Addio a Paolo Gotti: morto a 82 anni il fotografo delle culture del mondo

2026/10/13

Categories: lifestyle

Paolo Gotti con la sua Nikon

È morto lunedì, 12 ottobre, a Bologna, all’età di 82 anni, Paolo Gotti, fotografo che in oltre mezzo secolo di attività ha costruito un vastissimo archivio visivo attraversando più di 70 Paesi e raccontando persone, paesaggi e culture dei cinque continenti. La notizia è stata comunicata dalla famiglia. La scomparsa arriva alla vigilia dell’apertura di Garage Gallery, il nuovo spazio espositivo ideato dallo stesso Gotti come luogo di incontro e condivisione intorno alla fotografia. L’inaugurazione, prevista per il 28 ottobre a Bologna con una mostra antologica dedicata al suo lavoro, è stata rinviata a data da destinarsi.

Dall’architettura alla fotografia

Nato a Bologna nel 1944, Paolo Gotti si laureò in Architettura a Firenze, dove frequentò anche il Centro di studi tecnico-cinematografici. Negli anni Settanta si avvicinò professionalmente alla fotografia, sviluppando una pratica che attraversava grafica, pubblicità, still life, allestimenti e reportage.

Il passaggio decisivo arrivò nel 1974, con il primo grande viaggio in Africa. A bordo di una vecchia Land Rover attraversò il Sahara fino al Golfo di Guinea, raggiungendo la Costa d’Avorio e rientrando in Italia dopo quasi cinque mesi a bordo di un cargo merci. Un’esperienza destinata a segnare profondamente la sua ricerca e ad aprire una lunga stagione di viaggi.

Da allora la fotografia divenne per Gotti uno strumento di conoscenza del mondo. Niger, Cina, Haiti, Brasile, Messico, Guatemala, Nepal, Indonesia, Stati Uniti, Canada, Thailandia, Malesia, Yemen, Venezuela, India, Cile, Bolivia, Islanda, Australia, Colombia e Cuba sono soltanto alcuni dei Paesi attraversati con la macchina fotografica.

Operazioni in gallerie, canteri dell’Alta Velocità Bologna-Firenze

Un atlante visivo costruito in oltre 70 Paesi

Reportage, ritratti e paesaggi confluirono nel tempo in un grande archivio, organizzato come una sorta di atlante visivo continuamente alimentato dai viaggi. Il suo sguardo raggiunse anche luoghi difficilmente accessibili, come le profondità della miniera d’oro di Obuasi, in Ghana. Tra il 1997 e il 2003 documentò inoltre i cantieri della linea ferroviaria ad alta velocità tra Bologna e Firenze su incarico del Consorzio Alta Velocità Emilia Toscana.

Alla dimensione documentaria Gotti affiancava un’attenzione costante alla composizione, alla luce e alla relazione con i soggetti fotografati. Il viaggio non funzionava quindi soltanto come occasione di registrazione, ma come metodo per osservare e interpretare luoghi e culture differenti. Da oltre trent’anni realizzava anche calendari fotografici costruiti intorno a percorsi tematici, oltre a video dedicati alle diverse serie di immagini.

Minatore con maschera, Ghana

Le mostre e il riconoscimento dell’Università di Verona

Nel corso della sua carriera Paolo Gotti ha presentato il proprio lavoro in numerose mostre personali e collettive. Tra le sedi che hanno ospitato i suoi progetti figurano l’Institut Français di Napoli, l’Aeroporto Guglielmo Marconi, il Teatro Duse e il Centro San Domenico di Bologna, la Galleria Minerva di Padova e la Fondazione Marchesani di Venezia.

Le sue fotografie sono state pubblicate su testate nazionali e internazionali, tra cui Vogue, Elle, Il Fotografo, D di Repubblica, Il Giornale dell’Arte, L’Espresso e Panorama. Nel 2019 l’Università di Verona gli ha conferito il Premio UVA come Senior Photographer.

Auto gialla sulla strada per la valle della luna, Cile

Garage Gallery, l’ultimo progetto

Negli ultimi anni Gotti aveva lavorato alla nascita di Garage Gallery, concepita come una nuova possibilità di accesso al proprio archivio fotografico. Non una galleria nel senso tradizionale ma uno spazio informale e multifunzionale pensato per favorire la scoperta, l’osservazione e il confronto intorno alle immagini. L’apertura avrebbe dovuto coincidere con una mostra antologica capace di ripercorrere oltre cinquant’anni di attività.

Il progetto resta ora legato alla visione con cui il fotografo lo aveva immaginato: dare una nuova forma a un archivio costruito attraversando il mondo e restituirlo al pubblico come luogo di incontro, oltre che come testimonianza di una lunga pratica fondata sul viaggio e sull’osservazione.

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