Per i legali della società, infatti, si richiede alla controparte «un sacrificio certamente molto più tollerabile rispetto a quello originariamente richiesto, appunto perché contenuto in poche settimane di attesa. In altri termini – rilevano gli avvocati –, nella nuova situazione venutasi a creare per effetto del provvedimento di fissazione della pubblica udienza avanti la Corte di Cassazione, il pregiudizio che Ilva subirebbe dall’esecuzione del provvedimento è incomparabilmente superiore a quello che i cittadini tarantini subirebbero per il fatto di dover attendere qualche ulteriore settimana prima di conoscere l’esito (a quel punto definitivo) della loro azione inibitoria».

Attesa dunque per l’udienza di fine mese. In verità, Ilva, richiamando ragioni di urgenza e il fatto che il cronoprogramma della fermata è stato già avviato («gli effetti di queste attività divengono irreversibili a mano a mano che interessano i singoli impianti»), aveva tentato di ottenere subito dalla Corte d’Appello di Milano una sospensione del decreto di luglio in forza dell’udienza in Cassazione. Ma la Corte d’Appello ha rigettato la richiesta di sospendere il decreto senza ascoltare l’altra parte in causa (i cittadini di Taranto), ovvero senza contraddittorio. Con un provvedimento del presidente Giuseppe Ondei, la Corte ha infatti «ritenuto che non ricorrano elementi sufficienti per escludere l’opportunità del contraddittorio, normalmente prevista in questa sede (e ciò anche in considerazione del fatto che questa Corte è in grado di fissare l’udienza di discussione del ricorso con congruo anticipo rispetto alla scadenza dei 90 giorni assegnata dal decreto n. 425/2026)», cioè quello sulla fermata entro 90 giorni.

I legali della società hanno inoltre sollevato un’ulteriore questione: non aver conosciuto in tempo utile il parere negativo all’istanza di sospensiva espresso dalla Procura Generale e richiamato dalla Corte d’Appello nelle determinazioni dell’11 settembre. Per Ilva, nemmeno gli avvocati dei cittadini di Taranto hanno conosciuto il parere della Procura Generale. Si è saputo che era negativo solo perché lo ha detto la Corte d’Appello nel suo provvedimento. «Gravissimo vulnus per il contraddittorio» e «inesistenza del provvedimento» assunto dalla Corte l’11 settembre, obiettano gli avvocati. Ma la Corte trancia le osservazioni e dice: «Il parere della Procura Generale risulta essere stato ritualmente scaricato dalla cancelleria nel fascicolo d’ufficio telematico in data 3/9/2026 ore 13,15, sì da essere da tale momento visibile per tutte le parti del procedimento».

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