L’incontro con i sindacati questa mattina alle 10, nella Sala Verde di Palazzo Chigi, e il Consiglio dei ministri alle 16.30 per il varo, presumibilmente, di un decreto ad hoc. Con altri 5.000 lavoratori diretti ex Ilva in cassa integrazione straordinaria — in aggiunta ai 4.500 già autorizzati, di cui 3.800 a Taranto — e la cassa in deroga per l’indotto per fermare i licenziamenti. Sarebbero questi due degli interventi del Governo per l’ex Ilva dopo che l’11 settembre, con un’ordinanza, la Corte d’Appello di Milano ha confermato la fermata dell’area a caldo del siderurgico di Taranto. Fermata già stabilita il 27 luglio — con decorrenza 90 giorni, quindi fine ottobre — dalla stessa Corte e rispetto alla quale sono state rigettate dai giudici le istanze di sospensiva avanzate da Acciaierie d’Italia e da Ilva.
Il denominatore comune
I due passaggi odierni hanno un denominatore comune: mettere in sicurezza i lavoratori, prevedere la cassa integrazione e le altre misure che si renderanno necessarie, fermare i licenziamenti che le imprese dell’indotto-appalto hanno già comunicato, anche se non ancora formalmente attivati, infine, mettere in cantiere la nuova fase di industrializzazione dell’area di Taranto. D’altra parte, sono i lavoratori diretti e terzi il fronte più esposto e non a caso la convocazione di oggi riguarda solo le sigle sindacali che non solo hanno posto il problema con insistenza, ma lunedì hanno anche promosso 24 ore di sciopero per i dipendenti delle imprese dell’appalto-indotto del siderurgico. E così il confronto tra Governo e sindacati è slittato da ieri, quando era inizialmente previsto, a questa mattina proprio per dare modo ai ministeri e a Palazzo Chigi di costruire il provvedimento che sarà illustrato in mattinata e poi nel pomeriggio portato in Consiglio dei ministri. Una messa a punto che ha richiesto riunioni di verifica e di approfondimento da lunedì a ieri. Le misure a cui si starebbe lavorando prevederebbero, tra l’altro, la cassa integrazione, l’alt ai licenziamenti, l’accompagnamento dei lavoratori verso l’uscita e gli incentivi all’esodo volontario. L’intervento sui licenziamenti riguarderebbe essenzialmente l’indotto-appalto, mentre la cassa punta a tutelare i diretti di Acciaierie che, con lo stop dell’area a caldo, diverranno inattivi. La cassa dovrebbe assicurare la copertura del personale AdI almeno sino a quando l’azienda, conclusa definitivamente la gara per la vendita, non passerà a un nuovo investitore privato. Il che, se rimane ferma la data del 15 ottobre per la presentazione delle offerte — ma non si esclude una proroga magari in prossimità della scadenza, tanto più che gli acciaieri italiani l’hanno chiesta —, significherebbe che il privato entrerebbe in azienda con il nuovo anno. E comunque sull’insieme delle misure, dal confronto con i sindacati il Governo punta ad ottenere il maggior consenso possibile per andare poi in Consiglio dei ministri.
Il ruolo del ministero del Lavoro
Nel provvedimento ci sarà quindi un ruolo evidente del ministero del Lavoro, che in queste ore si è confrontato con il Mef per la copertura finanziaria dei vari interventi, ma anche di quello delle Imprese per il sostegno agli investimenti. Coinvolto anche il Cis Taranto per l’apporto che potrà dare. A ciò si aggiunga il dialogo costante tra gli uffici legislativi dei vari dicasteri. A quanto pare, il ministro del Lavoro, Marina Calderone, si sarebbe preparata da tempo a questo momento e con i suoi tecnici ha anche prefigurato le misure da mettere in campo. Il punto è che ogni intervento straordinario necessita di un finanziamento e di qui, dunque, la partita aperta con il ministero dell’Economia. Trapela che il Governo ha necessità di chiudere la vicenda sia perché c’è l’urgenza di provvedere ai lavoratori, sia perché l’intervento sul personale che verrà dispiegato oggi traghetterà l’azienda verso una nuova fase che comunque dovrà esserci. Per nuova fase, si intende appunto il passaggio al privato e la riorganizzazione della produzione tra decarbonizzazione e forni elettrici. Restano al momento quattro i candidati all’ex Ilva: gli acciaieri indiani di Jindal, la cui offerta vincolante si farebbe carico sia dell’area a freddo che di quella a caldo; il fondo americano Flacks Group, che però sembra essersi defilato rispetto al battage delle scorse settimane; gli acciaieri italiani capitanati da Federacciai, ma la loro, al momento, è ancora una manifestazione di interesse e non un’offerta che comunque sarà fatta solo per l’area a freddo o, più correttamente, di laminazione; infine, il gruppo ceco CE Industries, ma anche in questo caso è solo una manifestazione di interesse. Ai motivi prima citati se ne aggiungerebbe poi un terzo e cioè che il Governo vuole evitare che la questione ex Ilva rimanga completamente aperta nei prossimi mesi, quando partirà la campagna elettorale per le politiche.
Le proposte del Governo
Oggi a Chigi i sindacati ascolteranno le proposte del Governo, ma ribadiranno anche le proprie. Che, partendo dalla richiesta di «Un piano nazionale straordinario di rilancio e messa in sicurezza dell’ex Ilva», chiede l’impegno dell’Esecutivo su «un progetto industriale complessivo che veda la siderurgia quale elemento centrale e strategico a cui affiancare un piano sociale: strumenti di risarcimento per il riconoscimento dell’esposizione ai rischi, prepensionamento, esodi incentivati etc.». Oltre ai forni elettrici in sostituzione degli altiforni — forni elettrici che serviranno alla produzione dell’acciaio decarbonizzato —, Fim, Fiom e Uilm chiedono anche «un intervento urgente sulle verticalizzazioni», investendo in tutti i siti; di «acquistare sul mercato le bramme e gli altri semiprodotti da lavorare a Taranto per alimentare gli altri stabilimenti, condizione necessaria per avere più persone possibili al lavoro ma soprattutto per garantire la continuità aziendale»; «una clausola sociale che garantisca la ricollocazione, anche attraverso la realizzazione dei nuovi impianti, dei lavoratori degli appalti»; infine, «misure straordinarie per i lavoratori di AdI in AS, Ilva in AS e appalto attraverso ogni strumento possibile: lavori usuranti, estensione dei benefici previdenziali amianto e altro, esodi incentivati e ricollocazioni».
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