Djokovic: «Mi rivedo in Sinner, ci legano tante cose ma soprattutto una». Dalla guerra allo sci, cosa ha detto

2026/08/19

Categories: world-news

Novak Djokovic smaltisce l'amarezza di Cincinnati dopo la sconfitta all'esordio e prova a rimettere insieme i pezzi per cercare di esserci agli Us Open, per provare la clamorosa impresa di vincere il 25esimo Slam in carriera. Il 20 agosto uscirà "Il lupo d’inverno", il docu-film che da giovedì sarà disponibile su Prime Video in esclusiva in 240 Paesi. Nole si mette a nudo, si racconta nella sua parte più intima e profonda, raccontando l'infanzia difficile, l'arrivo nel circuito da brutto anatroccolo, quando cercava di farsi spazio tra i due giganti del tennis mondiale, Federer e Nadal, riuscendo anche a spodestarli e a diventare il peggior rivale possibile da affrontare. 

Il serbo si è raccontato in un'intervista al Corriere della Sera, toccando molti di questi aspetti. «La mia infanzia mi ha segnato, a 15 anni avevo già sperimentato l’orrore delle bombe che cadono dal cielo, le notti nei rifugi con la mia famiglia e la mia gente, l’ansia che quegli aerei potessero tornare a volare sopra Belgrado e a portare la morte nel mio popolo. Tornando indietro, non cambierei nulla: la guerra era l’ingrediente che ci voleva perché io potessi arrivare ad avere la vita bellissima che conduco. Sarò eternamente grato all’esistenza per come mi ha forgiato e a Dio per tutto ciò che ho avuto. Da bambino non era lontanamente immaginabile, nemmeno esercitando tutto il mio potere creativo».

Il rapporto con la prima maestra di tennis

«Jelena se n’è andata nel 2013, era una persona incredibile, siamo stati vicinissimi. I miei genitori mi hanno messo nelle sue mani quando ero un bambino piccolo, sensibile e molto plasmabile: si sono fidati che Jelena mi formasse come essere umano, prima che come tennista. Ho speso ore incalcolabili con lei in campo e a casa sua, a guardare videocassette in bianco e nero di vecchi match. L’influenza di Jelena su di me è stata enorme: mi ha insegnato ad apprezzare la musica classica, a fare visualizzazioni, a respirare in modo che non sia solo un atto meccanico. Tutto ciò a un’età, 9-10 anni, in cui tutto quello che ti insegnano ti rimane appicciato addosso. È da quei valori, insieme a quelli che mi hanno trasmesso mia madre e mio padre, che è partito tutto. Jelena è stata più di un’allenatrice: è stata la mia guida spirituale a un approccio multidisciplinare e multi-olistico alla vita, che non avrei più dimenticato. Senza Jelena Gencic non sarei Novak Djokovic. Ecco perché andarla a trovare a casa sua, a Belgrado, con la prima coppa di Wimbledon è stato uno dei momenti più belli e preziosi di tutta la mia carriera».

Le similitudini con Sinner

Il lupo d’inverno finisce con la vittoria in cinque set a Melbourne su Sinner, lo scorso gennaio. Uno dei traguardi recenti più rilevanti dell'ultima parte di carriera di Nole contro colui che più di tutti richiama le caratteristiche del 24 volte campione Slam: «I punti di contatto con Jannik non mancano, pur essendo ogni essere umano unico e speciale. Entrambi veniamo dalle montagne, lui dell’Alto Adige e io della Serbia. Avevamo scelto lo sci come sport, abbiamo lasciato casa a 13 anni, siamo stati costretti a diventare uomini in fretta, lontano dalla famiglia e dagli affetti. Non c’è alcun dubbio che lo sci ci abbia dato l’elasticità, i movimenti, la capacità di scivolare su ogni superficie: la flessibilità delle caviglie origina dalla neve tanto quanto l’equilibrio e la coordinazione tra arti superiori e inferiori. E non sto a entrare in dettagli più tecnici sul tipo di tennis che io e Jannik giochiamo: le similitudini abbondano anche lì. Quindi, per risponderle in breve: sì, mi rivedo in Sinner».

Djokovic ha proseguito: «Non parlerei di ossessione ma di dedizione, costante e totale, al tennis. Osservo la sua e mi ci ritrovo completamente, nella voglia di migliorarsi, crescere, evolversi sotto ogni punto di vista. Jannik, come me, non si accontenta mai. Ha la mentalità del campione, l’ha sempre avuta. È una forza dominante, eppure si sveglia ogni mattina con il desiderio di essere migliore del giorno precedente. Non c’è vittoria che possa appagare quella fame, nemmeno 24 titoli Slam. Al di là del tennis, è l’aspetto del carattere che più mi avvicina a Sinner» ha aggiunto.

«Il tennis è uno sport individuale: non esistono sostituzioni, non puoi fermarti cinque minuti a bordo campo mentre il gioco procede, non ci sono compagni che possono aiutarti. Sei solo con te stesso. Se hai un giorno no, sei fuori. Il tennis è spietato, brutale. Ogni tanto mi dicono: Nole, sei come Leo Messi… Magari! A 39 anni mi piacerebbe giocare soltanto 90 minuti».


Ultimo aggiornamento: martedì 18 agosto 2026, 22:46

© RIPRODUZIONE RISERVATA

>> Home