Un attacco dal mare, a sorpresa e da un punto qualsiasi del Mediterraneo, senza dover spostare navi militari e senza l'impiego di caccia da combattimento o bombardieri. Con tanto di navi mercantili in navigazione tra le acque di Italia, Francia e Spagna, usate come basi di lancio per droni russi nascosti in container a bordo delle navi. Un piano d'attacco che fonti del governo lituano hanno raccontato nei dettagli al quotidiano spagnolo El Mundo, e che rapidamente è diventato notizia d'apertura di giornali e siti di informazione in tutta Europa. Riuscendo – di fatto – a raggiungere l'obiettivo principale della guerra ibrida, quella che si combatte senza sparare un colpo e lanciare un drone: creare caos.
Cosa c'è da sapere sulle rivelazioni di El Mundo
Quanto siamo davvero a rischio?
Del piano sarebbero a conoscenza i governi interessati della minaccia in questione, informati dai servizi di intelligence statunitensi della CIA del fatto che la Russia starebbe preparando attacchi di questo tipo, mettendo a rischio e sotto tiro Roma, Barcellona, Madrid, Lione, Milano, Napoli, Palermo. Con attacchi improvvisi al largo delle coste italiane, spagnole e francesi e con un raggio d'azione molto ampio che arriva fino a 600 chilometri, ma che vanno a velocità relativamente basse (circa 160 chilometri orari) e con un carico di esplosivo in grado di fare danni modesti – come forzare la chiusura di porti, aeroporti e causare incendi in un edificio – se comparati ai modelli di drone più avanzati e letali che la Russia in questo momento utilizza per attaccare l'Ucraina. Prima di arrivare a minacciare una di queste città e capitali europee, potrebbero dover stare in volo anche due ore, un tempo che consentirebbe ai radar e alle difese aeree di entrare in azione, abbattendo il drone in mare. Resta il fatto che lo scenario di un attacco aereo si concretizzerebbe mettendo a dura prova la reazione di noi cittadini europei, per fortuna non più abituati a sirene o evacuazione nei rifugi. Il caos, appunto.
«Lo scenario è molto plausibile», ma lo scopo sarebbe «creare panico»
«Penso che lo scenario in sé sia molto plausibile, perché in realtà è abbastanza facile nascondere droni di piccole dimensioni su una nave commerciale», spiega Oana Zamfir, analista e Senior European Security Fellow all'istituto RUSI, raggiunta a Londra da Vanity Fair. La sua analisi di quanto riportato dal quotidiano spagnolo El Mundo è che «l’obiettivo della Russia, se mai ci fosse quel tipo di attacco descritto dal rapporto, non sarebbe quello di causare danni eccessivi o costare vite umane o provocare vittime e così via. Ma in realtà sarebbe, da una parte, simbolico». E si andrebbe a inquadrare in una serie azioni di disturbo mirate a destabilizzare internamente il supporto ai governi che sostengono l'Ucraina sul piano degli aiuti economici e militari. «Quindi, creare panico e, diciamo, alimentare ulteriormente tra la popolazione e nelle società europee la stanchezza nei confronti del sostegno all’Ucraina. Ma allo stesso tempo, probabilmente, interrompere temporaneamente il funzionamento di alcune infrastrutture critiche», aggiunge Oana Zamfir che è specializzata anche in minacce ibride e sicurezza marittima. «Per fare questo, non servono droni grandi, di dimensioni militari. Lo si può fare con droni che sono relativamente piccoli e che possono essere nascosti abbastanza facilmente e possono essere lanciati abbastanza facilmente», spiega.
Per il governo italiano «non risulta»
Per placare possibili allarmismi, il governo italiano ha preso posizione, commentando il report del quotidiano spagnolo e il livello di minaccia in mare. «A noi non risulta», ha affermato il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto giovedì 24 settembre. «Non serve a nessuno e non trova alcuna conferma, l’allarme lanciato questa mattina da un quotidiano spagnolo che ipotizza possibili attacchi ad Italia, Spagna e Francia da parte di navi e droni russi», ha ribadito con una nota su X. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani da New York, dove si trovava per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha confermato come «non c'è nessun fondamento di queste notizie e non abbiamo avuto segnalazioni di questo tipo» ed esclude che la «Russia voglia fare degli attacchi militari contro l'Europa».
In queste settimane, con l'intensificarsi delle attività militari sopra i cieli ucraini e russi e con armamenti sempre più veloci e letali, si sono moltiplicati anche gli avvisi e le raccomandazioni dei vari uffici di intelligence, fino ad arrivare al report citato da El Mundo che parla di un rischio anche per Paesi che sono lontani – geograficamente – dal Fianco Est della Nato e dai confini con Russia, Bielorussia e Ucraina.
Come cambia la percezione del rischio
Sempre il 24 settembre l'intelligence danese (Ddis) – la Danimarca è tra i fondatori dell'Alleanza atlantica – ha riferito come il rischio di un'azione militare russa contro i Paesi Nato è in aumento. Lo hanno definito un rischio «basso ma crescente». Questi rapporti possono essere pubblicati per una serie di ragioni. E c'entra la percezione di rischio e sicurezza, che può variare molto tra una persona che vive a Roma o a Barcellona e una che vive a Riga o a Cracovia. «Una può essere quella di avvertire di un attacco imminente, e questa è sempre una possibilità. Abbiamo visto l’attività russa, soprattutto l’attività ibrida russa e quella diretta contro le infrastrutture critiche. Abbiamo visto che è aumentata soprattutto sul fianco orientale negli ultimi mesi. Il numero degli incidenti si è moltiplicato esponenzialmente», spiega a Vanity Fair Oana Zamfir. «Eravamo abituati ad avere incidenti e incursioni di droni marittimi o aerei. Eravamo abituati ad averli ogni tanto, forse una volta alla settimana, forse due volte alla settimana negli Stati baltici, nella regione del Mar Nero, e adesso li abbiamo ogni giorno», aggiunge. Al contrario «molti Paesi all’interno della Nato e dell’Unione europea, compresi alcuni sul fronte meridionale, come la Spagna, non riconoscono necessariamente la possibilità di essere esposti individualmente a minacce ibride, o di esserlo solo come parte dell’Alleanza», continua Zamfir. «Ovviamente i Baltici, la Polonia, i Paesi più esposti a questo, persino i Paesi nordici che vedono l’attività russa nell’estremo Nord, sono molto più consapevoli e preparati. Mentre i Paesi sul fronte meridionale, da una parte hanno altre preoccupazioni legate alla sicurezza e dall’altra possono sentirsi un po’ più al sicuro», aggiunge. Tuttavia bisogna essere consapevoli che resta «una forma di minaccia in continua evoluzione».
C'è anche una questione da inquadrare, ovvero la capacità di risposta e di difesa in questo contesto e in uno scenario del genere. «Possiamo adottare misure precauzionali in mare», continua Oana Zamfir a Vanity Fair. Il monitoraggio, quindi, come aspetto decisivo: «Possiamo usare sensori e possiamo usare tutto un mix di tecnologia come robot subacquei, sensori, sensori galleggianti in mare, sensori a terra, capacità anti-drone», spiega l’analista. E anche l'evoluzione della risposta a livello militare, con la guerra in Ucraina che ha cambiato anche come si sta riorganizzando la Nato a questo tipo di minacce dal punto di vista di esercitazioni e addestramento.
Il ruolo dell’Italia nella Nato e le esercitazioni
L'Italia ha un ruolo da protagonista sperimentando soluzioni a minacce dal mare già mesi prima dell'allerta riportata da El Mundo. Quest'estate tra fine giugno e i primi di luglio l'Italia ha guidato le attività di una task force composta da Stati Uniti, Croazia, Lettonia e Slovenia per testare sistemi aerei e subacquei senza pilota a protezione di infrastrutture critiche. Un mese prima, a maggio, c'è stata un’esercitazione della Marina Militare con simulazioni di ingaggio di droni in arrivo. E a maggio, sempre in ambito Nato, c'è stata la Technical Interoperability Exercise 26 nei Paesi Bassi dove 11 Paesi Nato – insieme a Ucraina e Australia – hanno testato 60 sistemi anti-drone. E a inizio settembre a Lisbona le forze speciali dell’Alleanza hanno testato droni navali d'attacco simili a quelli usati dall'Ucraina nel Mar Nero.
È una transizione necessaria, per rispondere alle nuove minacce. «Quello che dobbiamo acquisire sono imbarcazioni più leggere, quel tipo di navi multiuso che possono poi essere equipaggiate con ogni genere di attrezzatura, sia che si tratti di qualcosa che deve affrontare rapidamente un incidente marittimo, sia che debba fare ricerca e soccorso in mare o trasportare equipaggiamenti per l’osservazione e il monitoraggio».
L’obiettivo resta soprattutto politico, non militare
La massima allerta di comandi militari, servizi di intelligence e stazioni radar di sorveglianza aerea non si traduce automaticamente in un rischio imminente, dunque. Gli allarmismi creano caos ed è esattamente la linea «invisibile» dove si gioca la partita della guerra ibrida. Per questo «quello che possiamo fare è il giusto mix di sorveglianza, monitoraggio, resilienza, difesa e preparazione che ridurrebbe significativamente la minaccia, farebbe in modo che la Russia sappia che lanciare un attacco sarebbe costoso e avrebbe conseguenze», dice Oana Zamfir. «È probabile che le popolazioni vengano intimidite o disilluse dal livello di protezione che il loro governo o la Nato stanno fornendo oppure porti a credere che il sostegno all’Ucraina le metta in una posizione scomoda», conclude Oana Zamfir. Ed è per questo che la pressione aumenterà e l’obiettivo «è in larga misura politico, non militare».
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