Droga, ecco la nuova mappa dei narcos a Roma: chi comanda nella Capitale dopo le faide per il delitto Diabolik

2026/09/10

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«Sono tutti amici ma nessuno lo è veramente, è così il sistema della droga a Roma» dove le alleanze seguono l’opportunità della forza. L’avevano intuito perfettamente, mettendosi al riparo da una fine quasi certa, loro i due fratelli cresciuti nello spaccio di periferia come “galoppini” che, decidendo di collaborare con la giustizia, hanno sintetizzato e ricordato, con le loro parole, ciò che decine di inchieste giudiziarie avevano già prima accertato piegandosi tuttavia al tempo e alla “dimenticanza” che ne segue. Fabrizio e Simone Capogna, divenuti essenziali per delineare lo scacchiere della mala romana perché loro, in quella mala, ci erano nati e cresciuti

Prima e dopo

E dunque un punto di vista diverso, alternativo alle indagini, maggiormente genuino per ovvie ragioni ha portato a dire come prima dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli già ai tempi della fine del clan Cordaro a farsi strada erano stati quei “bravi ragazzi” di Giardinetti, sotto l’egida di Stefano Crescenzi che aveva svezzato e sfamato i giovanissimi Manuel Grillà, Dario Selva e lo stesso Giuseppe Molisso. Dopo l’omicidio di Fabrizio Piscitelli, è proprio uno di quei “bravi ragazzi” - entrato nella scuderia dei Senese - a gestire con un altro “figlio d’arte” perché nipote di Walter Domizi, lo spaccio su gran parte della Capitale. Lasciando il litorale e Ostia nelle mani della ’ndrangheta e dei reduci di clan autoctoni. Eccolo allora il duo Giuseppe Molisso e Leandro Bennato

Una società, la loro, costituita al 50 per cento che fatturava milioni e si approvvigionava della droga dall’estero grazie anche all’intermediazione di due “broker” di successo, latitanti e arrestati negli ultimi mesi: Giancarlo Tei e Antonio Gala. «Su alcune zone di Roma non ti potevi proprio avvicinare - diceva Simone Capogna - perché l’unico rifornitore era Peppe (Molisso ndr)». «Morena, Grottaferrata, Appia, Ciampino, Quarticciolo, San Basilio: tutto era loro». E loro, il duo Molisso-Bennato non si era mai permesso di recare l’affronto che l’impulsivo Piscitelli aveva invece mostrato, firmando così da solo la sua condanna a morte.

Guadagnavano talmente tanto che rendere al clan di Michele ‘O pazz” quei soldi richiesti alla fine di ogni mese era come lasciare una mancia al cameriere. E la mancia, fatte le dovute proporzioni fra quanto imposto e quello che veniva poi riscosso, andava naturalmente bene al boss del Tuscolano. Tutti felici, tutti sereni, comprese anche quelle vecchie “glorie” della Banda della Magliana, a partire da Raffaele Pernasetti, che si sentivano forti nel controllare piccole piazze in quartieri di periferia con la droga che sempre l’entourage dei Senese permetteva loro di vendere. E certo il duo Molisso-Bennato incuteva timore e paura perché chi provava a fare affari con il traffico degli stupefacenti sapeva benissimo a cosa andava incontro se tentava di fregarli. 

La feroce violenza

La vicenda di Gualtiero Giombini in questo scenario è un “caso di scuola” (criminale). L’uomo morì in seguito a terribili sevizie nel 2022 perché si era fatto “rubare” un carico di 107 chili di cocaina che apparteneva a Leandro Bennato e che lo stesso gli aveva affidato. Richiuso in un capannone e torturato anche con la fiamma ossidrica, l’uomo, 71enne, morì per le ferite riportate all’ospedale Sandro Grassi di Ostia. Il messaggio era chiaro e chi doveva intendere capì perfettamente. 

Tanto che altri gruppi, pure sgominati dalle forze dell’ordine, nei mesi a venire come quello di Giuliano Cappoli e Manuel Grillà (vecchio amico di Bennato) avevano capito che la maggior parte dell’approvvigionamento di droga era meglio prenderlo dal duo in questione. Sempre Capogna con le sue dichiarazioni spiegò: ««Grillà e Cappoli sono legati a Molisso e Bennato, preciso che hanno attività tendenzialmente autonome ma quando hanno problemi si uniscono». E comunque sia i primi, pur muovendo ingenti quantità di stupefacenti anche dall’estero attraverso propri canali, rimanevano secondi. E questo gli andava bene. Molisso e Bennato, che erano riusciti nel tempo anche a riportare dalla loro alcuni dei “vecchi” amici albanesi di Fabrizio Piscitelli, imponevano anche i prezzi e fino a quanto potevano rialzarsi i rincari per le partite da vendere a secondi e terzi gruppi. Il loro potere non è scomparso neanche dopo gli arresti per altre inchieste e fatti di sangue. Un sistema perfetto, reso più agevole dalla dipartita di Diabolik e dall’arresto del socio, Fabrizio Fabietti che pur dal carcere provando a “pilotare” qualche giro è sempre rimasto un passo indietro. 

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