È un’epoca di ipersessualizzazione per la moda?

2026/09/20

Categories: lifestyle

A Venezia sono bastati due giorni perché il corpo tornasse a essere il vero protagonista del red carpet. Vittoria Ceretti è arrivata alla Mostra del Cinema 2026 in Armani Privé, con una scollatura di tulle effetto nude illuminata da micro cristalli; Marina Ruy Barbosa ha scelto un abito nero trasparente, anche questo con una pioggia di cristalli a coprire il seno; Sydney Sweeney, per una cena Armani Beauty, ha recuperato dagli archivi della maison un vestito del 2000 composto da veli neri, cristalli e microperline d’argento ricamate, portato senza reggiseno. Sono solo tre esempi – i più recenti – di quanto il naked dressing sia ormai diventato un codice elastico, capace di insinuarsi anche nell’eleganza più classica senza dover (per forza) scandalizzare. La nudità, vera o ricreata, non è più l’eccezione incaricata di ravvivare un tappeto rosso troppo impostato, è entrata nella norma e molte dive l’hanno ormai assurta a uniforme personale.



epoca di ipersessualizzazione della moda tutte le declinazioni del naked dressing tra marketing ed emancipazionepinterest

Jacopo Raule//Getty Images

Anche parlare solo di naked dress è ormai riduttivo. L’abito trasparente resta la manifestazione più immediata del fenomeno, ma quella che la storica della moda Valerie Steele ha di recente ribattezzato “ipersessualizzazione della moda” comprende un repertorio molto più ampio: corsetti, latex, impalcature anatomiche, reggiseni esposti, perizomi a vista, cut-out, lacci, harness, pizzi, silhouette bodycon, dettagli provenienti dal bondage. A volte il corpo viene rivelato; altre viene disegnato sulla stoffa attraverso il trompe-l’œil, compresso fino a diventare scultura oppure evocato con tessuti color carne. Non è indispensabile essere nudi: è sufficiente che l’abito faccia della nudità il tema principale.

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Mondadori Portfolio//Getty Images

Gli esempi nel 2026 si sprecano. Ai Grammy, Chappell Roan ha indossato un Mugler drappeggiato e sostenuto da finti piercing ai capezzoli, preso direttamente dalla Primavera Estate 2026 della maison, Heidi Klum ha sfoggiato un abito in latex nude completo persino dell’impronta dell’ombelico, mentre Teyana Taylor si è presentata fasciata in rete metallica by Tom Ford con tagli sbiechi e tanta pelle a vista. Pochi mesi dopo, il Met Gala, complice il dress code “Fashion is Art”, ha trasformato il corpo in una sorta di mostra dentro la mostra: pensiamo a Gigi Hadid in Miu Miu trasparente con culotte coordinate, Léna Mahfouf in Burc Akyol con due mani scultoree posate sul seno, Beyoncé in una creazione anatomica di Olivier Rousteing, una sorta di scheletro prezioso costruito con mesh color pelle e cristalli. Il risultato è un dialogo continuo con lo sguardo, un gioco ottico che destabilizza, confonde, intriga.

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Taylor Hill//Getty Images

Dal vestito di Marilyn Monroe ai red carpet di oggi

La storia del naked dress è sempre stata piena di illusioni. Nel 1962 Marilyn Monroe cantò “Happy Birthday, Mr. President” a John F. Kennedy calata in un abito di Jean Louis così aderente da sembrarle cucito sul corpo: una base color carne ricoperta da migliaia di cristalli, abbastanza impalpabile da farla sembrare quasi nuda sotto le luci del Madison Square Garden. Nel 1974 Cher arrivò al Met Gala con la creazione piumata di Bob Mackie che l’anno successivo sarebbe finita sulla copertina del Time e resta tuttora uno dei look più indimenticabili della cultura pop. Nel 1993 Kate Moss indossò a un party dell’agenzia Elite uno slip dress argento di Liza Bruce che, investito dai flash, diventava quasi del tutto trasparente – e la cosa più bella era l’assoluta nonchalance con cui lo portava.

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Ron Galella//Getty Images

Per non parlare poi di Rihanna ai CFDA Awards del 2014, quasi nuda sotto una rete di oltre duecentomila cristalli Swarovski disegnata da Adam Selman, di Bella Hadid a Cannes nel 2021, con un abito Schiaparelli aperto sul busto e i bronchi trasformati in una collana d’oro, di Florence Pugh in Valentino rosa nel 2022, il seno visibile sotto strati di tulle: negli anni, ogni nuova interpretazione ha spostato un poco più avanti la soglia del mostrabile, svelando anche le mille sfumature del naked dress, che può apparire fragile o aggressivo, romantico o estremamente sensuale, ironico o calcolato. La differenza la fanno il contesto, chi indossa l’abito e il controllo che sembra esercitare sulla propria immagine.

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picture alliance//Getty Images

Quando mostrare il corpo diventa una forma di potere

Giocare con la percezione del proprio corpo può significare infatti anche sottrarlo alla vergogna, rivendicare una certa identità, rifiutare l’obbligo della rispettabilità o ribaltare codici di genere che per secoli hanno separato ciò che una donna poteva esibire da ciò che doveva nascondere. Corsetteria e lingerie, una volta strumenti incaricati di modellare il corpo sotto i vestiti, vengono portate sopra; il reggiseno non sostiene più segretamente l’abito, è l’abito stesso. Il fetish lascia gli spazi clandestini e arriva sulle passerelle. Persino la nudità può diventare un travestimento, con protesi, stampe anatomiche e ricami talmente precisi da rendere incerto il confine tra pelle e tessuto.

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John Shearer//Getty Images

Eppure parlare solo di empowerment sarebbe troppo comodo. L’esposizione può essere insieme una scelta e una richiesta del sistema, un gesto di libertà e una prestazione. Valerie Steele ha osservato su L’Officiel USA che i grandi red carpet costituiscono una specie di zona protetta: luoghi nei quali un’esibizione fisica estrema viene normalizzata e difesa grazie a stilisti, sicurezza, fotografi, controllo dell’immagine – una donna da sola in contesti meno spettacolari, vestita nello stesso modo, quasi certamente riceverebbe ancora in insulti, nei casi più tristi incorrerebbe in molestie o aggressioni. La libertà concessa dal tappeto rosso, quindi, non è trasferibile. Può esistere sotto i flash, all’interno di un dispositivo che trasforma il corpo in contenuto e il contenuto in valore economico.

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WWD//Getty Images

La temperatura erotica è tornata ad alzarsi anche in passerella. L’era di Tom Ford è tornata a dominare la scena, rievocata nella collezione Autunno Inverno 2026 immaginata da Demna per Gucci, tra abiti aderenti, vite ultra basse e silhouette da party girl. Non a caso, a chiudere lo show è stata Kate Moss, figura circolare di questa storia, in un abito nero scintillante scavato sulla schiena fino a esporre il perizoma G-string. Da Chanel, Matthieu Blazy ha reso trasparente persino il tailleur, icona per eccellenza della disciplinata moda borghese; Kristen Stewart ne ha portato a Cannes una versione in rete semitrasparente.

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Kristy Sparow//Getty Images

Il sesso, nella moda contemporanea, ha spesso qualcosa di nostalgico. Tornano il porno-chic dei primi Duemila, il perizoma visibile, la vita bassissima, il corpo sottile trasformato in accessorio, le notti disordinate fotografate come se Instagram non fosse mai esistito. Solo che Instagram esiste eccome, insieme a TikTok, ai meme e alla necessità di ottenere una reazione prima che lo sguardo abbia già registrato il video successivo. In questo senso, il naked dress è imbattibile: viene compreso in una frazione di secondo, genera primi piani, indignazione, desiderio, parodie, discussioni sulla censura, dibattiti sull’empowerment femminile. Non ha bisogno di tante spiegazioni per circolare alla velocità della luce.

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Gilbert Flores//Getty Images

“Sex sells”. Nella moda, come nel cinema, nelle pubblicità e in qualsiasi altro ambito, il sesso ha sempre venduto e venderà sempre; oggi cambiano la frequenza con cui ci si affida a questo dispositivo e la difficoltà di distinguere la provocazione dalla formula, la dichiarazione d’intenti dalla strategia. Quando ogni première rincorre il momento virale, anche la trasgressione rischia di diventare dress code. Il caso di Bianca Censori ai Grammy 2025 ha reso evidente il punto di rottura: entrata avvolta in una pelliccia, la lasciò cadere per rivelare una mini guaina completamente trasparente. La domanda non riguardava più la bellezza dell’abito o l’audacia della silhouette, ma l’esistenza stessa di una distinzione tra vestito e nudità. Soprattutto, l’immagine apriva un interrogativo meno risolvibile: chi detiene davvero il controllo della scena? Censori, immobile davanti ai fotografi, o Kanye West, di fianco a lei, indicato come autore del look? Se il naked dressing è sinonimo di emancipazione femminile, la lettura cambia quando la regia sembra appartenere a un uomo, a una coppia-brand o a una macchina promozionale che usa il corpo come detonatore mediatico.

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Matt Winkelmeyer//Getty Images

Pochi mesi più tardi Cannes ha reagito aggiornando il proprio regolamento: per ragioni di “decenza”, dal 2025 la nudità è vietata sul red carpet e negli altri spazi del festival, una norma confermata anche nel 2026. Ma cosa si considera davvero nudo? Un seno visibile sotto una trama impalpabile, un’illusione color carne, un ricamo anatomico, una scollatura tenuta insieme da una collana? E chi stabilisce quando un corpo è artistico, elegante o indecente? Ecco che la censura diventa allora un’altra faccia dell’ipersessualizzazione: entrambe finiscono per porre un’eccessiva attenzione intorno al corpo.

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Lars Niki//Getty Images

La contraddizione della Gen Z: più sesso nell'immagine, meno nella vita

La contraddizione più curiosa è che questa moda arriva mentre la società sembra muoversi in una direzione sempre meno “sessuale”. Le ricerche parlano di una Gen Z che fa meno sesso rispetto alle generazioni precedenti; le estetiche della modestia, il conservatorismo politico e l’ascesa della tradwife – colei che si rifà allo stereotipo di moglie tradizionale, dedita ai figli e ai lavori domestici, tralasciando realizzazioni personali di altro tipo – convivono con corsetti, microgonne e topless sui social e sul tappeto rosso. Forse la moda è sempre più incaricata di esporre ciò che la vita quotidiana trattiene, oppure il sesso sta subendo sempre più uno slittamento di significato, dall’esperienza fisica all’immagine.

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Mike Coppola//Getty Images

Quali corpi possono permettersi di essere nudi?

Resta poi il tema meno glamour e più complicato, ovvero quello di quali corpi possano davvero partecipare a questa presunta libertà. Il ritorno di silhouette micro nel pieno dell’era Ozempic va a braccetto con questa ipersessualizzazione. Il corpo liberato dagli abiti è spesso un corpo già disciplinato, allenato, sottoposto a un lavoro invisibile, conforme agli standard, e la semi-nudità che ci viene presentata come naturale il risultato di fitting, shapewear, diete, luci, pose, trattamenti e ritocchi. Se il naked dress dovrebbe adattarsi al corpo, la cultura dell’immagine continua a chiedere al corpo di rimodellarsi per “meritare” il vestito.

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Daniele Venturelli//Getty Images

Esistono, certo, anche modi meno assoluti di interpretare il fenomeno. Nella vita quotidiana il naked dressing può essere diluito in una maglia trasparente sopra un reggiseno più studiato, una gonna di pizzo con culotte, un corsetto portato con jeans larghi, un abito impalpabile protetto da bomber e maxi cappotti. TikTok lo mescola al trend dell’office siren, lasciando a camicie aperte e gonne super aderenti il compito di erotizzare il guardaroba da ufficio, e all’estetica coquette, che può addolcire la seduzione con fiocchi, calze e dettagli infantili. Non è la nudità integrale dei Grammy, ma la stessa volontà di trattare la sensualità come costruzione stilistica, scegliendo quanto mostrare e quanto lasciare immaginare.

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