La Groenlandia, l'Europa litigiosa, la scienza inascoltata e un mondo alla deriva. Alejandro González Iñárritu frulla tutto ed eleva il cinema a megafono sociale. E Tom Cruise sembra il petroliere Richard "Rich" Texan dei Simpson.
Alla fine di Digger si esce senza fiato. Non c'è tregua, non c'è mai una pausa nel flusso cinematografico del messicano Alejandro González Iñárritu, tra i pochi registi capace di farci davvero innamorare delle immagini. Per inciso, sì: i migliori a raccontare l'America non sono di certo gli americani. In fondo, per osservare bene serve la giusta distanza.
Osservare, appunto: il verbo principale che sembra tenere in piedi questa gigantesca e orrorifica satira che, senza peli sulla lingua, e spinta da una forza cinetica non indifferente, pone lo sguardo su ciò che stiamo vivendo o, peggio ancora, su ciò che potremmo vivere in un prossimo e predetto futuro. Dietro il trucco grottesco di Tom Cruise, la verità: siamo spacciati. Dentro c'è di tutto e di più: il petrolio, la Groenlandia, la corsa all'artico, la crisi climatica, le relazioni geopolitiche, il deep state, le lobby che, letteralmente, muovono e smuovono i politici, sempre più rozzi e inetti.
Un crash totale, e un domino inarrestabile che accende la trama: il magnante petrolifero Digger Rockwell causa (in)volontariamente un disastro ambientale portando il mondo al collasso. Un incubo, o forse il cinema che prende coscienza mettendoci davanti la più brutale delle realtà. Per buona pace di chi dice che l'arte non dovrebbe mai essere politica. Digger è una farsa non dichiarata, ma pure una dichiarata presa di posizione: non c'è alcuna speranza davanti a una classe dirigenziale profondamente impreparata e latentemente pericolosa.
Digger è lo specchio di ciò che la classe politica ci fa vivere tutti i giorni
Tra l'altro, senza rivelare troppo, c'è una scene emblematica, forse la migliore di tutto il film: Digger, che si muove come se fosse una sorta di scimpanzé, caricando a mille la caricatura (che superbo lavoro quello di Cruise, che sembra Richard "Rich" Texan de I Simpson), si rivolge a un ingrigito parlamento europeo che lo accusa della suddetta catastrofe. Ma si sa, lo vediamo tutti i giorni: gli europei sono litigiosi, incostanti, incapaci di decidere (e quando decidono, decidono male), finendo puntualmente per azzuffarsi tra loro.
I dazi di Trump e l'amministrazione che molla l'Accordo di Parigi sul climate change, il blocco di Hormuz, la Cina, la Russia, il Sud America. Faldoni su faldoni, temi incandescenti, questioni di vita o di morte in cui l'Europa non può permettersi di puntare il dito contro l'America perché ne è succube, dipendente da quel "tenore di vita non più sostenibile" che, di fatto, e senza remore, ci sta portando dentro un nuovo Medioevo.
Il controllo della narrazione contro la verità dei fatti
Allora poco importa se l'uso e l'abuso della natura, spolpata da quelle risorse vitali, sia ormai in esaurimento, pronta per sferrare il colpo finale. In fondo: se a Digger Rockwell non importa degli orsi polari, perché agli orsi dovrebbe importare di noi? Gli scienziati c'hanno avvisato per tempo, nessuno ha mosso un dito. Sembra di rivedere Don't Look Up di Adam McKay. Ve lo ricordate, sì, il livello d'ansia? E niente, insistiamo sui combustibili fossili, sulle trivelle, sulle fonti di energia non rinnovabili. Intanto le guerre infuriano, e i prezzi salgono, salgono, salgono. È tutto collegato, altroché. Certo, se la natura non si può controllare, dice il trivellatore Rockwell, si può controllare "la narrazione".
Un conto sono i fatti, un conto è la storia che si vuol raccontare. Questione di percezione. Allora, non può che esserci un risolutivo e apocalittico tutti contro tutti. Digger non è un film di mezzi termini, non ci tiene ad andare per il sottile. Vomita parole, strilla, eleva il ridicolo, accusa e mette in serie i mostri che stanno dissanguando il nostro presente, ridicolizzandoli sul palcoscenico di un teatro che, a guardar bene, offre un appiglio, una sfocata salvezza. È l'arte, ancora una volta, a poterci salvare. Una valvola di sfogo, l'incubo che diventa sogno. Uno spazio sicuro in cui poter tornare a respirare. Anche solo per un attimo.
>> Home