Un altro caso Clostebol a Nordest. Come per l’altoatesino Jannik Sinner, così per il veneto Enrico Pellegrini. Due giovani atleti che, al di là delle oggettive differenze di disciplina e di risultati, si sono ritrovati accomunati dalla sospensione per l’accusa di doping, a causa di una pomata contenente lo steroide anabolizzante. La disavventura del tennista di Sesto Pusteria è risaputa: uno stop di tre mesi, dopo aver provato che il Trofodermin gli era stato involontariamente trasmesso durante un massaggio dal fisioterapista, che l’aveva utilizzato per medicarsi un dito ferito. Molto meno nota, anche perché mediaticamente oscurata proprio dalle polemiche di quei giorni sul numero 1 al mondo, è invece la vicenda dello scialpinista di Cogollo del Cengio: sanzionato per quattro anni dopo una gara a Forni di Sopra, l’atleta del Centro Sportivo Carabinieri ha ottenuto una riduzione a venti mesi invocando la buona fede di quel precedente, in quanto ha dimostrato che il prodotto dermatologico gli era stato applicato una sola volta dal papà per curare le vesciche sui suoi talloni.
Gli scarponi nuovi, la crema spalmata dal padre per aiutare il figlio
Il clamoroso finale della storia emerge dalla sentenza, pubblicata nei giorni scorsi, con cui il Tribunale arbitrale dello sport (Tas) ha parzialmente accolto il ricorso di Pellegrini contro la positività contestata dalla Federazione internazionale di scialpinismo (Ismf) e notificata dall’Agenzia internazionale per i test antidoping (Ita) il 26 febbraio 2025. Un mese prima il vicentino aveva partecipato alla Coppa del mondo giovanile che si era svolta in Carnia, indossando un nuovo paio di scarponi adeguati al salto nella categoria under 20, quindi non più «in plastica» bensì «interamente in carbonio, più rigidi e non modellabili sulla forma dei suoi piedi», che gli avevano causato «vesciche ed ecchimosi su entrambi i talloni, nella zona dei tendini d’Achille». Le fasciature applicate dalla fisioterapista non erano bastate a lenire la sofferenza del ragazzo: «Tornato a casa la sera del 26 gennaio 2025, provava un dolore considerevole, con caviglie gonfie e ferite che sembravano a rischio di infezione». Suo padre, «preoccupato per le condizioni», aveva disinfettato e fotografato le lesioni, dopodiché era andato alla farmacia di turno quella domenica per farsi consigliare una pomata: il Trofodermin, appunto, che aveva poi spalmato sui piedi del figlio, «sdraiato a pancia in giù su un letto», senza rendersi conto dell’avvertenza “doping” sulla confezione. L’indomani mattina il 19enne era andato a scuola «con le caviglie bendate» e il giorno successivo era stato sottoposto al prelievo dell’urina, peraltro dichiarando l’impiego nella pomata. Il risultato delle analisi era stato netto: presenza di Clostebol, sostanza vietata dell’Agenzia mondiale antidoping (Wada), con conseguente ineleggibilità dello scialpinista fino al 25 febbraio 2029.
La somiglianza con il caso Sinner
A quel punto è scattato il procedimento di impugnazione. La difesa di Pellegrini ha citato il caso di Sinner per la vistosa somiglianza («la somministrazione del prodotto da parte di terzi»), ma anche per una rilevante differenza: mentre Jannik è «atleta professionista d'élite esperto e assistito da un ampio entourage», Enrico «aveva solo 18 anni, gareggiava a livello giovanile e non aveva beneficiato di una formazione, di un supporto o di una guida in materia antidoping paragonabili». Il punto è stato contestato dall’Ismf, secondo cui «l’atleta era consapevole del rischio significativo che la propria condotta potesse dar luogo a una violazione delle norme antidoping» ma lo ha «manifestamente ignorato». Invece il collegio di Losanna ha parzialmente riconosciuto le ragioni del vicentino. Da un lato è stato riconosciuto che suo padre «ha agito in totale buona fede e unicamente per il benessere del figlio», benché non possa essere giustificata «la mancata adozione delle precauzioni ragionevolmente richieste prima di somministrare un medicinale a un atleta soggetto alle norme antidoping». Dall’altro è stato ritenuto che non sia «significativa o considerevole» la colpa del 20enne: «Non si tratta del caso di un atleta che abbia deliberatamente selezionato, acquistato e applicato personalmente un prodotto contenente una sostanza proibita». Per questo la sanzione è stata più che dimezzata: poiché nel frattempo è trascorso un anno e mezzo, la sospensione terminerà il prossimo 25 ottobre.
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