«È stata la voce del tennis per tutti noi». Paolo Bertolucci ricorda così Elena Pero, con un filo di voce e tanta emozione. Poche e semplici parole, ma sufficienti per raccontare quanto la storica telecronista di Sky Sport, morta ieri a 60 anni, sia stata importante per il tennis italiano e per chi, come lui, ha condiviso con lei tanti anni di telecronache. «È stata la mia compagna di viaggio. Per me è stato un onore e un privilegio averla al mio fianco, perché mi dava serenità», ha raccontato a Il Messaggero.
E in telecronaca quella serenità diventava parte del loro equilibrio. C'erano i momenti in cui Elena, da grande appassionata e tifosa del tennis italiano, si preoccupava per un giocatore azzurro: «Quando uno dei nostri ragazzi subiva un break mi guardava preoccupata e io la rassicuravo: "Tranquilla, vedrai che recupera subito e la portiamo a casa, la partita"». Tifava sempre per gli azzurri Elena, ma lo faceva senza mai perdere quella leggerezza che l'aveva sempre contraddistinta. «Era appassionata, ma lo faceva in maniera molto leggera, tanto che a volte non si percepiva neppure.
Però ci teneva tantissimo e si allarmava immediatamente». Un sorriso accompagna il ricordo di quei momenti. Poi aggiunge: «Io la rassicuravo in questo, mentre lei mi rassicurava in tante altre cose. Durante la telecronaca mi dava i tempi giusti».
Era un doppio affiatato, uno di quelli che con il tempo diventano quasi una sola voce. «Ho perso il conto di quante telecronache abbiamo fatto insieme – continua il campione azzurro di Davis –. Mi sentivo strano al commento senza di lei accanto. Il nostro era un doppio collaudato». E oggi, inevitabilmente, il vuoto è enorme. «Senza di lei non sarà la stessa cosa».
L'ultimo ricordo insieme è quello di Wimbledon. Jannik Sinner aveva appena conquistato per la seconda volta il torneo ed Elena stava sistemando la postazione, come faceva sempre. «Lei doveva rimettere tutto a posto», racconta Bertolucci con un sorriso. In quei giorni gli aveva confidato che, con il marito Sergio vicino alla pensione, stava pensando di fermarsi anche lei: «Così possiamo fare i nostri giri». La risposta fu immediata: «Le dissi che non avrebbe potuto lasciarmi e che Sinner è vero che aveva già vinto due volte a Wimbledon, ma, siccome non c'è due senza tre, io e lei insieme avremmo dovuto spingerlo al terzo trionfo su quei mitici campi». Elena lo aveva guardato con un mezzo sorriso. Poi il bacio sulla fronte e l'appuntamento: «Ci vediamo agli US Open». Elena non sarebbe mai arrivata a New York. Era già malata e la sua voce non avrebbe più accompagnato una telecronaca. «Continuo ad avere in testa quella scena». È il ricordo che più di ogni altro resta impresso: un ultimo saluto tanto inconsapevole quanto emozionante.
Elena Pero è stata e sempre sarà una delle voci del tennis italiano. Per chi l'ascoltava da casa era una presenza familiare, capace di accompagnare le partite con competenza e passione. Per chi le è stato accanto, invece, era qualcosa di più: una compagna di viaggio, una collega, un'amica con cui condividere emozioni, paure e sorrisi. «La porterò sempre nel cuore», conclude Bertolucci. Proprio come tutti noi.
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