3 Ottobre 2026 – Lettura: 3 minuti
Coraggio e idee chiare, a Parigi gli azzurri sono usciti indenni dal confronto con la Francia di Zidane. Il ct ha tracciato la strada, ma a breve rischia di restare senza federazione e con un progetto meno forte.
Nella sofferenza e negli errori sotto porta di Parigi, nei voli di Donnarumma battuto solo da un capolavoro balistico, nei corpo a corpo dei fratelli Esposito e nelle corse perdifiato di Frattesi, nella testa alta davanti all’assedio francese e in quel finale accerchiando la porta di Maignan, nell’urlo di Bastoni sei mesi dopo Zenica e nella sensazione di essersela cavata ma anche di avere qualche rimpianto, in tutto questo a Saint Denis è nata l’Italia di Mancini.
I primi vagiti si erano già percepiti all’Olimpico dopo la rumba del primo tempo contro il Belgio. Poi la festa in Turchia, con il sospetto che a darci una mano fosse stato il nostro amico Montella, alle prese con una nazionale in crisi profonda. Ora c’è anche la controprova che assomiglia tanto alla luce in fondo al tunnel che tutti aspettavano di vedere, al gancio in mezzo al cielo cui appendere le speranze di rinascita.
A Parigi è successo tutto questo e il fatto di non aver perso contro la Francia di Zidane è quasi un dettaglio. E’ stata un grande Italia, coraggiosa e flessibile, incudine e martello. Carattere e voglia di non piegare mai la testa come il ct aveva chiesto di fare schierando dall’inizio tre attaccanti puri in casa di Olise e compagni, semplicemente il test più duro possibile insieme alla Spagna e a pochi altri.
Ebbene, l’Italia ha riconquistato se stessa e un po’ del credito dilapidato negli ultimi disastrosi mesi. Pensare ai quarti di finale della Nations League non è utopico, ma quello che conta davvero è che Mancini ha fatto vedere cosa ha in testa e, se questo è il progetto, vale la pena provarci. A patto di non peccare di autolesionismo come, invece, il movimento intero sta per fare.
E’ possibile, anzi probabile, che martedì sera Mancini si trovi ad essere un commissario tecnico senza federazione, confermato da un ministro che giura di non parlare mai di sport ma che non lesina giudizi, battute, intromissioni. Al netto dell’errore evidente che ha accompagnato la candidatura di Giovanni Malagò a capo della Figc, scontando il processo a strappi che lo ha portato in rotta di collisione con la Serie A dopo la brevissima luna di miele iniziale, dimenticando che chi lo ha votato a giugno oggi forse non lo ricandiderebbe, ecco… facendo un passo oltre tutto questo la notte di Parigi qualcosa ha detto.
Ad esempio, che Malagò magari in modo burbero ha dato all’Italia il ct che serviva. Non per amichettismo e nemmeno perché al Circolo Aniene stanno quelli che contano, semplicemente perché Mancini è uno dei pochi in grado di lanciare i giovani e dare in fretta a tutti la sensazione di una boccata di novità. Sarebbe un peccato mortale soffocare sul nascere il vagito di novità e rinascita, far prevalere formalismi strumentali e travolgere la sostanza. L’Italia del pallone, partendo dalla nazionale, ha bisogno di competenza, amore e stabilità: possibile che nessuno se ne sia accorto guardando gli azzurri battersi fieri nella notte di Parigi?
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